Non toccate Martufello

Poiché la priorità di artisti, giornalisti e ricercatori è di salvare il lavoro culturale (e incidentalmente il proprio lavoro) ultimamente la questione ha avuto una certa visibilità nel dibattito in rete. Abbiamo così avuto modo di valutare due ordini di potenziali soluzioni al problema. La prima soluzione consiste nell’aumentare la quota di surplus reinvestita nella cultura e nella ricerca ; la seconda nel regolare e limitare l’offerta di forza-lavoro, reindirizzandola verso altri settori, per frenare la corsa dei salari al ribasso. Andiamo con ordine.

La prima soluzione consiste nell’aumentare la quota di surplus reinvestita nella cultura e nella ricerca. Si parla cioè di sovvenzioni pubbliche. Da questo punto di vista — avrete sicuramente letto qualche striscione sull’argomento – l’Italia non brilla tra i paesi europei: nel 2010, il finanziamento alla cultura equivaleva allo 0,20 % del PIL (1% in Francia). Tuttavia questa penuria viene ampiamente compensata dal contributo economico dei lavoratori, che in un certo senso si «auto-tassano» a valle accettando condizioni salariali minime. In questo modo, solo una parte della popolazione contribuisce allo sforzo, nella misura delle sue possibilità e delle sue aspirazioni. O per meglio dire, delle sue illusioni. In fin dei conti si tratta di un meccanismo di compensazione non del tutto malvagio. Troppo spesso con il pretesto di finanziare la cultura si finisce per sovvenzionare, a spese della collettività, i consumi cospicui della borghesia. Si dice che lo Stato, oggi il principale collettore di plusvalore, sia soprattutto l’esecutore degli interessi di una classe: ma si dimentica di aggiungere che la cultura, oggi, figura tra i suoi più ingegnosi dispositivi. In piena crisi economica, è quantomeno imbarazzante la tenacia con cui l’intellighenzia di sinistra sgomita per essere servita prima di tutti.

La seconda soluzione consiste nel regolare e limitare l’offerta di forza-lavoro, reindirizzandola verso altri settori, per frenare la corsa dei salari al ribasso. Ma questa non è una soluzione: è une necessità vitale, che riguarda non solo il lavoro culturale ma l’economia intera. La difficoltà sta nel riuscire a pilotare questo processo costituendo filiere formative efficaci, in grado di anticipare le trasformazioni del mercato o di adattarsi rapidamente ad esse. La verità è che nell’ultima generazione, in Occidente, il sistema stato-mercato ha completamente fallito nel pianificare la riproduzione della forza-lavoro.

Una variante surreale di questa soluzione regolatrice è l’appello lanciato dal giornalista Carlo Gubitosa «a chi scrive gratis tanto per farsi leggere». Secondo Gubitosa «è ora di smetterla»: noi blogger stiamo facendo «crollare il valore della professione giornalistica» e perciò faremmo meglio a trovarci un’altra occupazione. In realtà Gubitosa mescola varie cose, e innanzitutto giornalismo e opinionismo. Come già notava Leonardo qualche tempo fa, noi blogger grafomani minacciamo soprattutto il secondo. Ma quando ci capita di scovare delle vere e proprie notizie (come quando raccontai lo strano caso dell’editore automatico) che dovremmo fare, tacere per non rubare il lavoro a Gubitosa?  Se mi viene in mente una barzelletta, sto zitto per non rovinare la piazza a Martufello? Nel 2006 Gubitosa annunciava che «fra venti anni sarà del tutto normale scambiare in rete musica e cultura alla luce del sole» e oggi è spaventato da persone che scambiano informazioni? La verità è che il «valore della professione giornalistica» è crollato da solo, com’è crollato il valore del meretricio con la rivoluzione sessuale. Questa trasformazione è un dato di fatto, che ci costringe a ripensare il rapporto tra lavoro e consumo culturale. (continua)