Legge e libertà di espressione /3

Un’altra risposta alle mie riflessioni sulla libert√† d’espressione (1, 2), da parte di Mauro de Zordo. Il problema sembra essersi spostato (e mi prendo il merito di averlo spostato, con l’aiuto del Dr. Nulla) alla questione dell’oggettivit√† dell’espressione linguistica, ovvero la stabilit√† semantica e pragmatica del messaggio. Riformulo i miei propositi mentre rispondo alle obiezioni, che in parte accolgo.

1. Quando dico che “la libert√† di un soggetto democratico consiste nella sua obbedienza alla legge” non sto citando Giuliano Ferrara (!) ma enunciando il fondamento dello stato di diritto. Ovviamente questo va preso con le molle: si sta sempre parlando di legge, ovvero di legge giusta, ovvero esercitata da un’autorit√† legittima. La prescrizione illegittima non √® legge; il tiranno non √® il sovrano. Questione di punti di vista, almeno dai tempi dell’elegantissima soluzione del paradosso dell’obbedienza nella teologia politica cristiana, da parte di Giovanni di Salisbury. La legittimit√† non √® nulla che possa essere determinato in maniera oggettiva, nulla contro cui non si possa opporre la propria rivolta ermeneutica. Ma formalmente, le cose stanno in questo modo: come soggetto politico di un’autorit√† legittima sono libero in quanto soggiaccio alle norme emanate da essa. Si tratta di una delle tante versioni possibili della libert√†, non certo l’unica. In questo caso sono libero come soggetto politico, ma non per forza come entit√† fisica, n√© come macchina desiderante (ma provate a immaginarla, una societ√† di macchine desideranti). Pu√≤ anche darsi che io non percepisca come legittima l’autorit√† dello stato nel quale vivo. Oppure, se mi trovo in carcere, che la mia libert√† politica confligga con la mia libert√† deambulatoria. Fatto sta che non si pu√≤ azzerare la storia della filosofia del diritto, non si possono improvvisare norme e regolamenti sulla base dell’umore dell’epoca senza curarsi della coerenza dell’insieme. Come ho tenuto a fare notare, e lo ribadisco perch√© una certa distorsione prospettica potrebbe farmi passare per una specie di promotore della tirannide (vi vedo, avvoltoi), sto soltanto dimostrando a posteriori norme e istituti gi√† vigenti in ogni stato democratico. Per√≤ insomma, quando mi dici che “il problema √® decidere chi decide quali sono gli atti linguistici da censurare”, evidenziando quello scandaloso chi, mi lasci davvero sgomento: perch√© allora bisognerebbe anche chiedere chi decide che per votare devo usare la matita invece del pennarello. Ma scusa, chi vuoi che sia?

2. L’incertezza della stabilit√† semantica √® un fatto, e nessuno intende negarlo. Io di sicuro no. Per√≤ non esageriamo, ci vuole un po’ di fede: il miracolo della comunicazione esiste! Ad ogni modo, dopo le prime obiezioni del Dr. Nulla ho creduto opportuno considerare come unit√† minima sulla quale discutere non la pura materia fonica o segnica, l’espressione de-contestualizzata, ma la coincidenza tra espressione e “condizioni di felicit√†“. Insomma, oggetto del diritto non sono i proferimenti ma gli atti linguistici. Cos√¨, si risolve automaticamente il problema della causalit√† tra evento linguistico e conseguenza pragmatica: le condizioni di felicit√† sono l’insieme delle situazioni extra-linguistiche che determinano l’effettivit√† dell’atto linguistico. Ovvero, dal punto di vista legale, il fatto che un certo proferimento sia da considerare o meno un’infrazione o un crimine. Ovviamente rispetto alla pragmatica linguistica classica bisogna prevedere un modello probabilistico: una certa coincidenza tra evento linguistico e condizioni extra-linguistiche ha una certa probabilit√† di produrre tali conseguenze, e se la probabilit√† supera un certo valore √® lecito intervenire. Ad esempio, se l’espressione √® “Bisogna togliere di mezzo X” e le condizioni sono uno scambio di denaro tra un politico corrotto e un sicario della mala, la probabilit√† che l’atto linguistico causi la morte di X sono molto alte. Se invece la stessa espressione √® pronunciata da un professore di matematica, si tratta soltanto di un’equazione. Ma questa “ambiguit√†” vuole forse dire che lo stato non deve sanzionare il mandante di un omicidio? Anche questa, per√≤, √® una limitazione della libert√† di espressione. E’ dunque lecito riflettere sui criteri con i quali intervenire in questo ambito.

3. Per√≤ bisogna ammetterlo: la violenza linguistica mette in crisi la convivenza civile in modo molto pi√Ļ lento e meno immediato di quanto questo gioco mentale voglia fare sembrare, nelle situazioni di conflitto permamente o guerra civile latente (ad esempio, l’Europa dopo la Riforma). Insomma, il problema √® che le percentuali di rischio potrebbero essere infinitesimali, o a termine troppo lungo per potere essere misurate o previste. Se cos√¨ fosse, ed √® possibilissimo, la mia argomentazione pseudo-raziocinante non porterebbe a nulla, o nulla di nuovo. Allora il problema √® un altro, e riguarda le conseguenze indirette e a lungo termine. Per regolarle, il diritto non pu√≤ fare riferimento ad altro che al proprio fondamento irrazionale e ideologico (in verit√† forgiato da secoli di utilissima “selezione naturale”): l’universo dei valori morali. Su questo piano, si tratta dunque di risolvere il conflitto tra due di essi: la tolleranza e la libert√† di espressione. E non resta molto su cui argomentare.