Dieci poesie unte di Alessandro Longo

Smonto un porco

Smonto un porco.
Lo trovo colmo di lardo.
Scatto d’un appetito inconsulto, ingoio tutto.
Con il tonno non m’imbocco: troppo magro.
Grugno di mostro fritto.
O colostro d’orco.
Crostolo di mosto d’ulivo.
Culo d’asino intonso.
Sasso scotto.
Coscio d’orso.
Così m’occupo il gozzo.
Altro non bruco, o vado all’altro mondo.

Nuoto nel sugo

Nuoto nel sugo d’un mondo arrosto.
Insulto il cosmo con un tuffo d’olio.
Mi spalmo su uno scoglio.
Sasso su cui sdrucciolo.
Col calcagno sbriciolo parmigiano.
M’immolo al flutto fitto.
Liquido di cetaceo.
Umor di polipo condito.
Brodo d’abisso impaccato.
Manduco un celenterato.
Mi strozzo ogni minuto.
Ordisco un guscio d’uovo a siluro.
Sprofondo illuso, e mi ungo.
Pranzo: uovo di mostro, fritto.
Trasudo sebo di delfino.
Tronco di stucco, giù per il gozzo.
Occluso come piombo fuso.
Infinito indigesto.
Vedo un plumbeo molo oscuro.
Ho un miraggio d’Odisseo: un cono orrido.
Starò più sano nel Purgatorio.
Il sugo fuso mi ha sciolto di brutto.

Rombo di tuorlo

Col cuore colmo anelo boli.
Sbullono il forno, ne cavo unte croste.
Inanello pomi col pollo che spello.
Luccico di ciò che impecio.
Bando all’albume: m’immolo al tuorlo.
Blocco di brutto zucchero scuro.
Lo distruggo con affanno e mi drogo.
Impasto un mostro salso e lo mielo.
Inglobo un tonno morto.
Stracarico il mattarello.
M’infarino il cappello bruno.
L’alambicco urta un’orco.
Gli fa arrosto il polpaccio.
Lo trancio vivo e lo spremo nell’impasto.
Lo farcisco con uno stormo di pinguino.
È un fardello immane di lardo inumano.
Lo inumo a mano nel fornello.
M’aggrappo al manico nel panico.
Un rombo mostruoso è canto bituminoso.
Cotto a puntino in un diluvio di cedro.
Sgombro il convitato, al colmo d’egoismo.
Lo minaccio col coltello da nasello.
Mangio tutto o muoio matto.
Piatto unico che glasso.
Con un salto lo compatto tutto.
Con i denti mi ci affondo, grasso.
Sganascio a costo dell’inferno.
Ma sarà lui a mangiarmi intero.

Culto lustro

Culto lustro d’olio d’orso.
Bullo bisunto, cubo bolso.
Lardo fritto, narvalo crudo o cotto?
D’accordo.
Gozzo chiuso.
Sussulto di bolso muso bruno.
Muro di prosciutto.
Muto e sporco.
Frullo tutto con l’olio morto.
Un frutto nullo.
Dorso a corno, sordo al lutto.
Cotto o crudo.
Culto lustro.

Fritto un secolo

Figlio stolto.
L’olio ascoso per dispetto ho ritrovato.
Ti raddrizzo il comprendonio, obtorto collo.
Diseredo te e il tuo grembo.
Poi ti fisso un cupo imbuto giù nel gozzo.
Ti ci torchio succo d’uovo e tonno d’osso.
Ogni giorno per un anno, a più non posso.
Collo tondo e marmo al tocco, sarai pronto.
Poi scuoiato, ed affogato nel tuo lardo.
Unto estremo, ti riduco a un bell’arrosto.
Bel vitello, figlio grasso e già tonnato di ritorno.
T’allestisco un bel sepolcro in ferro e bronzo.
Bell’apposto sul pertugio d’un vulcano.
Serro tutto con il chiodo e col martello.
Con del porro tutto intorno al deretano.
Anni cento ten starai a frigger morto.
Corpo nero, agitato maremoto d’unto buio.
Fritto un secolo da morto per dispetto.
Figlio stolto, sarai cera al pavimento.

Scoppio di burro

Aiuto!
Corno di un dio unto.
Tornio di Bluto.
Scoppio di burro!
Chiuso in un muro mollo.
Bolo nell’olio, cuocio.
Colto sul fondo scuro.
Muoio d’unto fritto.
Assurdo scoglio di burro.
M’incaglio sul bordo e rutto.
Urlo tutto il riassunto.
Scoppio subito.
Bluto, aiuto!
Mordo il grugno.
Mungo l’Orco.

Un grasso astro

Dio moribondo.
Un grasso astro.
Culto d’infante.
Colto da infarto.
Occorro io nel mondo.
Pargolo tondo di cordoglio.
Sbrano un orso d’augurio.
Torco il collo d’un capro.
Ungo un cubo di sasso, canto.
Mostro arrosto.
Luccio di scoglio ostrogoto.
Strozzo il pollo più grosso.
Impano il mondo.
Lago fritto d’un olio sacro.
Moribondo il dio.
Vivo il culto del grasso.
Ausculto il grufolio del nuovo mostro.
Il suo turno è vicino.
Occupo un buco, muto.
Non oso motto al suo indirizzo.
Multo ogni suono.
Cotto o crudo.

Ho un porto nel mio corpo

Ho un porto nel mio corpo.
Al buio, un capodoglio.
Stomaco di narvalo.
Spaghetto allo scoglio.
Aglio ammollo nel budello.
Un riccio, sporco e minuto.
Zoccolo fritto, più d’uno.
Col fiato stronco un toro.
Se m’affamo, t’accorcio il giorno.
Accorro al nunzio di ristoro.
Sconvolgo il mondo.
Mi nutro, brano a brano, d’ogni mostro.
Lo scontro duro annuso e voglio.
Pollo stravolto, il guanto raccolgo.
Col tuo odio mi c’imburro il muso.
Col tuo grasso ungo un cucchiaio.
Occhio al morto risorto.
All’oscuro fa solo rimbombo.
Privo di gancio, ti fa morto.

Urlo Unto

Urlo unto in un incubo di burro.
Profilo di narvalo emerso in un fosso fritto.
Ormeggio il mestolo.
Opprimo il mozzo con un prosciutto immenso.
Sgozzo un toro per olocausto.
Scivolo sul grasso che spillo.
Crollo, vegliardo muro di burro.
Occludo tutto.
Spando strutto d’ogni poro.
Pattino d’olio in un formaggio umano.
Includo un mostro nel vitto.
Estrudo strudel dall’orecchio.
Mungo un toro e me ne nutro.
Corro poco, peso troppo.
Rovino al suolo e sprizzo d’intorno.
Non c’è vento che m’asciughi.
Non c’è lama che mi raschi.
Son giaciglio pel bisonte.
Sono unguento pel tricheco.
Se m’affetto, non ho un centro.
Se mi centri, non ha effetto.

Globo Mollo

Attorno al mondo barcollo.
Globo mollo, uomo di strutto.
Coll’inganno ingollo un uovo.
Fuggo il mastino.
Gli cuocio il cucciolo.
Con contorno di midollo.
Son satollo, ma per poco.
Non temo randello, ché rimpallo.
Non m’allungo al materasso.
Mi molleggio su me stesso.
Corro a rullo sul fratello.
Mangio tutto ciò che frollo.
Mi rinfranco nel bugliolo.
Urlo all’oste del novello.
Sbrano pure il menestrello.
Dentro al torso celo il collo.
Sono nuvola di bolo.
Foro botti col succhiello.
Suggo tutto e immondo rutto.
Sempre a zonzo per il mondo.
Dio del grasso, globo mollo.

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