Un concetto é un concetto

Questo post di Oreste Scalzone, che al suo interno contiene un post di Maurizio Blondet, a parte qualche dérapage mi pare interessante; intendo dire che lo sono entrambi, il contenitore ed il contenuto. Interessanti perché dicono cose condivisibili: sull’usabilità dei concetti schmittiani e sul rapporto tra legge ed eccezione (ho scritto cose simili a proposito del DL 181/2007). Però è inutile fare finta di niente: l’accostamento tra questi nomi – un operaista e un cattolico tradizionalista – è anch’esso interessante, forse anche per quei dérapages che finiscono per diventare dei lapsus di chi cita. Scalzone lo sa, e scrive una lunga premessa per giustificare la scelta di pubblicare un articolo di Blondet. Ma risolvere tutto sostenendo che “un concetto è un concetto” non è soltanto troppo semplice, è anche sbagliato (come insegna Quentin Skinner: un concetto è uno strumento).

Box-L

Scalzone non può convincerci del fatto che il suo citare Blondet non è un gesto neutro, né può convincere sé stesso. Scalzone dovrebbe riflettere alla ragione per cui il sommo giurista del Reich è diventato il pensatore di riferimento della sinistra che fu o non fu marxista, invece di fingere di non essere turbato dagli smottamenti del piano ideologico. Io credo che il turbamento sarebbe quantomai salutare, come diceva quello: nosce te ipsum. Chissà fin dove Scalzone aderisce a ciò che cita: l’ambiguità sta anche qui, nel gesto di citare. Ad esempio, Blondet preferirebbe che ci fosse, al posto di Berlusconi, “un capo risoluto come Adolf Hitler”, e cose simili le dicono altri, in maniera più garbata. Diciamo che siamo diventati tutti più comprensivi, quasi fatalisti; ma solo là dove ci piace esserlo. Ciò che m’incuriosisce sommamente è: quale ideologia sta prendendo forma? Chi includerà e chi escluderà? Quale pantheon avrà? Che danni farà? Avrà un capo risoluto? Ma certo, possiamo anche continuare a scrivere che un concetto è un concetto, e che le ideologie sono sempre quelle degli altri.