L’interpretazione della storia

Abbiamo scelto d’impiegare la parola STORIA per descrivere le vicende dell’umanità, e dunque non sarà il caso di lamentarci se poi tutto sembra così ordinato. Prima c’era persino un grande architetto, che componeva ogni cosa e soprattutto Adamo ed Eva. Il mondo era un testo, e come tale andava interpretato. A garantire l’universale ed inesauribile interpretabilità di ogni cosa dell’universo, evento metereologico, storico, chimico – a garantire una fiduciosa paranoia – c’è sempre Lui, o chi per lui. L’importante è scorgere il volto umano, la mano invisibile. Il credente non è altro che un cospirazionista, per il quale ogni cosa ha un significato. O più di uno. E il cospirazionista non è altro che un interprete, che vede strategie testuali là dove (forse) vi sono soltanto fenomeni casuali.

La sovrainterpretazione è il primo segno di paranoia: dalla critica letteraria più spericolata all’ermeneutica biblica, fino al sano vecchio cospirazionismo, il rischio è sempre di produrre un’aspettativa di senso eccessiva. E però, alcuni testi esigono la loro giusta dose di paranoia. Accettare soltanto una lettura storico-letterale della Bibbia significa perdersi gli infiniti sensi allegorico anagogico morale, e magari qualche profezia. E decifrare un’opera come il Finnegans Wake (per chi ne avrà il coraggio) come se ci fosse un solo e unico piano semantico, e le sue parole avessero un solo e unico significato, sarebbe altrettanto sterile. Lì Joyce agglutinava parole per comporre il suo hundredlettered word, che sovrapponeva le immagini di ogni cosa. Più in generale, non coglieremmo le figure retoriche (ad esempio l’ironia) senza cogliere ad un tempo due o più strati di significato, coesistenti nello stesso testo in maniera intenzionale. Se io fossi Dio, la disposizione stessa di queste mie parole avrebbe senso fin dentro la frequenza delle lettere che impiego, la forma dei caratteri, i sensi possibili ed eventuali delle mie figure. Se io fossi il Grande Vecchio che ordisce il gigantesco complotto nel quale vi affannate come comparse, riuscireste senza dubbio a ricollegare ogni cosa e prevedere i moti futuri della storia.

Però meglio non esagerare. Prima, stabilire se ciò che si ha di fronte è effettivamente un testo, ovvero un sistema teleologico (valga come definizione biunivoca: un sistema teleologico, ovvero un testo). Poi, valutare il livello di ordine intrinseco al testo, valutarne per così dire la profondità. Quanti significati possono essere stati intenzionalmente riposti nel testo? E cosa significa d’altronde intenzionale? Davvero ogni elemento è sotto controllo, nell’atto della significazione? E quale valore hanno i piani semantici non intenzionali, o semi-intenzionali, o mancati, o sussurrati? Queste domande sanciscono il limite tra l’interpretazione e la sovrainterpretazione, tra economia e paranoia.

Tornando al problema iniziale, possiamo riformularlo come segue: quanto valgono i modelli teleologici in Storia? In verità, che in ogni attimo si scrivano sceneggiature per lo svolgersi della Storia – certo discordi e contrastanti – sembra accettabile. Sono programmi politici, piani terroristici, dottrine pubbliche o segrete, progetti, idee. Volti umani, mani invisibili ovunque. Fini e mezzi, interferenze. E se queste sceneggiature fossero profonde e polisemiche come un’opera d’arte? Per questo, la Storia avrebbe bisogno di critici letterari. E non soltanto per definirne un’estetica. Si tratta di valutare sceneggiature che vengono rappresentate con copiose dosi di sangue; di disporre gerarchicamente le strategie testuali; prevederne le svolte e i colpi di scena. Critica necessaria perché essa sola può rendere conto di una scrittura storica razionale, dettagliata, simbolica e polisemica (com’è – ad esempio – quella dei profeti del nuovo ordine mondiale armati di fucile e Corano). Applicare gli stessi strumenti di lettura che si usano per Joyce; perché taluni scrivono la Storia come fosse il Finnegans Wake.