Legge e libertà di espressione /1
5 settembre 2007
Per riflettere sulla libertà di espressione dovremmo forse iniziare col definirne il primo termine: un termine apparentemente trasparente e invece opaco, un termine molto usato o meglio abusato: il concetto di libertà. Nella lingua comune, chiamiamo “libero” colui che non obbedisce a nulla, che agisce secondo la propria volontà, senza interferenze esterne. E qui ci sarebbe senz’altro da discutere ancora, per capire se sia possibile davvero essere liberi, o se la volontà sia invece sempre il prodotto di un’interferenza. Ma ben oltre questo dilemma psicologico e morale, la libertà ha anche un’ambiguità politica. Addirittura, potremmo dire che nel sistema politico che noi conosciamo come democrazia, nel sistema politico nel quale viviamo, il concetto di libertà ha un senso rovesciato.
Perché in fondo la libertà di un soggetto democratico consiste nella sua obbedienza alla legge; è l’obbedienza alla legge che garantisce la libertà. Questa idea si trova già nel pensiero medievale, che la consegna alla filosofia politica moderna e illuminista. Tommaso d’Aquino aveva colto l’esistenza di un rapporto tra la legge e la libertà, un rapporto di filiazione della libertà dalla legge. Questo è forse il fondamento ideologico dello stato di diritto, e lo stato di diritto è il nucleo della democrazia. Il voto è soltanto il momento spettacolare della democrazia, o meglio, proseguendo la metafora botanica, potremmo considerarlo come una semplice buccia: bella d’aspetto e buona a proteggere. Ma ciò che definisce lo stato democratico è proprio questa normazione universale, razionale, astratta – che considera tutti uguali e garantisce a tutti lo stesso trattamento, garantisce la libertà nella sottomissione alla legge. E’ il principio per il quale si obbedisce alla legge per non dovere obbedire a nessun uomo. La legge è sovrana, dicevano gli antichi. E soltanto la legge può porre fine al conflitto permanente, alla guerra di tutti contro tutti.
Quando parliamo di libertà d’espressione, allora, non dobbiamo dimenticare questo: ovvero che se libertà è la sottomissione alla legge, e questa sottomissione è la garanzia che non si sarà sottomessi a nient’altro se non alla legge, allora anche la libertà d’espressione potrà, o dovrà, essere intesa entro questi limiti, in un significato “tecnico” di libertà che ci costringerà forse ad abbandonare l’idea un po’ infantile (e irresponsabile) della democrazia come grande asilo nido nel quale tutto è concesso, nel quale il concesso diventa obbligatorio. Perché se le parole sono atti, se le parole hanno un valore, se le parole sono capaci di trasformare la realtà – e noi vogliamo, crediamo che le parole abbiano questo potere – ed è per questo che le teniamo in grande considerazione – allora le parole, come tutti gli atti, come tutti gli atti politici, come tutto ciò che fa parte del mondo, fanno parte anche di ciò su cui è possibile legiferare, qualora esse rechino danno. Le parole possono colpire, ferire, cambiare, trasformare. E non mi riferisco a una nonnina offesa da una bestemmia, ai bigotti inoffensivi di casa nostra: penso alle polveriere sempre più diffuse dei conflitti etnici e religiosi. Lì dove una parola di troppo è come un dito sul grilletto.
Se studiassimo la storia della censura con meno superficialità, ci accorgeremo forse di come essa sia stata più spesso uno strumento di amministrazione civile che di repressione politica. Pur senza rimpiangerla, possiamo intuirne la necessità. Ma ci basta guardare all’attualità, all’attualità così poco moderna che ci circonda, che la modernità la circonda, la divora, la inghiotte poco a poco. Lì dove le parole contano ancora, pesano come macigni. Lì nel conflitto permanente. Sarà il caso di essere gli ultimi giapponesi della libertà di espressione in un mondo nel quale una vignetta di troppo può provocare una sommossa? O forse questa ostinazione è soltanto un’altra forma di fondamentalismo, il fondamentalismo illuminista? Forse dovremmo semplicemente lavorare a una concezione più matura di libertà.
Commenti
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considera che l’atto politico (es. una dichiarazione di guerra) è fuori dalla legge, o casomai soggetto solo a vaghe norme di diritto internazionale, o peggio ancora a principi generalissimi (pacta sunt servanda). al contrario, “l’espressione” dei poteri sovrani è in genere sorvegliatissima: le nazioni, che in teoria hanno il potere di dichiarare una guerra, difficilmente fanno affermazioni stentoree, mentre il comune cittadino, che di fatto non può niente, insulta e irride gli dei degli altri popoli. il linguaggio degli stati è soggetto a una censura che dipende dalla possibilità della violenza: il cittadino è convinto che se sfotte cristo o hallah non gliene verrà alcuna conseguenza. lo stato in cui vive lo difende, bene o male, dalla reazione violenta dei cittadini di un altro stato. tutti questi cittadini sono soggetti alla legge e straparlano: gli stati in cui vivono sono fuori dalla legge, o quasi, e la cautela de loro discorsi si fa spesso fastidiosa. è grazie alla legge che io posso insultarti con ottime possibilità di cavarmela a buon mercato: perchè da un lato tu non hai diritto di picchiarmi se ti insulto e dall’altro io rischio una sanzione limitata, magari di tipo solo risarcitorio. forse non è necessario stabilire nuove leggi che limitino la possibilità di esprimersi: sarebbe più semplice eliminare quelle leggi che puniscono la reazione violenta.
Tommaso a sua volta copiava dai greci, eh! Il discorso è in ben condivisibile, anche se la censura la invoco ancora. Non sono però del tutto d’accordo sull’analisi della storia delle vignette: lì non si trattava di libertà di espressione, ma di provocazione deliberata (la prima volta che uscirono sui giornali non si registrò alcun disordine. Recentemente in Svezia un’operazione simile ha incontrato appena qualche sacrosanta riga di protesta formale da parte dell’associazione musulmana locale). Ridicola, poi, la bufala della censura all’Idomeneo mozartiano, su cui ancora qualche fallaciano in fase terminale ha il coraggio di biascicare. Senz’altro si trattò però di una geniale e rivoluzionaria operazione pubblicitaria, chissà che non ne arrivino altre.
P.S: si scrive “allah”!
[...] La risposta del Dr. Nulla alle mie riflessioni sulla libertà di espressione fornisce un degno pretesto per continuare a riflettere. Tanto più degno che il Dr. Nulla si pone sullo stesso mio piano e accetta di affrontare la questione in termini realistici invece che valoriali. La mia realistica – per quanto provocatoria – domanda era la seguente: se un evento linguistico produce conseguenze che vogliamo evitare, è lecito sanzionare (alla fonte) l’evento linguistico? Partendo dal presupposto che sia più importante il concreto “bene comune” (o l’ancora più concreto “bene mio”) di quanto non sia l’astratto principio della libertà di espressione, ho risposto che una eventuale limitazione non avrebbe nulla di scandaloso; nulla, peraltro, che contraddica la nostra concezione di libertà. Non sto favoleggiando un regime totalitario, ma cercando di abbozzare delle linee-limite che vigono d’altronde già nella gran parte degli stati democratici, e persino previste dallo statuto di Amnesty International sulla libertà di espressione. [...]
[...] Un’altra risposta alle mie riflessioni sulla libertà d’espressione (1, 2), da parte di Mauro de Zordo. Il problema sembra essersi spostato (e mi prendo il merito di averlo spostato, con l’aiuto del Dr. Nulla) alla questione dell’oggettività dell’espressione linguistica, ovvero la stabilità semantica e pragmatica del messaggio. Riformulo i miei propositi mentre rispondo alle obiezioni, che in parte accolgo. [...]