Ideologia e complessità
4 luglio 2008
Un arco narrativo è centrale della definizione di un’ideologia, sulla quale ho iniziato a pubblicare qualche riflessione. Non-detta da ogni discorso sta una storia molto semplice, che racconta com’erano le cose prima e come saranno dopo, e dunque cosa è male e cosa è bene, e come muoversi dal primo al secondo. La forma è quella semplicissima messa a fuoco da Vladimir Propp nei suoi studi sulla morfologia della fiaba, alla fine dell’Ottocento. L’idea, poi ampiamente sviluppata dagli strutturalisti, è che ogni storia declina in maniera differente uno schema sempre identico, caratterizzato da una sequenza narrativa: situazione iniziale; azione complicante; sviluppo; scioglimento; situazione finale.

Questo modello è tipico non solo delle narrazioni letterarie, ma di qualsiasi narrazione e di tutte le filosofie della storia: nell’azione complicante e nello scioglimento si ritrovano le figure teologiche della caduta e della redenzione. Ma soprattutto, uno schema narratologico struttura implicitamente ogni ideologia politica coerente e compiuta, i cui discorsi reiterano in maniera più o meno evidente il medesimo racconto.
Determinare quale sia stato il peccato originale è questione oziosa, se non del tutto illogica, ma può avere una certa utilità per distribuire le parti in una commedia (o in una tragedia). E non è cosa di poco conto, oltre all’evidente piacere d’indossare una maschera e recitare di conseguenza. I conservatori ottocenteschi come De Maistre vedevano la caduta nella Rivoluzione, i marxisti nell’accumulazione originaria e nella nascita del capitalismo, i nazisti nell’indebolimento della razza; oggi per alcuni la storia della caduta (della morale sessuale, della cultura, dell’istruzione) potrebbe iniziare con il Sessantotto, mentre per altri è la discesa di un imprenditore nell’agone politico. Queste radicali semplificazioni non sono in alcun modo delle allucinazioni, bensì piuttosto delle finzioni necessarie ad un certo fine politico soggettivo. Come si può agire in un mondo senza cause prime né cause finali? Senza il coraggio d’individuare un’origine del male non avremo nemmeno il potere di combatterlo. Queste finzioni necessarie, talvolta, sono persino efficaci; altre volte – beh, si sa come va a finire. Alcune sono effettivamente allucinazioni.
La presa di un discorso politico sta soprattutto nell’individuazione di una storia credibile, che concentri l’attenzione sulla causa del male e proponga una soluzione. Ma una storia è anche un piano da attuare, una volta raggiunto il potere. Viceversa, in assenza di uno schema narrativo, ci si sta semplicemente arrendendo ad una verità terribile: il mondo è troppo complesso per essere trasformato. E questo senz’altro non sarebbe un discorso politico, ma anti-politico.
Non per questo si deve parlare di epoca post-ideologica, perché significherebbe di un’epoca nella quale il discorso nasce senza limiti e determinazioni, e non assomiglia ad alcun altro. Questo non è certo il caso, questo è semplicemente impossibile: il discorso resta saldamente ancorato al contesto che lo produce, con la sua rete di somiglianze, con la sua famiglia affettuosa. Piuttosto, siamo di fronte ad un paradosso: la storia evocata dal discorso anti-politico racconta la crisi della politica, e perciò non può che sperare nello scioglimento di questa crisi. Ma questa in un certo senso è già una prospettiva politica. Il discorso che presuppone l’impossibilità di trasformare il mondo in virtù della sua complessità non fa che evocare uno schema narrativo nel quale la caduta è rappresentata dalla perdita dell’illusione di un mondo semplice e trasformabile, e l’unica redenzione possibile la ricostituzione di questa illusione.
Il problema, forse, è quando diventiamo troppo consapevoli per accettare di semplificare la realtà sociale. Ed è forse questa consapevolezza che fa che molti movimenti sembrano porsi in una prospettiva ironica, per non dire postmoderna. Questo è notevolissimo nell’attitudine della sinistra post-comunista italiana, che conserva l’intero apparato mitologico del marxismo nella forma di slogan e icone svuotate di significato (si vedano per esempio le campagne promozionali del manifesto). Parafrasando Umberto Eco, il comunista postmoderno è colui che non potendo più affermare «Bandiera rossa la trionferà», afferma «Come direbbe un comunista: “Bandiera rossa la trionferà».
Commenti
mumble… non saprei. se prendi il capitalismo pare che non ci sia una caduta, non c’è nemmeno un climax. pare che il mondo debba infinitamente progredire
Ma io vedrei la cosa alla rovescia, ovvero: la storia raccontata dall’ideologia neoliberista è che lo Stato ostacola l’arricchimento infinito, e che quando verrà dissolto si concluderà la storia. Il che era anche un po’ la posizione di Fukuyama. Intendo dire che lo schema narrativo riguarda sempre un male da combattere, negato il quale si ha un infinito benessere. E anche in questo caso lo abbiamo.
mi pare di vedere comunque una differenza, e proprio nel fatto che la storia non finisce. ossia: alla fine del comunismo c’è uno stato di quiete, dopo la lotta verrà un regno in cui tutti saranno uguali felici e contenti: fine della storia (non solo della narrazione, ma proprio della storia umana: fine, dopo non succederà più nulla di importante). così finiscono parecchie favole.
invece il capitalismo non finisce, l’espansione è appunto infinita. saranno tutti ricchi e continueranno a diventare sempre più ricchi, si andrà di bene in meglio. e nessuna favola che io ricordi finisce con “e diventavano ogni giorno più felici e più contenti” (o più infelici e più scontenti, che pure è possibilissimo).
forse il capitalismo non è una favola e per questo…
Hai ragione, ma mi pare che l’accumulo infinito sia una forma di stabilità illusoria, proprio come nell’Eden gli alberi danno sempre frutta e quindi in un certo senso la ricchezza cresce infinitamente (anche se non esponenzialmente). Comunque una cosa è la Storia, ovvero il conflitto dell’idea contro la realtà, la quale continua a prevalere fino alla battaglia finale, altro è ciò che c’è prima e dopo, che non ha struttura di storia: non è una storia l’accumulo infinito, ma non lo è nemmeno la stasi dell’uguaglianza. La storia si conclude e ciò che segue non è storia.