La soluzione finale

La sera del 20 luglio 1944, Adolf Hitler constatò con lieve preoccupazione di essere ancora vivo: e da ciò concluse che avrebbe potuto anche essere morto – se la neopagana Provvidenza che ordiva le trame del Reich millenario non avesse deviato il proiettile, che altre vigliacche provvidenze avevano voluto scagliare contro di lui. Ma quel dardo che non lo aveva colpito al cuore, lo aveva irrimediabilmente colpito nello spirito.

L’avvenimento aveva irrimediabilmente rovinato l’umore del Fuhrer, solitamente così gioviale. S’accorse in un attimo che v’era solo un passo tra la possibilità della morte e la sua morte effettiva, e che non era il caso di sottovalutare la cosa. Volle perciò adagiarsi in una bara e, chiuso all’interno, riflettere sul fallimento che ormai sentiva prossimo. Non lesinò una certa severità nel giudicare le proprie giovanili ambizioni: aveva davvero creduto di poter adempiere al suo grandioso progetto, il genocidio di una razza intera? Certo, se avesse avuto ancora qualche centinaio di anni! Ma ora (l’aveva compreso fissando negli occhi la morte) era agli sgoccioli.

Pareva sentire quelli sgoccioli. Toc, toc, toc, toc toc toc. Toc toc toc toc.

Ma non erano sgoccioli, bensì qualcuno che bussava alla sua bara. “Avanti” disse Hitler, e gli si parò davanti il fido e geniale Hans Horbiger, sacerdote del Ghiaccio Cosmico. “Fuhrer!” esclamò lo scienziato con entusiasmo: “Ho inventato la macchina del tempo!” disse in caratteri gotici. La grandiosa scienza nazionalsocialista, debellato il germe giudaico, aveva conseguito un’altra vittoria. Horbiger spiegò per sommi capi il funzionamento della strabiliante invenzione: era sufficiente (la faccio breve) scriversi in fronte la data desiderata e collegarsi con due elettrodi al sacro Graal, che da poco era stato rinvenuto in Medio Oriente da una spedizione di valorosi uomini del Reich; ma attenzione perché la macchina poteva essere utilizzata una sola volta.

Ci volle un attimo alla svelta mente baffuta del Fuhrer per immaginare quale uso farne. Era ovvio. Gli ebrei erano allora così numerosi che sterminarli era diventato lungo, e financo noioso, ripetitivo e industriale. Poiché essi si riproducono alla velocità dei topi, sarebbe bastato tornare indietro di qualche secolo per avere a che fare con un numero assai più esiguo di essi. Il genocidio sarebbe stato realizzato in pochi mesi. E se si fosse tornati ancora più indietro? L’esercito tedesco avrebbe potuto dare man forte agli egizi (razza di antica e purissima sapienza) e attendere Mosé e i suoi ebrei all’uscita dal Mar Rosso! Ma sarebbe stato comunque necessario mandare nel passato diverse decine di soldati tedeschi, e Hitler temeva i costi dell’operazione.

Così formulò e subito espresse al suo interlocutore un’idea fulgidamente ariana: un solo uomo, forse il Fuhrer stesso, sarebbe andato nel passato – e con una pietra avrebbe assassinato Sem, il progenitore. Avrebbe compiuto il genocidio compiendo un omicidio. La soluzione finale.

A queste parole nessuno applaudì, né scoppio alcun boato di approvazione. Adolf Hitler non ebbe il tempo di eiaculare, come spesso faceva nei calzoni per sottolineare la sua gioia, che Horbriger lo interrupe con sguardo triste ma pur sempre geniale. “Fuhrer, lei non capisce”. Stupito e offeso, il Fuhrer vide in un attimo scemare la propria erezione. “La macchina del tempo può essere usata una sola volta, poiché causa la distruzione del Graal”. Il Fuhrer s’infilo una mano nei pantaloni, e tentando di rianimare meccanicamente la sua eccitazione, proclamò che un solo viaggio sarebbe bastato, che non avrebbe fallito. “Fuhrer, lei continua a non capire. La macchina del tempo è già stata usata. Lei era morto stamattina. Sono tornato indietro nel tempo per sabotare l’attentato. Lei era morto.”

Il pene s’adagio flaccido nel palmo della mano. Quella notte, Adolf Hitler scrisse un haiku struggente. Non avrebbe più avuto orgasmi. Incapace di provare piacere, e con i testicoli gonfi e doloranti, Hitler si suicidò un anno dopo.

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