La zecca più pazza del mondo

Oggi mi rivolgo agli amici del signoraggio: secondo loro il denaro — essendo fatto di mera carta — sarebbe una truffa ai danni dei cittadini. Ho già scritto su questo argomento e proposto l’ipotesi che il signoraggio sia soprattutto una metafora sfuggita di mano. Però devo confessare: trovo che sia una bella metafora, e forse ho trovato un modo di usarla. Per spiegare l’Arte Contemporanea™.

La teoria del signoraggio bancario attira l’attenzione sul fatto che il denaro è un segno convenzionale e pone la questione della concreta convertibilità tra significati e significanti. Insomma parlando di signoraggio interroghiamo la verità del denaro, una faccenda quasi metafisica. Ma come poi spesso accade, le metafore finiscono per essere prese alla lettera. Su di esse si addensano superstizioni, errori, bugie — e ancora isterie, rivendicazioni, populismi. È facile confutare tutte queste articolazioni: ma come si confuta la metafora?

Nel 2007 la crisi dei mutui subprime sembrò addirittura corroborarla, rivelando che nella pancia delle banche e dei fondi d’investimento una parte della ricchezza rappresentata, iscritta su titoli di credito, non corrispondeva ad alcuna reale ricchezza che potesse essere riscossa. Chi ha emesso questi titoli dal nulla, ovvero da semplici promesse, ha incassato denaro sonante in cambio di carta straccia: proprio come, nella narrazione signoraggista, farebbero le banche centrali stampando moneta. In questo senso, il signoraggio è una versione romanzata e fantasmatica della crisi — sta all’economia come la teoria della cicogna alla riproduzione, o Adamo all’evoluzione.

Perciò a me la metafora del signoraggio piace: come finzione speculativa e grande feuilleton fantaeconomico. E allora agli amici del signoraggio voglio regalare un contributo, e non mi riferisco alle belle magliette che trovate in vendita sull’eschaton shop in cambio di pochi pezzi di carta senza valore. No, voglio proporre l’uso della metafora del signoraggio in un contesto particolare: il sistema dell’Arte Contemporanea™, inteso come gigantesca zecca clandestina che emette discrezionalmente dei titoli di credito che prendono il nome di «opere». Come dice anche Aude de Kerros in L’art caché : Les dissidents de l’art contemporain, un libro che sentiamo di condividere dalla prima all’ultima riga, «lanciare un artista equivale a un’emissione paramonetaria».

Il problema della moneta, dicono i signoraggisti, è lo scarto tra costo di produzione e valore nominale. Secondo loro, l’intera differenza sarebbe intascata da una casta di avidi banchieri. Questo è evidentemente falso: la differenza esiste in teoria, ma nessuno la intasca. Tutt’al contrario sul mercato dell’arte, dove lo scarto tra costo di produzione e prezzo di mercato può raggiungere svariati milioni. La firma di un artista come Damien Hirst su una stampa numerata costituisce una garanzia simile a quella fornita dal banchiere centrale quando firma le banconote. Eccolo qua, il vero signoraggio! E come al solito, Gummo aveva anticipato tutto.

Se ai tempi di John Ruskin il prezzo di un’opera si limitava a dare «la misura del desiderio che i ricchi del paese hanno di possederla», oggi il prezzo misura esigenze d’immobilizzazione e investimento del capitale. L’arte non è più soltanto un bene di lusso da collezionare o esibire: è un attivo finanziario. Il suo valore viene stabilito per convenzione, prodotto ex nihilo attraverso la «trasfigurazione del banale» opera da una ristretta cerchia di critici — una specie di Gruppo Bilderberg, ma molto più noioso. A margine della metafora fantaeconomica, possiamo porre una domanda inquietante: le opere d’Arte Contemporanea™ sono dei titoli spazzatura? Questo concetto è formulato in maniera sintetica su un’altra maglietta, semplice ed elegante, attualmente in promozione.

A proposito di “metamorfosi delle opere in titoli derivati” e di rischio d’implosione della bolla, Alessandro Montesi ha scritto un bell’articolo su Linkiesta. Montesi, che è meno fantasioso e molto più preparato di me, non parla delle conseguenze sistemiche di questo rischio. Eppure banche, fondi d’investimento, gruppi finanziari e Stati detengono una parte del loro capitale sotto forma di opere d’arte, anche per via dei rendimenti piuttosto interessanti (mediamente tra il 14 e il 17%) per non parlare degli sgravi fiscali. L’unico difetto sono le delicate condizioni di liquidabilità delle opere, che poggiano su convenzioni culturali ed estetiche che potrebbero improvvisamente cambiare. Ma il mercato non se ne cura: l’Arte Contemporanea™ sarebbe universale e «too big to fail».

Forse è così. Chi aveva previsto lo scoppio della bolla nel 2008 (ad esempio, ehm, me) è stato costretto a rimandare la profezia. D’altronde si tratta solo di fantaeconomia…