Lo Zione

[Per celebrare il trionfale ritorno di Roberto Saviano in televisione, ripubblico di seguito un estratto inedito di Gomorra, censurato dall'editore perché troppo scomodo.]

La ricchezza non è un bene astratto, un flusso, una trama simbolica. Non sempre. Spesso la ricchezza ha una consistenza. Un corpo fisico. Esiste un paganesimo del capitale, la cui liturgia è l’accumulo. Esistono dei templi, nei quali si celebra eternamente il rito della ricchezza. Il più grande di questi si trova in una cittadina americana, dove da decenni domina l’efferato clan dei Paperi. Un enorme cubo di cemento, pieno di banconote e monete d’oro. Trasformato in piscina. Denaro ovunque. Denaro anche sulla facciata: un simbolo, un marchio, il segno della nuova fede. Sopra una collina, domina la città. Nessuno che non fosse del clan è mai riuscito ad avvicinarsi: lo protegge un pittoresco apparato di sicurezza fatto di cannoni medievali e carabine. All’interno, a mollo nel capitale, governa l’indiscusso signore del luogo. Lo chiamano Zio Paperone, per via del becco giallo. E delle basette. E della palandrana rossa. E delle ghette, della tuba e del bastone.

Lo zione

Nel mondo della malavita questi piccoli segni contano molto. Contribuiscono alla leggenda, alimentano il terrore. Sono l’iconografia del potere. Come la sua proverbiale avarizia: lui ricchissimo e potente, si nutre di sterpi di cicoria e pane raffermo, un pugno di ricotta se va bene. Di Zio Paperone raccontano che sia diventato ricco nel Klondike, rubando l’oro agli indigeni, ma è soprattutto con la speculazione edilizia e il mercato dei rifiuti che ha potuto accumulare i suoi mitici tre fantastiliardi di dollari. Da quando è stato praticamente decimato il clan rivale dei Rockerduck, non c’è praticamente nulla che in città non si targato PDP, Paperon de’ Paperoni. Lo Zione. Per questo la chiamano Paperopoli. Lo scandalo Paperopoli, come dire Tangentopoli. Ma ormai è diventato il nome della città, il suo nome vero. Non più un marchio dell’onta, ma un’identità. Finisce sempre così. Finisce sempre che l’onta diventa l’unica identità possibile.

Guardo il deposito e sento salire dentro di me la rabbia. Non c’è nessuno per strada, è notte fonda. Sento schiumare le lacrime, e stringo i pugni. Ma sono impotente. Vorrei urlare. Correre sulla collina e prendere a testate quel cubo di cemento. Ma non posso. Ci sono delle regole a Paperopoli. Nessuno capirebbe il mio gesto, il mio gesto inutile. A Paperopoli diventa tutto inutile, ogni essere umano, ogni parola, ogni speranza. Mi mordo il labbro per soffocare il disagio, mentre fisso intensamente l’orizzonte. Penso al mio amico Filo Sganga, costretto a emigrare. Ad andarsene, a scappare come fosse un ladro, in questo mondo rovesciato nel quale sono gli onesti a doversi nascondere. Ma io non voglio andarmene. Mi getto in terra e mormoro: io non voglio andarmene. Mi rotolo nell’erba fresca, nel fango, strappandomi i vestiti. Bevo l’acqua dalle pozzanghere. Abbaio, stremato. Ma che può servire? Così mi metto a correre.

Corro veloce, a perdifiato, senza meta. Corro verso il mare, inquinato dalle fabbriche, sperando di avere una risposta. E mentre corro finalmente riesco a urlare, e il vento carezza il mio torso nudo, e vedo spuntare l’alba. Dal buio emerge un volto, un volto pacifico, un volto di pietra. Mi fermo a fissarlo, come se fosse la prima volta. La statua di Cornelius Coot, l’antico fondatore della città. Le sue mani generose, mani di pietra, mostrano e offrono una fiera pannocchia, simbolo di onestà, di legalità, di cibo sano, di cibo fiero. Quella pannocchia che i nostri avi coltivarono con il sudore della fronte: dono di una terra fertile ma bisognosa di cure, di affetto, di onestà, di paratassi, di metafore, di iperboli coraggiose. E noi lo faremo. Noi vedremo rifiorire le pannocchie. Gnam.

Cornelius Coot