Le colonne d’Ercole

Quando si pu√≤¬†immaginare che la contraddizione¬†giunger√† a un nodo di Gordio,¬†insolubile normalmente, ma¬†domandante l‚Äôintervento di una¬†spada di Alessandro?¬†Quando tutta¬†l‚Äôeconomia mondiale sar√† diventata¬†capitalistica e di un certo grado di¬†sviluppo; quando cio√® la ¬ęfrontiera¬†mobile¬Ľ¬†del mondo economico¬†capitalistico avr√† raggiunto le sue¬†colonne d‚ÄôErcole.
Antonio Gramsci

E cos√¨ Disney e LucasFilm si sono fuse, come pochi giorni prima Random House e Penguin (ora primo gruppo editoriale del mondo), un mese prima Universal e EMI (ora primo gruppo musicale del mondo) e pochi mesi prima Gallimard e Flammarion (ora terzo gruppo editoriale di Francia). L’industria culturale non √® nuova a questi fenomeni di concentrazione — Warner e Time festeggeranno presto le nozze d’argento — ma una simile frenesia non dovrebbe cominciare a preoccuparci?¬†Sarebbe ancora rassicurante se si trattasse soltanto di avidit√† o mania di grandezza, come quella che nel 2000 spinse Jean-Marie Messier a trasformare l’antica¬†compagnia francese di distribuzione dell’acqua in una multinazionale della comunicazione,¬†con gli esiti catastrofici del caso. Ma in gioco c’√® ben altro, ovvero la competitivit√† di questi colossi, letteralmente costretti a crescere a dismisura per non collassare.

Le economie di scala, su scala sempre pi√Ļ imponente, vengono a compensare una tendenza al rendimento decrescente del capitale che deve a Karl Marx un nome altisonante, ¬ęcaduta tendenziale del saggio di profitto¬Ľ, e un articolato tentativo di spiegazione. Marx considera che gli aumenti di produttivit√† legati all’innovazione tecnologica (capitale costante) non generano profitto, poich√© il solo profitto √® quello estorto al lavoratore (capitale variabile): ma poich√© inoltre l’innovazione provoca una diminuzione della parte variabile nella composizione organica del capitale, allora anche il profitto estorto (il plusvalore) tende a diminuire. La spiegazione marxiana √® stata oggetto di innumerevoli critiche (oltre che di un recente dibattito) e non √® certo qui la sede per discuterne la validit√†. Non dobbiamo accettare l’intero apparato dell’economia marxiana per ammettere l’esistenza¬†di una forza, gi√† descritta dagli economisti classici, che smorza progressivamente il rendimento del capitale: di fatto, lo misuriamo empiricamente.¬†Per la precisione, misuriamo l’emergenza frenetica di fattori compensativi che stemperano e attutiscono l’impatto di questa tendenza, la mascherano, la nascondono quasi del tutto — e tuttavia la presuppongono.¬†Pu√≤ anche darsi che la teoria della caduta tendenziale sia del tutto scorretta, eppure √® in grado di collegare una serie impressionante di fenomeni storici.

Elenchiamoli pure.

  • Innanzitutto, la propensione del sistema a inciampare in periodiche crisi di sovrapproduzione (o di sotto-consumo?) per inseguire le economie di scala necessarie a generare profitto.
  • Secondo, l’aumento del cosiddetto tasso di sfruttamento (compressione dei salari, prolungamento degli orari, intensificazione del lavoro)¬†per compensare la diminuzione del saggio di profitto: tendenza misurabile e misurata negli ultimi trenta-quarant’anni di crisi a bassa intensit√†.
  • Terzo, la tentazione dell’imperialismo, commerciale o militare, per trovare sbocchi alla sovrapproduzione su nuovi mercati: straordinaria visione hegeliana nella Filosofia del Diritto (¬ęla societ√† civile malgrado il suo eccesso di ricchezza non √® ricca abbastanza (…), la sua dialettica interna la porta a spingersi oltre i propri limiti e cercare nuovi mercati¬Ľ), forse ispirata dalla lettura di¬†Sismondi,¬†ripresa da¬†Rosa Luxemburg e poi da Lenin. Sono queste frontiere le colonne d’Ercole di cui parlava Gramsci nel passo sopracitato, presagendo il loro naturale esaurimento.
  • Quarto, la creazione di nuovi mercati attraverso la trasformazione dei rapporti sociali e la distruzione di altre colonne d’Ercole, etiche e culturali questa volta, come accadde col¬†Sessantotto. Nulla di male in ci√≤ se il mercato riesce a sostituire efficacemente, e in maniera sostenibile, il sistema tradizionale: ma sembra non essere sempre il caso.
  • Quinto, come¬†argomentava¬†Malthus affrontando prima di Marx il problema del sottoconsumo, la dipendenza del sistema da una classe di rentiers impegnati a consumare il surplus prodotto: rappresentata oggi da quei semi-rentiers impoveriti che sono i prosumer culturali.
  • Sesto, la finanziarizzazione che permette di valorizzare gli attivi nell’attesa (campa cavallo…) di produrre profitti reali sul mercato, nonch√© di erogare titoli di credito per stimolare il consumo.
  • Settimo, lo sviluppo ipertrofico dello Stato e le cure palliative keynesiane in generale.
  • Infine ottavo, la tendenza del capitale a concentrarsi sempre di pi√Ļ, per mezzo di continue fusioni, al fine di recuperare il massimo di briciole sulle code lunghe del mercato — come scriveva¬†Lenin, code lunghe a parte, ne L’imperialismo, fase suprema del capitalismo.

Questi diversi fenomeni sono i fattori compensativi che hanno permesso all’economia capitalista di crescere malgrado tutto, superando ogni crisi con maggiore ottimismo. Come notava Piero Sraffa,¬†¬ęla caduta tendenziale del saggio di profitto costringe i capitalisti a continue rivoluzioni tecniche per evitare la caduta tendenziale del saggio di profitto¬Ľ ed essa si manifesterebbe concretamente soltanto a condizione¬†che altre forze non operino. Questa possibilit√† ha iniziato a concretizzarsi negli ultimi trenta-quarant’anni.¬†Oggi sembriamo molto vicini all’ultima ¬ęfrontiera¬†mobile¬Ľ¬†di cui parlava Gramsci: geograficamente, eticamente e culturalmente resta poco da conquistare.¬†Per tutte queste ragioni, mi vedo costretto a dare ragione a Marx quando afferma che la caduta tendenziale del saggio di profitto √® ¬ęla legge economica fondamentale¬Ľ — in grado di fornire un quadro interpretativo anche per le grandi trasformazioni culturali che racconto su questo blog. Per il resto, poteva anche spiegarla per mezzo di marmotte che incartano il cioccolato: anything goes.