Gummo artista engagé sfida la mala di New York

Quando presero a germogliargli nella mente le dispendiose nefandezze che lo avrebbero reso celebre, il povero Gummo Vuccellato si trovava senza il becco di un quattrino. Ad esempio: aveva progettato nei minimi dettagli un piano per sciogliere le calotte polari. Ma per fare questo aveva bisogno di un cavatappi. Ma per comprare un cavatappi aveva bisogno di circa otto dollari. Ma questi dollari Gummo non li aveva. Così decise di diventare ricco. E lo diventò. Poi si comprò il cavatappi e scoprì che il piano non funzionava; ma questa è un’altra storia.

Gummo fece i soldi con l’arte contemporanea. Fu decisivo il suo incontro con Andy Warhol, alla fine degli anni Sessanta. In quel periodo, Gummo si era fatto conoscere come un lezioso collezionista di cartoline di opere di Vermeer. L’ultima che mancava alla sua collezione – “Il giovane con la mantellina in velluto” – la trovò in un’edicola dell’aeroporto di Tangeri, ma era appena stata acquistata proprio da Andy Warhol. L’artista americano si rifiutò di cederla con il pretesto che doveva mandare una cartolina alla madre, e Gummo per ripicca fece uccidere la signora Warhol. Così Andy e Gummo presero a frequentarsi, e il nostro eroe abbandonò il vecchio Vermeer per nuovi arditi canoni estetici.

La sua grande idea fu di mettere l’arte al servizio del riciclaggio dei proventi di attività criminose. Gummo aprì una galleria d’arte nel centro di New York. Era un vecchio scannatoio, occupato da scatole per scarpe – vuotate dalle scarpe ma piene di banconote – che erano poi le opere. Il suo primo capolavoro s’intitolava “2.000.000”, e consisteva in una mazzetta di due milioni di dollari venduta con una maggiorazione del 15%. La percentuale dimezzava la quota standard applicata al riciclaggio, che si aggira abitualmente attorno al trenta: così il collezionista otteneva due milioni puliti, mentre da parte sua Gummo incassava un margine di 300.000 dollari per la pulitura. Gummo fatturava regolarmente e pagava le tasse, e nella piena legalità offriva un servizio utilissimo a chiunque avesse denaro ottenuto secondo modalità non previste dalle leggi federali. Il denaro diventava opera, l’opera diventava denaro, in un ciclo infinito e virtuoso, la cui integrità estetica veniva certificata da critici prezzolati. Senza troppa fantasia, la battezzarono Money Art.

La prima opera ebbe un considerevole successo, e venne serializzata in trecento copie firmate dall’artista, con un pennarellone sulla scatola. Seguirono “5.000.000” (50 copie), “20.000.000” (100 copie), e quello che forse è il suo capolavoro, un pezzo unico: “50.000.000”. Tutti volevano un Gummo originale da esporre nelle loro ville: i narcotrafficanti, quelli del racket, gli italiani e i negri di Harlem. Il successo era tale che le sue quotazioni presero a levitare furiosamente: “2.000.000”, che nel 1972 valeva 2.300.000, nel 1973 ne valeva già 3.000.000 e nel 1974 quasi il doppio. La Money Art non era più soltanto un modo poco dispendioso per riciclare, era addirittura un investimento. Un simbolo sociale, culturale, economico, ambito dalle celebrità e dalla borghesia; un pezzo che non doveva mancare in nessun loft di Soho, bene in vista. Gummo pensò anche ai pesci piccoli, ai cavalli e alle puttane, alle marchette di Central Park, ma soprattutto ai bambini, e lanciò una serie di finti falsi a buon mercato, come i “50” venduti a sessanta dollari, e poi i “10”, i “5” e addirittura gli “1”. I ragazzini più svegli diventavano collezionisti prima dei tredici anni, e Gummo raccoglieva. Tutto andava per il meglio, finché il meccanismo non s’inceppò. E nel momento in cui s’inceppava, Gummo Vuccellato era già in volo per l’Europa, mentre due hostess gli facevano uno shampoo col Martini. Una cosa che poi avrebbe sconsigliato a chiunque, perché ti restano i capelli appiccicosi.

I giornali lo chiamarono overboxing. Per farla breve, in tutto lo stato di New York non c‘era più una banconota che non fosse stata incorporata in un’opera di Gummo. Certo, la si poteva tirare fuori dalla scatola, ma avrebbe perso valore e quindi nessuno osava farlo: cinquecento dollari, inscatolati da Gummo, erano arrivati a valerne duemila. I newyorkesi sopravvissero per diverse settimane barattando le opere di Gummo, usando cioè le scatole come moneta corrente. L’unico inconveniente era di ordine pratico, giacché si trattava di uscire di casa ogni giorno con decine di scatole, pagare ogni spesa con scatole e ricevere il resto in ulteriori scatole, e solitamente tornare a casa con molte più scatole di quelle con cui si era usciti, di taglia identica ma taglio inferiore. La cosa sarebbe andata avanti molto a lungo, perché tutto sommato divertente. Ma un giorno un rompiscatole osò sbirciare in una scatola, sollevandone timidamente il coperchio, e si accorse che era vuota. In effetti, si scoprì con disappunto, erano tutte vuote. Curiosamente nessuno – né compratore, né critico, né lettore – si era mai permesso di dubitare della farcitura delle dispendiose opere gummesche. E il denaro allora? Ce l’aveva tutto Gummo, che sembrava tanto una brava persona.