Martin, il vampiro nazista

Dopo avere anticipatamente aderito alle tesi in esso espresse, finalmente posso anche leggere Heidegger, l’introduction du nazisme dans la philosophie di Emmanuel Faye, che l’anno scorso aveva rilanciato il tema del nazismo dell’autore di Essere e Tempo. Onestamente, pare già assurdo che un tema simile andasse “rilanciato”, ma ancora più assurde sono state le reazioni degli heideggeriani, che in silenzio avrebbero fatto meglio a (come si dice) wieder-heim-zu-bringen. Tuttavia il libro di Faye si pone in una prospettiva che non mi convince pienamente. Personalmente non ci tengo a criminalizzare la posizione di Heidegger e dei suoi prosecutori, ma semplicemente a porre questi ad accettare serenamente l’ignoranza (questa si, criminosa) dalla quale sorge la loro incapacità di vedere il nazismo di Heidegger. Sfortunatamente, questo non è stato esattamente lo stesso cruccio di Faye, che in pratica non riconosce il diritto al nazista Heidegger di essere un filosofo nazista.

Faye non vuole soltanto corroborare una tesi storiografica, ma comminare una condanna definitiva, che passa anche dall’esclusione di Heidegger dall’insieme dei filosofi – immotivata senza una previa definizione del concetto di filosofia. Al massimo avrebbe potuto dire trattarsi di cattiva filosofia, ma non avrebbe perciò avuto meno problemi (altri hanno sostenuto che Heidegger è filosofo proprio perché dice cose cattive, confuse, sbagliate). Questi sono da parte di Faye, sia chiaro, peccati del tutto veniali in un libro bello e necessario. Li sottolineo perché a mio parere ostacolano un dialogo anch’esso necessario, che riguarda aspetti oggettivi del pensiero di Heidegger e il nostro modo di comprendere il rapporto tra testi, ideologie ed eventi storici. In questo senso la questione è semplice: non ci sono somiglianze o connivenze, ma il semplice fatto che il pensiero di Heidegger è il nazismo, o allora il nazismo non esiste, non c’è mai stato. Consideri Heidegger il più grande pensatore del Novecento? Benissimo: allora disponiti a riformulare il tuo giudizio sul nazismo. Sarà traumatico, ma ti tocca.

Formulo dunque un paio di osservazioni sull’approccio di Faye, come si manifesta dalle prime pagine. Lo studioso francese talvolta osa analogie spericolate, ma non per questo sterili: ad esempio il tema del Fuoco diventa il preannuncio dei corpi bruciati nei campi di sterminio. Tuttavia queste analogie vanno proposte con grande cautela, e talvolta Faye sembra compensare la mancanza di cautela con il ricorso alla retorica. Trovo spiacevole avere a che fare con un certo tipo di aggettivazione, in qualche modo pleonastica, per la quale ogni crimine è “odioso” e “ributtante”, soprattutto tutti quei crimini al cui orrore il lettore può certo (se vuole) arrivare da solo. Ma qual’è la funzione di questa sovradeterminazione? Non si tratta solo di un modo per chi parla di chiarire la propria posizione, né di uno sfogo emotivo, né ancora del segno convenzionale di appartenenza a una certa comunità che ha fissato in certi crimini (il nazismo, la pedofilia…) il canone del male assoluto: si tratta soprattutto di una potente arma retorica, che la convenzione di Ginevra dovrebbe bandire. Chi oserebbe comprendere storicamente Heidegger e del suo crimine, se questo non è soltanto l’infrazione di una regola storica contingente, ma l’infrazione di un norma metafisica e universale? In questo modo, il nazismo di Heidegger viene nuovamente sottratto al discorso storico. Lo stesso discorso che era stato merito di Faye aprire.

Faye dunque non esita a ricorrere ad un certo pernicioso sentimentalismo. Finché il nostro approccio al nazionalsocialismo sarà questo non potremmo farne la storia, ma soltanto (appunto) la memoria. E naturalmente sarà così finché ci saranno persone che effettivamente ne hanno memoria, che non possono dissociare il racconto del passato dal proprio vissuto, e ai quali dobbiamo una giusta dose di compassione (a proposito: potranno ancora esistere le giornate della memoria quando tutti i superstiti saranno morti? o si sarà entrati definitivamente nel controsenso ideologico?). Personalmente considero superiore il modello della storia a quello della memoria, perché questo è prodotto dal Dasein e dalla comunità (insomma è un modello heideggeriano), mentre il primo ambisce all’intersoggettività universale. La storia, idealmente, è libera dalla retorica delle parti, e non ci costringe a guardare negli occhi i testimoni. Ma è molto probabile che questa storia non esista, e di certo non esiste realmente: ed è forse crudele, o precipitoso, da parte mia chiedere allo storico una maggiore neutralità emotiva. Ed è perciò crudele, o precipitoso, ma comunque necessario, tentare di comprendere il nazismo.