credere, disobbedire, combattere

La posizione politica dei cosiddetti Disobbedienti credo che non sia chiara a nessuno, e men che meno a loro. In verità questa oscurità – questa fondamentale impoliticità che non diventa mai anarchismo, questo qualunquismo radicale, questo internazionalismo di provincia – ha una sua interna coerenza che corrisponde al pensiero del suo rappresentante più noto, il mestrino Luca Casarini. Alcune sue parole in un recente dibattito televisivo sono riuscite a sintetizzare perfettamente l’aporia fondamentale dalla quale sorge la sua visione della politica, un’aporia della quale bisogna riconoscerlo tragicamente consapevole:

A Rina Gagliardi voglio dire che anche dal punto di vista filosofico non esiste, non può esistere, un governo non-violento. Per cui se uno è coerente, il governo non lo deve mai fare. Perché state gestendo il ministero degli interni, i militari… Per cui è tutto un ragionamento, ovviamente, di scelte di vita.

Casarini giudica illegittimi i governi formalmente democratici, e tra l’altro rifiuta il parlamentarismo. Ma è abbastanza intelligente per capire di non essere in grado di fornire un’alternativa praticabile, e di avere un suo preciso ruolo come pura forza antipolitica. La sua è una filosofia della disobbedienza, anzi una estetica della disobbedienza, in quanto del tutto svincolata dai fini. E in ciò non lontana (ma più dolce e bambinesca, come suggerisce il nome del movimento) della filosofia della violenza di Georges Sorel.