La fine del lavoro culturale
5 ottobre 2012
LEANDRO — Tutti tendono a consumare, ed io sarò il sacrificato?
Carlo Goldoni, La bancarotta, II, 8.
Quanto è bello salire sul carro degli sconfitti, degli oppressi, degli sfruttati. Quanto è comodo proclamarsi operai cognitivi e unirsi alla lotta del proletariato internazionale contro il capitalismo. Tutto, pur di non ammettere che in prima linea tra le file del nemico potremmo esserci noi stessi: intellettuali e pseudo-intellettuali, artisti della domenica full-time, scribacchini e burocrati della cultura. Noi, che viviamo con salari ridicoli? Noi, spesso disoccupati, semi-occupati, flexi-occupati — noi, davvero? Si, proprio noi: da sempre allacciati alla canna del plusvalore e oggi tormentati dalla sete perché il getto si affievolisce, si disperde in mille rivoli, non basta più. La presunta tragedia dei proletari cognitivi è in verità una tragedia della borghesia: una classe ricca, ma non ricca abbastanza. In maniera imprevista, sembra essersi realizzata la profezia di Marx: «I rapporti borghesi sono divenuti troppo angusti per poter contenere la ricchezza da essi stessi prodotta».
Possiamo ironizzare a lungo su questa nostra generazione «troppo brava per lavorare», che s’indigna quando le chiedono di consegnare scartoffie o guidare taxi. Possiamo anche svergognare il razzismo dei giovani — pure progressisti, anticapitalisti, anarco-insurrezionalisti — che lascerebbero volentieri le basse mansioni ai coetanei egiziani e albanesi. Possiamo insomma accettare con fair play il nostro destino più o meno infausto: ma non possiamo fingere che tutto questo non sia effettivamente traumatico. La verità è che le cose vanno dannatamente peggio del previsto. Eppure avevamo letto un sacco di rapporti, statistiche, appelli e petizioni che illustravano i benefìci della conversione dell’economia dal secondario al terziario, dal terziario al terziario avanzato e dal terziario avanzato al web 2.0. Avevamo studiato interi libri sull’economia del dono, e in fine ci eravamo convinti che si poteva contribuire al benessere collettivo facendo circolare immagini e concetti invece che tuberi, bulloni e idrocarburi. Vuoi dirci che abbiamo sognato? Sì, abbiamo sognato.
Molti di noi continuano a farlo, con ostinazione. Su Internazionale.it, la pubblicitaria Annamaria Testa gongola rilevando che il fatturato del settore culturale in Europa era, nel 2003, «oltre il doppio dell’intera industria automobilistica». Oggi, mentre assistiamo allo smantellamento degli stabilimenti italiani della Fiat, un simile trionfalismo suona agghiacciante. La disproporzione tra settore culturale e industria pesante appare chiaramente come il sintomo di un’economia fuori di sesto, destinata alla catastrofe. Quei fatturati stratosferici sono vere e proprie bolle, alimentate dalle sovvenzioni pubbliche e dai consumi privati, alimentati a loro volta dal surplus dedotto dal prodotto del lavoro.
Si ricorre talvolta alla metafora del parassitismo per descrivere il rapporto che il lavoratore culturale intrattiene con la società. Forti di questa convinzione i Khmer rossi si premurarono di sterminare gli intellettuali cambogiani: li riconoscevano, pare, dagli occhiali. Sarebbe tuttavia più onesto, e meno sanguinoso, parlare di simbiosi: un sistema di scambio teso a un beneficio reciproco. Un sistema dotato di un equilibrio fragile, soggetto a periodiche crisi.
.jpg)
Il problema oggi non è che il lavoro culturale «non produce ricchezza», come direbbe un Tremonti, ma che ne produce troppa. Si dice che l’economia sia la scienza che studia la gestione delle risorse scarse ma invero essa studia qualcosa di ben più insidioso, ovvero l’abbondanza. Perché «produrre troppo» significa anche, necessariamente, «consumare troppo». In effetti, per produrre beni e servizi si impiegano altri beni e servizi, i cosiddetti fattori produttivi. Questi fattori produttivi, si tratta di stabilire come allocarli. Il lavoro culturale è peculiare perché la sua specifica funzione economica è di consumare la ricchezza al fine di offrire uno sbocco alla sovrapproduzione. In un primo tempo, sovrapproduzione di risorse primarie e secondarie, beni, servizi, che verranno consumati dai lavoratori culturali. In un secondo tempo, sovrapproduzione di beni artistici e culturali, che verranno consumati dagli stessi o da altri lavoratori culturali. E infine, sovrapproduzione di lavoratori culturali, che si consumeranno da sé.
Il consumo del surplus era in sostanza anche la funzione regolatrice della religione antica, per mezzo del dispositivo del sacrificio (ovvero la distruzione gratuita di una risorsa in eccesso). La divinità nasce appunto come «consumatore artificiale» del surplus. Da questo punto di vista, la Chiesa cattolica ha incarnato con diligenza la sua missione dissipatrice, così accumulando uno straordinario patrimonio artistico. Ma ovviamente questo meccanismo è efficace solo fintanto che esiste un surplus da sperperare, mantenendo un equilibrio tra produzione e consumo. La Riforma protestante non mancò di sanzionare il superamento di una soglia oltre la quale lo spreco ecclesiastico aveva cessato di essere sostenibile. Questa soglia, l’abbiamo probabilmente superata anche noi. (continua)

Commenti
ma tu dici così perché tieni il cupio dissolvi o perché tieni il culo al caldo
Ho come la sensazione che il mio culo caldo si stia raffreddando.
Ti segnalo sul tema del precariato cognitivo:
Lucia Tozzi, Schiavi delle reti. Gli effetti del networking sul lavoro indipendente
http://www.alfabeta2.it/2012/05/19/schiavi-delle-reti/
segnalo questo,nonostante Formenti mi faccia venire l’orticaria
http://www.sinistrainrete.info/analisi-di-classe/1021-carlo-formenti-lavorare-senza-saperlo-il-capolavoro-del-capitale.html
riguardo al tanto celebrato (Negri,Zizek) general intellect direi che costoro sembrano non accorgersi che il ceto cognitivo è stato messo a lavoro e a profitto già da tempo, esso è l’intelligenza del capitale
A mio modesto parere non sarà “un’economia fuori di sesto, destinata alla catastrofe”, dal momento che il “terziario” può comunque imporsi come “caput” del capitalismo su una base produttiva esternalizzata (in paesi dove la manovalanza viene schiavizzata)… E giustamente hai modificato la parte in cui affermavi che la ricchezza (si intende di merci o dei vari titoli dei suoi equivalenti generali) viene prodotta dalla domanda… in un contesto di assoluta mercificazione probabilmente è vero, ma senz’altro la legge della domanda e dell’offerta occulta la violenza che precede e rende possibile lo scambio mercantile… l’economia, come ben criticava il Marx, non è questione di quantità e matematizzazioni… ma di rapporti di forza (avevo sbagliato a scrivere, avevo scritto “forca”). E qui ce n’è molto poca… personalmente starei pure invecchiando… chi ce la fa a controbattere… resistere?… anche a tutti questi immaginari psicotici che parlano di “oppressi”, “sfruttati”… (termini che detesto… usati a profusione da chi pensa che vi sia una verginità, un’origine pura ed un’innocenza da qualche parte… io vi vedo sadomasochismo e tossicodipendenza più che altro) come se fossero fuori gioco, non fossero parte integrante dei tempi fuori sesto… come lo chiamavano?… “double bind”… re-ligione.
PS: poi si parla tanto di “crisi di sovrapproduzione” in ambito marxista?… ma sovrapproduzione di che? merci, intellettuali, capitali (e di che specie in quest’ultimo caso)? Io credo che la sovrapproduzione di capitale (specie finanziario, che però accumula una buona percentuale di rendita non reinvestita) è l’unica possibile sopravvivenza del capitalismo in crisi evidente di sottoproduzione di merci… osservazione che andrebbe in insanabile controtendenza con la nota morale anti-consumismo, ecc… Certamente è una cosa insostenibile. Non si può cavare sangue dalle rape. C’è un limite strutturale. Se mi anticipi guadagni (per es. coi derivati) che non verranno mai compensati realmente se non dopo secoli, siamo all’immaginazione al potere… ma un’immaginazione davvero delirante però… lisergica… sicuramente dispotica, nel presente.
L’articolo di Formenti lo citerò più avanti, e anche all’altro vorrei rispondere dopo (forse già il secondo post accenna ad alcune problematiche sollevate). Valerio: non capisco il tuo “ottimismo”, diciamo, sulla capacità del terziario d’imporsi senza una forza industriale e/o militare…
Non era “ottimismo”, infatti… e ritengo che inevitabile l’uso delle forze di cui scrivi… la seconda ha sicuramente maggior potere di convincimento (già è in atto una corsa al riarmo, di cui pochi parlano, scrivono o si rendono conto)… dunque si potrebbe ipotizzare un “neo-neocolonialismo”, con interi settori industriali delocalizzati, ai margini dell’Euro(pa), ecc… Von Hayek docet…. Gli Stati Uniti stessi, attraverso i loro “esperti”, di recente suggerivano ai nostri “tecnici” di ammodernare le infrastrutture digitali, puntando dritti sullo sviluppo (ancora!!!) del terziario, al punto che i filo-atlantici attualmente al potere in Italia hanno subito risposto con decretazione d’urgenza in materia… (perché si fidano di noi sulla base del fatto che secoli addietro partorimmo menti come Leonardo… e avremmo, campando di rendita da allora, la fama di essere creativi… puah! ma de che? ma lo sanno gli americani come stiamo messi?).
Prendere la testa, il “caput”, gli uffici amministrativi, i finanziamenti, ecc… di una produzione primaria delocalizzata (per es. in Serbia, Libia…) lo si fa solo in virtù di alleanze mirate, “raccomandazioni” internazionali, blocchi, rapporti di subordinazione e una supremazia tecnologico-militare (è il modello yankee…), anche d’accatto, specie quando, d’altro canto, si hanno risorse risibili (dunque si vendono, per esempio, M346 dell’AleniaAermacchi ad Israele per subappaltare, in previsione, i bombardamenti in Iran, ecc… mentre ci si riempie ipocritamente la bocca con la – per altro scarsa – produzione di eccellenza, con il “made in Italy”, le scarpe di m**** di certi “bravi” industriali, la cosiddetta industria del lusso, ecc…).
PS: Resta il fatto che il cognitariato subirebbe comunque un ribasso o azzeramento del salario a causa dell’”esercito di riserva” (che non è composto solo da lumpen, badanti, tessitori e raccoglitori di arance, ma anche videomaker, ingegneri, designer, programmatori, ecc…) che preme per venire (o viene sedotto) a lavorare a due euro e sotto ricatto anche da queste parti…
(a parte)
E’ chiaro che si dovrebbero rimettere in discussione istituzioni e concetti basilari come la successione, la proprietà, i diritti e le obbligazioni, “individuae” o “dividue” che siano (roba che risale al diritto romano e che ha ritrovato vigore tra il 1500-1700)… e gli “individui” stessi (questa obbligazione che saremmo). Ma per ora sono monologhi o quasi… (per me il diritto precede l’economia e la politica… non si dà struttura o sistema senza costrizione… non c’è niente di spontaneo e “creativo” soprattutto).
[...] l’intero articolo su Eschaton Like this:Mi piaceBe the first to like this. Lascia un [...]
“Questa era in sostanza anche la funzione regolatrice della religione antica, per mezzo del dispositivo del sacrificio (ovvero la distruzione gratuita di una risorsa in eccesso).”
proprio il contrario semmai. il sacrificio è tale perché obbliga a perdere un bene scarso che è costato ore di pena e lavoro. non è infatti un caso che il rito sacrificale sia scomparso materialmente con il progredire delle condizioni di vita e l’abbondanza produttiva.
Si, ma l’eccedente da consumare non è il bene scarso: è la forza-lavoro impiegata per recuperare/produrre il bene scarso.
Secondo me il rito sacrificale non è scomparso, si è trasformato. La Chiesa cattolica, con il suo sfarzo, è un gigantesco sacrificio. Idem la politica culturale, le biennali, ecc.
ciao,
l’effetto si ottiene manovrando in Photoshop, sulla parte dx c’è LAYER, ma francamente i passaggi fatti 3 anni or sono non me li ricordo (sono diversi). non ti resta che provare, si ottengono cose cmq interessanti
scusa per il giudizio forte sull’intestazione, ma francamente non mi era molto chiara, allora ho chiesto a mio figlio cosa ne pensasse e voi giovani avete sempre delle paroline molto… secche.
la citazione di Smith. hai ragione, avevo messo l’asterisco ma poi ho dimenticata la cit. bibliografica. ora è al suo posto.
è stato un piacere leggerti e contattarti
olympe
Che sagoma.
scusa, cosa intendi per “sagoma”?
Nel senso di burlona.
[...] Sull’argomento ho detto tutto quello che avevo da dire in una serie di post che inizia qui. Nel caso del ministro, l’errore sta nel credere che una classe disperata, composta da [...]
[...] [...]
[...] [...]
[...] neomarxisti circoscritti nell’aria vendoliana hanno tentato di fare la stessa cosa con i precari cognitivi. Lo straordinario successo di Grillo è di avere costruito un discorso capace di tenere assieme, [...]
[...] a questo punto, considerare come un caso esemplare di sovrabbondanza dell’offerta di forza-lavoro cognitiva. Non fu la persecuzione nazista a cacciare gli intellettuali dall’Europa, ma la crisi: [...]