Cloaca

Il problema ormai lo conosciamo: producendo e immettendo contenuti su Internet gli utenti contribuiscono, senza ricevere alcuna remunerazione monetaria, a rendere attrattive delle piattaforme di scambio che da parte loro producono o sembrano produrre considerevoli profitti. Come se non bastasse, questo user generated content entra in concorrenza con il lavoro culturale, offrendo gratuitamente ciò che prima era venduto. Problema serio, dunque, che vorremmo chiarire in maniera scientifica con gli strumenti della coprolalia.

Nel settembre del 2011, Wu Ming 1 ha pubblicato un lungo articolo intitolato ¬ęFeticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto¬Ľ che, oltre a criticare le condizioni lavorative nelle filiere dei prodotti¬†Apple o dei servizi¬†Amazon, denunciava inoltre lo sfruttamento¬†(sic) sub√¨to dagli utenti di siti come Facebook e Google. Impreziosito da¬†formulazioni infelici –¬†¬ęTu su Facebook di fatto lavori. Non te ne accorgi, ma lavori. Lavori senza essere pagato¬Ľ¬†–¬†l’articolo si prestava facilmente a essere canzonato, ma sollevava questioni importanti sulle trasformazioni dell’economia culturale. Senza citarlo, Wu Ming evocava le tesi di Carlo Formenti, del suo articolo ¬ęLavorare senza saperlo: il capolavoro del capitale¬Ľ (2010)¬†e del suo¬†libro¬†Felici e sfruttati: Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro (2011). Una metafora efficace di queste teorie di matrice marxista √® stata realizzata nel¬†film televisivo¬†Black mirror: 15 milioni di celebrit√† di Charlie Brooker, ambientato in una futuristica prigione-officina dove uomini e donne videogiocano senza sosta per produrre energia, animati dalla speranza di pervenire un giorno alla celebrit√†.

Wu Ming tralascia il fatto evidente che come utenti di piattaforme di scambio consumiamo un servizio. I contenuti che produciamo, in questo senso, sono il prezzo che paghiamo per il servizio. Come mi ricorda la fondazione Elia Spallanzani, ¬ęla posizione di Facebook non √® diversa da quella di chi organizzava una fiera medievale: era un luogo attrezzato in cui vari produttori-consumatori si scambiavano i pettini e le galline. Ora si scambiano le foto dei gatti e le opinioni. Chiaramente controllare la fiera consente un guadagno che pu√≤ apparire ingiusto, specie a dei veteromarxisti come i nostri amici Wu, ma anche quello √® un lavoro¬Ľ.

E che dire di chi pubblica gratuitamente i propri articoli in rete? Non basta fare qualcosa che assomiglia a un lavoro per pretendere un salario. Alla maggior parte delle attivit√† professionali, anche alle pi√Ļ gravose e ingrate, corrisponde uno svago equivalente, che consiste nel praticare lo sforzo in forma o misura differente. In effetti non √® la stessa cosa sollevare pesi in palestra alle sette di sera oppure al mercato ortofrutticolo alle sette di mattina, fare l’amore con il proprio ragazzo oppure farsi scopare da uno sconosciuto, cacciare il tordo di domenica oppure ogni santo giorno.¬†Secondo il gusto personale, si pu√≤ addirittura pagare per ottenere ci√≤ che altri ricevono in cambio di un salario, come nel caso degli scrittori che si rivolgono agli editori ¬ęa spese dell’autore¬Ľ per pubblicare, in perdita dunque, le proprie opere.¬†Certo quando si parla di arte si entra in una zona grigia tra lavoro e diletto, e l’assenza di criteri chiari per distinguerli sembra condannarci a un’eterna confusione. Ma in fondo la confusione regna ovunque: perch√© ci sono uomini che pagano per essere frustati e altri che pagano per frustare? Quale dei due sta effettivamente lavorando senza saperlo?

Per risolvere la confusione, √® necessario abbandonare l’antinomia tra consumo e produzione.¬†In effetti, la produzione consiste in ogni caso nel consumare delle risorse per generare nuovi beni e servizi. Consumo e produzione, da questo punto di vista, sono esattamente la stessa cosa: ovvero¬†la trasformazione di una cosa in un’altra cosa. Carne in cibo e cibo in forza-lavoro — e merda ovviamente, poich√© ogni processo di consumo-produzione comporta una quota di scarti. Come ci ha ricordato Wim Delvoye con i suoi giganteschi macchinari digerenti (Cloaca), la fabbricazione di escrementi √® un processo del tutto identico alla produzione industriale: la merda √® un prodotto come un altro. Solo che (quasi) nessuno la vuole.

Potremmo dire che lo scopo della produzione consiste nel trasformare la materia prima in un bene utile o pi√Ļ utile, mentre il consumo consiste nel trasformare la materia prima in un bene inutile o meno utile; ma staremmo dando una definizione ancora troppo soggettiva. Rischiamo di tornare alla concezione moralista del lavoro culturale inteso come attivit√† superflua.¬†Dovremmo dunque dire che la ¬ęproduzione¬Ľ¬†realizza qualcosa per cui esiste una maggiore domanda (rispetto alla domanda per la materia prima) e il ¬ęconsumo¬Ľ¬†realizza qualcosa per cui esiste una minore domanda. Allora inizieremmo a capire il principio che regola la retribuzione delle attivit√† di consumo-produzione culturale, il cosiddetto¬†prosuming. La sovrapproduzione, come spreco non pianificato, √® una forma di trasformazione per la quale non esiste sbocco commerciale: di conseguenza, il suo risultato √® uno scarto. Le raffinatissime competenze di una generazione di ex-futuri intellettuali sono uno scarto.¬†Questo stesso articolo √® uno scarto.

Ma anche gli scarti possono essere reimmessi nel ciclo produttivo, come da sempre si riutilizzano gli escrementi per l’agricoltura.¬†C’√® gente che¬†compra letame di cavallo, c’√® gente¬†che lo vende e nel frattempo la donna pi√Ļ ricca della Cina si occupa di riciclare spazzatura… Riciclare gli scarti del consumo cognitivo: e¬†se fosse questo il business model di Facebook, del web 2.0 e della coda lunga dell’industria culturale?¬†La merda √® contemporaneamente l’antenato e il paradigma dell’user generated content.¬†Ci pare gi√† di sentire il Wu Ming di turno protestare col pugno alzato e ricordarci che ¬ęquando caghi, stai lavorando¬Ľ.

E invece non va da s√© che ogni attivit√† costituisca un ¬ęplus-lavoro¬Ľ¬†da remunerare.¬†La retribuzione √® il risultato di una negoziazione per stabilire innanzitutto quale sia il bene e quale sia lo scarto del processo di consumo-produzione. Una negoziazione¬†che, prima ancora di stabilire il¬†prezzo della prestazione, serve a stabilire chi si presta a cosa e quale delle parti debba remunerare l’altra. Io pago te per frustarti o te paghi me per farti frustare? Tu paghi me per scrivere o io pago te per pubblicarmi? Ho messo la mia merda in un barattolo, quanto mi dai? Piero Manzoni vendeva la propria a caro prezzo, e Wim Delvoye oggi la produce in serie.¬†Ogni bene pu√≤ essere considerato come uno scarto e ogni scarto pu√≤ essere considerato come un bene: non esiste alcun criterio universale. Quante¬†opere d’arte cancellate, nei tempi antichi e moderni, perch√© non significavano pi√Ļ nulla per i loro distruttori!

Il lavoratore culturale, oggi, si confonde sempre di pi√Ļ con il consumatore culturale. Lavoratore e consumatore si sono definitivamente fusi in una nuova creatura, il prosumer culturale. Producendo, egli consuma risorse. E consumando, egli¬†produce certamente qualche cosa: ma chi vuole questa cosa? (continua)