La crocifissione in rosa

Quando nella Chiesa cattolica si parla di martirio, la principale difficolt√† sta nello stabilire se la morte sia effettivamente ¬ęper causa della fede¬Ľ: non √® martirio se il prete cade dalle scale e si spacca il cranio e non √® martirio, ovviamente, se gli spara un amante geloso. Nella maggior parte dei casi, la situazione √® completamente ambigua. Lo si √® intravisto nel recente Uomini di Dio di Xavier Beauvois, che racconta la storia vera di un gruppo di monaci cistercensi uccisi a Tibhirine¬†in Algeria nel 1996, in un contesto pi√Ļ simile al rapimento con domanda di riscatto — del quale avrebbero potuto essere¬†ugualmente¬†vittime dei diplomatici o degli¬†ingegneri — che al martirio inteso come testimonianza estrema della fede in Cristo.¬†La procedura di beatificazione, domandata da pi√Ļ parti, dovr√† affrontare questi scogli.

Ma esiste alla fine il martirio perfetto?¬†Forse no. E tuttavia i martiri sono necessari. Alle origini del cristianesimo, il martirio valeva come testimonianza inoppugnabile della verit√† del Vangelo: se tanti uomini erano disposti a morire per Cristo, allora doveva veramente esserci una vita dopo la morte. Ma se non esiste il martirio perfetto, esistono invece innumerevoli mart√¨ri imperfetti, arruolati alla causa per ragioni sbagliate. Prendiamo il caso del ¬ęragazzo con i pantaloni rosa¬Ľ, suicida a quindici anni ed eletto Martire dell’Omofobia a forza di semplificazioni giornalistiche e catene su facebook.

Come racconta Manuel Peruzzo sul suo blog, tutto inizia con un articolo sull’Huffington Post firmato dall’ineffabile¬†Marco Pasqua. Il giornalista, gi√† noto per i suoi metodi sbrigativi (cf. Martinez e¬†Leonardo), apre e chiude il caso in poche ore: ¬ęOmofobia, un ragazzo di 15 anni si impicca, a Roma: i compagni lo prendevano in giro a scuola e sul web¬Ľ. Tutto questo prima di sapere se il ragazzo fosse effettivamente omosessuale; ma soprattutto ignorando il rapporto tra le presunte prese in giro e la decisione di togliersi la vita. Sarebbe bastato attendere qualche ora per notare che la storia era pi√Ļ complessa, anzi completamente diversa.

Troppo tardi: la macchina del martirologio si era messa in moto, mentre la madre del ragazzo si sgolava a smentire (magari con eccessiva ingenuit√†) che il figlio fosse gay. Gli svitati dell’Internet si sono scatenati insultando, accusando di omicidio e invocando leggi speciali. Quando la ricostruzione dei fatti ha cominciato a sgretolarsi, gli indignados della prim’ora hanno sostenuto che l’importante fosse comunque difendere la Buona Causa — la lotta contro l’omofobia — indipendentemente dal caso particolare. Gi√†, il fine giustifica i mezzi. Personalmente trovo che sarebbe molto pi√Ļ utile, partendo da questo caso particolare, difendere una causa ancora migliore: quella contro l’isteria collettiva e le lapidazioni mediatiche. Chi sostiene che cos√¨ facendo ci si mette dalla parte degli omofobi non √® diverso da coloro che ai tempi della montatura di Rignano Flaminio accusavano i pi√Ļ cauti di essere ¬ęamici dei pedofili¬Ľ (o i pacifisti del 2003 ¬ęamici di Saddam¬Ľ).

Sappiamo che l’umiliazione pu√≤ spingere una persona al suicidio, soprattutto se ha 15 anni. Sfortunatamente non possiamo presidiare tutti i rapporti sociali con forze armate, troupes televisive e magistrati per evitare che questo accada. Soprattutto, non vogliamo¬†criminalizzare questi comportamenti per doverli poi regolare giuridicamente. E se possibile, nemmeno accusare i ragazzini d’induzione al suicidio come fanno certi bulletti nelle redazioni dei giornali. Ma questa √® la bella societ√† che abbiamo costruito: dopo avere proceduto al meticoloso smantellamento dell’autorit√† scolastica ¬ęrepressiva¬Ľ, adesso¬†di fronte alle conseguenze invochiamo a gran voce la forza ¬ęemancipatrice¬Ľ dello Stato.¬†Come scrive Peruzzo: ¬ęSiamo in una puntata di South Park? Ragazzini che hanno preso in giro un compagno che finiscono in prigione per istigazione al suicidio?¬Ľ La cura rischia di essere molto peggio del male. Se vuoi vestirti di rosa (o indossare un cappello eccentrico o tatuarti in faccia il nome del tuo rapper preferito) la tua √® una battaglia culturale, una forma di negoziazione quotidiana, ma non possiamo militarizzare la societ√† per imporre agli altri di accettare la tua diversit√†.