Le quattro navi

Da come la raccontavano qualche anno fa, quella del lavoro culturale sembrava una fine piuttosto lieta. L’umanità intera si sarebbe convertita al prosuming come unico stile di vita e avrebbe eventualmente trovato lavoro tra le schiere di Umpa Lumpa che fanno girare la macchina. Il lavoro sarebbe stato ripetitivo e noioso ma si sarebbero tratte innumerevoli gratificazioni dal tempo libero: 15 minuti di celebrità — al giorno! La fine del lavoro culturale doveva essere una commedia, insomma. E invece è una tragedia, poiché a quanto pare non si può fondare un’intera economia sulla monocultura del terziario e sulla sola circolazione di informazioni, simboli e capitale virtuale.

Una tragedia che potrebbe finire come Il mercante di Venezia, anzi peggio. Nel dramma di Shakespeare, il primo motore della potenziale tragedia era l’amore di Bassanio per la bella Porzia, ereditiera di grandi ricchezze e meravigliosamente piena di virtù. Illustri corteggiatori vengono alla sua conquista dai quattro angoli del mondo e si rovinano per offrirle doni lussuosi, ma un uomo soltanto potrà sposarla. Il jackpot è allettante ma poco probabile: una sola donna per migliaia di pretendenti. Quello che Shakespeare non racconta, ma che possiamo immaginare, è che a causa della dolce Musa migliaia di principi e sultani si sono ridotti sul lastrico.

Non c’è nulla di razionale, in termini di probabilità, nella decisione di Bassanio di corteggiare Porzia. Eppure, per via di certi muti sguardi d’amore, il giovane è convinto che si tratti d’un investimento privo di rischi. La sedurrà, si accaserà e così rimborserà il cumulo di debiti contratti nel corso degli anni. Per partecipare alla costosa competizione, tuttavia, Bassanio deve chiedere un grosso prestito al suo amico Antonio. Lui accetta di buon grado, come tante volte in passato, a tasso zero e senza garanzie, come farebbe un padre. C’è tuttavia un piccolo, minuscolo, insignificante inghippo. Antonio è certo ricchissimo, ma le sue sostanze sono al momento tutte impegnate in mare, immobilizzate in forma di navi e di merci, ed egli non dispone di denaro liquido da prestare. Bisognerà perciò rivolgersi a una terza persona, con la quale Antonio si farà da garante. Questa persona è l’usuraio Shylock, nemico giurato di Antonio, ebreo malefico come imponevano le convenzioni teatrali dell’epoca — perfetto capro espiatorio per le colpe dei suoi debitori.

Shylock pone una condizione crudele: in caso di non riscossione del debito, l’usuraio avrà il diritto di asportare una libbra esatta di carne dal corpo del mercante. In effetti Shylock considera «ipotetici» i mezzi finanziari di Antonio: una nave che fa vela per Tripoli, un’altra per le Indie, una terza verso il Messico e una quarta in rotta per l’Inghilterra — tutte lontane da Venezia, tutte minacciate dai pirati, dalle acque, dai venti e dagli scogli.

L’osservazione di Shylock sulla ricchezza ipotetica del mercante è interessante. Non è forse sempre ipotetica la ricchezza di cui crediamo disporre nel futuro? Questa non dipende soltanto dal valore nominale degli attivi, ma dalle condizioni di liquidabilità delle immobilizzazioni, dalla redditività degli investimenti, dall’entità della spesa e dalla solvibilità dei debitori. Da questo punto di vista, un prestito è sempre un rischio, più o meno grande, e il tasso d’interesse remunera questo rischio. Non stupisce dunque che sia proprio l’usuraio a formulare un dubbio radicale sulla ricchezza del mercante, al fine di giustificare l’esorbitante prezzo del prestito. Le navi di Antonio perdute in alto mare sono come il gatto del paradosso di Schrödinger, chiuso in una scatola, del quale non possiamo sapere se è vivo oppure morto: le navi torneranno o non torneranno? E quindi il mercante, mentre attende con impazienza il loro ritorno, possiede virtualmente quattro barche oppure non ne possiede effettivamente nessuna?

Antonio firma il contratto senza pensarci un attimo perché il suo modello di rischio, per così dire, non prevede la perdita di quattro navi su quattro. Eventualmente una, nella peggiore delle ipotesi due: ma quattro? Una simile sfortuna non si è mai vista. Antonio esce di scena pronunciando le classiche ultime parole famose: «Non c’è da preoccuparsi: le mie navi saranno di ritorno un mese avanti la scadenza». Invece le navi tardano. Al secondo atto, gira voce che una sia affondata, e la tensione comincia a salire. Quando poi al terzo atto si scopre che tutte le navi sono colate a picco, ecco che il debito di Antonio è diventato un serio problema, e la commedia rischia di trasformarsi in tragedia. Ma come si è arrivati a un simile pasticcio, per il quale Antonio rischia di finire alleggerito di una libbra di carne e perciò morire dissanguato?

Un debito, per quanto colossale, non è mai un problema in sé, fintanto che si è certi di disporre, al momento opportuno, della somma necessaria per estinguerlo. Questo vale per i mercanti come per gli Stati. Il dibattito sul rifinanziamento del debito e sulla spesa pubblica, negli Stati Uniti e in Europa, non è un banale scontro ideologico tra neoliberisti amanti dell’austerità e keynesiani sostenitori del welfare: più profondamente, confronta diversi punti di vista sulla situazione di quella «economia reale» dalla quale dipende la solvibilità dei debitori. Di quante navi disponiamo? E quante torneranno in porto con il loro carico? Nessuno è in grado di stabilirlo, ma vari indizi portano a sospettare che siano affondate da tempo. Questi indizi si chiamano tasso di crescita del PIL, bilancia commerciale, redditività del capitale o produttività del lavoro. Questi indizi descrivono una situazione effettivamente tragica, nella quale allo stato attuale qualsiasi ulteriore prestito è destinato ad essere inghiottito in un buco nero, interamente consumato da interessi e costi di struttura, incapace di produrre la ricchezza necessaria a ripagarlo.

Il rifinanziamento del debito, in effetti, non è altro che una scommessa sulla crescita. Detto in altri termini, si chiede un prestito solo se si è convinti di poterlo estinguere. E ovviamente lo si ottiene solo convincendo il prestatore della proprio capacità. Hanno sicuramente ragione coloro che affermano che l’austerità porta alla rovina, proprio come la fame porta alla morte. Ma l’austerità non è una scelta ideologica: è una conseguenza dell’incapacità strutturale delle nostre economie post-industriali di produrre abbastanza ricchezza per praticare altre soluzioni. E al cuore di questa incapacità sta l’ostinazione con cui difendiamo il valore, oramai liquefatto, del lavoro culturale. (continua)