Memento Moro. Una lettura pasquale delle lettere dalla prigionia

Quest’anno la commemorazione del rapimento di Aldo Moro ha cortocircuitato con la Pasqua cristiana, commemorazione di un altro noto sacrificio. Un quarantennale perfetto, che quasi ripetendo la congiuntura lunare (Pasqua cadde il 26 Marzo 1978, e cade il 23 Marzo 2008; Moro venne rapito il 16 Marzo) ci offre oggi un paesaggio televisivo monopolizzato in uguale proporzione da queste due morti cruciali. Bruno Vespa, nella notte tra Giovedì e Venerdì Santo, poteva dunque dedicare una puntata del suo programma ai “55 giorni di Passione“, così compiendo la definitiva reductio ad Christum del presidente democristiano.

Il corpus delle lettere dalla sua prigionia, ben curate da Miguel Gotor per Einaudi, d’altronde, non può che essere letto in questa prospettiva martiriale, che evoca gli epistolari tragici di Paolo di Tarso o di Ignazio di Antiochia o addirittura la letteratura apocalittica giudaico-cristiana (come disse il figlio Giovanni Moro, “le lettere devono essere lette anche sotto il genere letterario della profezia”). E proprio come questi testi antichissimi, anche le lettere di Aldo Moro ci giungono in forma apocrifa, o meglio come risultato di una contorta sovrapposizione al termine della quale si trova un autore impossibile, un discorso (logos) del quale viene misconosciuta l’originalità. Tuttavia, il risultato ha una misteriosa coerenza, che consapevolmente realizza una sacra sceneggiatura; un mistery play proiettato nell’immaginario collettivo, sulla superficie della Storia.

In un paio di occasioni “Aldo Moro” descrive la propria prigionia come un “Calvario”, e l’accettazione della Ragion di Stato (di Diritto) non va senza un personale Lemà sabactàni? rivolto allo Stato, al Partito, agli antichi compagni. Tutto dunque, in queste lettere disperate, lascia intendere una curiosa immedesimazione nel sacrificio cristiano, e da parte del rappresentante di un partito chiamato Democrazia Cristiana questa andrebbe intesa nel suo senso teologico-politico. Ma se il martirio è testimonianza, che cosa testimonia la morte di Aldo Moro? Qual è il significato storico della sua morte e delle sue parole? Fintanto che all’iconografia martiriale non si affiancherà una risposta a queste domande, tutto continuerà a risolversi nelle perpetua ripetizione spettacolare di un lutto mai assimilato. Già lo scriveva Leonardo Sciascia, che a queste lettere manca innanzitutto di essere lette. E leggendole si deve per forza fare i conti con la plateale messa in scena cristologica del terribile “Il mio sangue ricadrà su di loro” che Moro lancia (testualmente) come maledizione al Sinedrio democristiano. E Caifa risponde (Gv 18, 14):

È meglio che un uomo solo muoia per il popolo.

D’un tratto le parti sembrano rovesciarsi, e questo rovesciamento non può che sorprendere i carcerieri: essi diventano gli esecutori materiali di un delitto commissionato dallo Stato, indirettamente ma sostanzialmente ovvero politicamente. Questo è il dubbio che Moro tenta di produrre nei brigatisti, come già suggeriva Sciascia, ovvero di essere delle semplici pedine, inconsapevoli strumenti di un progetto democristiano e forse americano. La sua insistenza perciò sulla Necessità di una trattativa non era dunque soltanto rivolta allo Stato, ma innanzitutto (e segretamente) ai suoi carcerieri, che avrebbero dovuto riconoscere che paradossalmente la sua morte era ciò stesso che chiedeva loro lo Stato. Perciò quando i combattenti comunisti eseguiranno la sentenza potranno “lavarsene le mani” (sempre all’interno dello schema cristologico) perché Moro morituro proietta su altri la colpa e la propria maledizione. Ma in cosa consiste precisamente questa maledizione, reiterata di continuo nelle lettere e continuamente tenuta implicita – questa maledizione che distruggerà e farà collassare la Democrazia Cristiana, chiamando altro sangue? Come doveva realizzarsi la catastrofica profezia, e come si è realizzata?

Tutto il discorso della prigionia di Aldo Moro tiene nel conflitto tra Legalità e Necessità, ovvero tra il Diritto e la Politica. Abdicando al proprio potere di sospendere la Legalità sulla base di una Necessità politica, morale e umanitaria, la Democrazia Cristiana stava semplicemente rinunciando alla propria anima cristiana, riducendosi ad una grigia idolatria procedurale, incapace di esercitare la Sovranità (e perciò l’Eccezione) in nome di un bene più alto. In questo senso vanno i continui appelli alla Santa Sede, che avrebbe dovuto spingere lo Stato ad una rottura dell’ordinamento giuridico in materia di sequestri. Aldo Moro sperava dunque in un miracolo, ma non un miracolo impossibile che infrangesse le leggi della fisica, ma nel miracolo possibile della politica. Rifuggendo la soluzione politica, ovvero la soluzione cristiana, Moro profetizzò, la D.C. avrebbe perso l’anima. E perché lo fece? Lemà sabactàni? Scrive Sciascia:

Da un secolo, da più che un secolo, [lo Stato Italiano] convive con la mafia siciliana, con la camorra napoletana, col banditismo sardo. Da trent’anni coltiva la corruzione e l’incompetenza, disperde il denaro pubblico in fiumi e rivoli d’impunite malversazioni e frodi. Da dieci tranquillamente accetta quella che De Gaulle chiamò – al momento di farla finire – “la ricreazione”: scuole occupate e devastate, violenza dei giovani tra loro e verso gli insegnanti. Ma ora, di fronte a Moro prigioniero delle Brigate Rosse, lo Stato Italiano si leva forte e solenne. Chi osa dubitare della sua forza, della sua solennità?

Con questo sacrificio umano, si volle saziare una volta per tutte il meccanismo vittimario con il sangue di una vittima innocente, un sacrificio propiziatorio del compromesso storico. Ma infine c’è l’ultima analogia cristologica: la coincidenza simbolico-istituzionale tra vittima e carnefice. L’archetipo del sacrificio del Re, o del suo rappresentante, il figlio prediletto, è pienamente rispettato. Aldo Moro viene lasciato morire dal partito di cui è presidente, e in qualità di presidente paga. Un ultimo paradosso: è la propria morte, il più alto crimine che Moro paga con la propria morte.