Il fantasma di Tom Joad

Immaginiamo di essere i protagonisti di Furore, il romanzo di John Steinbeck sulla grande depressione degli anni 1930. Naturalmente non saremo contadini ma, diciamo, braccianti cognitivi. Siamo a bordo del nostro autocarro cognitivo e ci dirigiamo verso la California in cerca di lavoro, sponsorizzati da Benetton che ha lanciato la campagna Unemployee of the Year. Ovviamente non andiamo a cogliere arance: Tom Joad è un aspirante film-maker, il fratello Al suona in una band indie-rock, mamma è una hacker, Connie e Rosa vogliono aprire un concept store vegano e Marty la zebra sogna di esibirsi in un circo. Durante il viaggio incontriamo centinai di braccianti cognitivi come noi, tutti diretti in California, attirati da volantini e cartelli e tweet che promettono lavoro.

In California di lavoro ce n’è, ma a furia di twittare è arrivata troppa gente. Un surplus relativo di popolazione, direbbe Marx, che fa precipitare il costo e le condizioni del lavoro. Alcuni, accidenti a loro, bloggano gratis! Ma ecco, fermiamoci un attimo: siamo sicuri che tutta questa farraginosa analogia con i personaggi di Steinbeck abbia senso? E cosa c’entra Marty la zebra?

La nostra è una tragedia borghese, dicevamo: nel senso che la sua logica (difettosa) è quella della trasmissione del patrimonio in seno alla borghesia. La famiglia Joad in Furore possiede il proprio autocarro e per il resto si sostenta con ciò che guadagna alla giornata cogliendo arance. Non esiste un lavoro più umile che Tom possa fare per portare a casa qualche soldo. Il bracciante cognitivo dei giorni nostri, invece, dispone di risorse patrimoniali che può investire in un progetto formativo. Paradossalmente, è proprio la sua copertura economica, e quindi la possibilità oggettiva di accettare stipendi bassi e contratti precari, che spinge verso il basso le condizioni salariali. Pur di partecipare a un processo di selezione professionale sempre più lungo e costoso — e così evitare la minaccia del declassamento — i figli della borghesia erodono il proprio patrimonio e scompigliano il mercato del lavoro praticando anche quella che gli economisti neoclassici chiamano disoccupazione volontaria. Le prime vittime sono, come mi ricorda Federico Gnech, «tutti quei ceti emergenti cui l’istruzione e l’università di massa hanno promesso cose che il sistema produttivo non poteva mantenere».

Più che come Tom Joad siamo dunque come Leandro, il figlio di Pantalone ne La bancarotta di Goldoni, storia edificante di un default pilotato. Il padre mercante sta fallendo e il giovane s’interroga sul proprio destino. Indignato proclama: «Andar a servir non mi conviene», vale a dire: «Lavorare non fa per me. Non ne sarei capace, ne soffrirei troppo, e poi a dirla tutta non sarebbe nemmeno giusto». Leandro esclude per principio l’ipotesi di andare a lavorare, e il servo Truffaldino commenta: «Gnanca a mi sfadigar non me piase», vale a dire: «Caro il mio padroncino, sappi che nessuno è portato per il lavoro, e anch’io che  sono costretto non ne sono certo felice, inoltre sono mesi che non mi paghi. Non per questo vado per strada a sfasciare le macchine, giusto?» (Un bel moralista, questo Truffaldino.)

Del pasticcio in cui la borghesia occidentale si è cacciata, il sociologo marxista Michel Clouscard aveva descritto il meccanismo nella sua Critique du libéralisme libertaire del 1986:

La classe borghese offre più figli di quanti sono i mestieri borghesi richiesti dal capitalismo. Questo surplus farà le rivoluzioni. Ma rivoluzioni borghesi.

La condizione del figlio borghese è paradossale: se da una parte il suo ruolo è di consumare eccessivamente, e dunque anche consumare un certo capitale ereditato, d’altra parte egli è esso stesso un eccedente: non c’è per lui alcun lavoro borghese da svolgere, e perciò nessun modo di accumulare nuovo capitale. Secondo Clouscard il borghese non è in grado di derogare alla propria condizione: «Per quanto profondamente escluso dal possesso del capitale, dai mestieri e dalle funzioni proprie della sua classe, il borghese non può scivolare nella classe operaia e svolgere la professione di operaio». Ed è appunto questa sua incapacità di derogare che lo condanna. (continua)

Ah, dimenticavo: Marty la zebra ha realizzato il suo sogno.