La fine del lavoro culturale

LEANDRO ‚ÄĒ Tutti tendono a consumare, ed io sar√≤ il sacrificato?
Carlo Goldoni, La bancarotta, II, 8.

Quanto √® bello salire sul carro degli sconfitti, degli oppressi, degli sfruttati. Quanto √® comodo proclamarsi operai cognitivi e unirsi alla lotta del proletariato internazionale contro il capitalismo. Tutto, pur di non ammettere che in prima linea tra le file del nemico potremmo esserci noi stessi: intellettuali e pseudo-intellettuali, artisti della domenica full-time, scribacchini e burocrati della cultura.¬†Noi, che viviamo con salari ridicoli? Noi, spesso disoccupati, semi-occupati, flexi-occupati ‚ÄĒ noi, davvero? Si, proprio noi: da sempre allacciati alla canna del plusvalore e oggi tormentati dalla sete perch√© il getto si affievolisce, si disperde in mille rivoli, non basta pi√Ļ.¬†La presunta tragedia dei proletari cognitivi √® in verit√† una tragedia della borghesia: una classe ricca, ma non ricca abbastanza.¬†In maniera imprevista, sembra essersi realizzata la¬†profezia di Marx:¬†¬ęI rapporti borghesi sono divenuti troppo angusti per poter contenere la ricchezza da essi stessi prodotta¬Ľ.

Possiamo ironizzare a lungo su questa nostra generazione ¬ętroppo brava per lavorare¬Ľ,¬†che s’indigna quando le chiedono di¬†consegnare scartoffie o guidare taxi. Possiamo anche svergognare il razzismo dei giovani — pure progressisti, anticapitalisti, anarco-insurrezionalisti — che lascerebbero volentieri le basse mansioni ai coetanei egiziani e albanesi. Possiamo insomma ¬†accettare con fair play il nostro destino pi√Ļ o meno infausto: ma non possiamo fingere che tutto questo non sia effettivamente traumatico. La verit√† √® che le cose vanno dannatamente peggio del previsto.¬†Eppure avevamo letto un sacco di rapporti, statistiche, appelli e petizioni che illustravano i benef√¨ci della conversione dell‚Äôeconomia dal secondario al terziario, dal terziario al terziario avanzato e dal terziario avanzato al web 2.0. Avevamo studiato interi libri sull‚Äôeconomia del dono, e in fine ci eravamo convinti che si poteva contribuire al benessere collettivo facendo circolare immagini e concetti invece che tuberi, bulloni e idrocarburi. Vuoi dirci che abbiamo sognato? S√¨, abbiamo sognato.

Molti di noi continuano a farlo, con ostinazione. Su Internazionale.it, la pubblicitaria Annamaria Testa gongola rilevando che il fatturato del settore culturale in Europa era, nel 2003, ¬ęoltre il doppio dell‚Äôintera industria automobilistica¬Ľ. Oggi, mentre assistiamo allo smantellamento degli stabilimenti italiani della Fiat, un simile trionfalismo suona agghiacciante. La disproporzione tra settore culturale e industria pesante appare chiaramente come il sintomo di un‚Äôeconomia fuori di sesto, destinata alla catastrofe. Quei fatturati stratosferici sono vere e proprie bolle, alimentate dalle sovvenzioni pubbliche e dai consumi privati, alimentati a loro volta dal surplus dedotto dal prodotto del lavoro.

Si ricorre talvolta alla metafora del parassitismo per descrivere il rapporto che il lavoratore culturale intrattiene con la societ√†. Forti di questa convinzione i Khmer rossi si premurarono di sterminare gli intellettuali cambogiani: li riconoscevano, pare, dagli occhiali. Sarebbe tuttavia pi√Ļ onesto, e meno sanguinoso, parlare di simbiosi: un sistema di scambio teso a un beneficio reciproco. Un sistema dotato di un equilibrio fragile, soggetto a periodiche crisi.

Il problema oggi non √® che il lavoro culturale ¬ęnon produce ricchezza¬Ľ, come direbbe un Tremonti, ma¬†che ne produce troppa. Si dice che l’economia sia¬†la scienza che studia la gestione delle risorse scarse¬†ma invero essa studia qualcosa di ben pi√Ļ insidioso, ovvero¬†l’abbondanza. Perch√© ¬ęprodurre troppo¬Ľ¬†significa anche, necessariamente, ¬ęconsumare troppo¬Ľ.¬†In effetti, per produrre beni e servizi si impiegano altri beni e servizi, i cosiddetti fattori produttivi. Questi fattori produttivi, si tratta di stabilire come allocarli.¬†Il lavoro culturale √® peculiare perch√© la sua¬†specifica funzione economica √® di consumare la ricchezza¬†al fine di offrire uno sbocco alla sovrapproduzione.¬†In un primo tempo, sovrapproduzione di risorse primarie e secondarie, beni, servizi, che verranno consumati dai lavoratori culturali. In un secondo tempo, sovrapproduzione di beni artistici e culturali, che verranno consumati dagli stessi o da altri lavoratori culturali. E infine,¬†sovrapproduzione di lavoratori culturali, che si consumeranno da s√©.

Il consumo del surplus era in sostanza anche la funzione regolatrice della religione antica, per mezzo del dispositivo del sacrificio (ovvero la distruzione gratuita di una risorsa in eccesso). La divinit√† nasce appunto come ¬ęconsumatore artificiale¬Ľ del surplus. Da questo punto di vista, la Chiesa cattolica ha incarnato con diligenza la sua missione dissipatrice, cos√¨ accumulando uno straordinario patrimonio artistico. Ma ovviamente questo meccanismo √® efficace solo fintanto che esiste un surplus da sperperare, mantenendo un equilibrio tra produzione e consumo. La Riforma protestante non manc√≤ di sanzionare il superamento di una soglia oltre la quale lo spreco ecclesiastico aveva cessato di essere sostenibile. Questa soglia, l’abbiamo probabilmente superata anche noi. (continua)