Che cos’è uno stato totalitario?

Scovando per caso un breve testo di Benito Mussolini contro l’ora legale, mi sono accorto di come il concetto di Stato totalitario si adattasse assai meglio – diciamo come tendenza – allo Stato di diritto contemporaneo, piuttosto che ad un regime fascista o nazionalsocialista (cui spetta piuttosto il nome di dittatura). Addirittura, nell’argomentazione mussoliniana è proprio la critica della “enorme macchina burocratica” che da forza alla pretesa di abbattere lo Stato democratico e sostituirlo con un regime autoritario.

In effetti la cifra peculiare del fascismo è di sospendere ovunque lo Stato e sostituirlo con il Partito (PNF, NSDAP) per garantire una totale discrezionalità dell’esercizio del potere e configurando così una tendenza anarchica. A invadere le sfere della vita pubblica (scienza, cultura, arte) non è lo Stato, bensì il Partito, che sostituisce inoltre direttamente diversi organi statali (governo, polizia). Se lo Stato è un sistema impersonale contraddistinto dalla regolarità e dall’oggettività, le dittature di Mussolini e Hitler non corrispondono a uno Stato ipertrofico, bensì al contrario a uno Stato piccolissimo, ridotto al lumicino e paralizzato. Se lo Stato è l’ordinamento giuridico, colui che decide sullo stato d’eccezione decide la stessa sospensione dello Stato: Mussolini governava per decreti, che è come dire che sospese il Parlamento, ed Hitler decretò addirittura, appena giunto al potere, la derogabilità della Costituzione, che è come dire che sospese lo Stato (il problema della democraticità della decretazione è quantomai attuale, come ho già avuto modo di scrivere). Inoltre, le esperienze fasciste del Novecento sono state caratterizzate da una forte semplificazione dei meccanismi amministrativi, dallo sfoltimento degli organi statali, da un progressivo accentramento del potere, da una lotta senza quartiere contro la burocrazia (la quale, almeno in Italia, ebbe vinta la partita: e se sconfisse Mussolini, non oso immaginare cosa farà a Renato Brunetta).

Se così stanno le cose, come siamo finiti a parlare di “stato totalitario” per definire una dittatura? Il termine nasceva, negli anni Venti, in relazione all’esperienza sovietica, che annetteva in seno allo Stato la sfera dei rapporti economici: “il moltiplicamento, il perfezionamento dello Stato”, scriveva in proposito Mussolini nel passo sopra evocato. La confusione sorge dall’impiego programmatico da parte di Hannah Arendt del concetto di “totalitarismo” per abbracciare indiscriminatamente nazionalsocialismo e comunismo; impostazione per nulla neutra, e ripetutamente stigmatizzata da parte marxista (sulla questione del fascismo, invece, si veda questo recente intervento di Emilio Gentile). La fortuna del concetto potrebbe essere l’immagine rovesciata dell’ideologia di chi l’ha prodotta e consumata: la cultura liberale di matrice anglosassone, che diffidando dall’ipertrofia statale e normativa, ha sintetizzato l’esperienza fascista in un’esperienza statalista e totalitaria. Al contrario, se vincoliamo il concetto di Stato alla Costituzione e all’integrità dell’ordinamento giuridico (che è tutto sommato un criterio alquanto arbitrario) l’esperienza fascista apparirà evidentemente anti-statale, e di conseguenza non potrà essere detta totalitaria.

Va tuttavia ricordato che il concetto di totalitarismo non fu assente dal discorso pubblico interno alle dittature novecentesche. Di “Stato Totale” parlano Carl Schmitt e il suo allievo Ernst Forsthoff, intendendo con ciò lo Stato completamente realizzato, l’entelechia del politico a fronte dello Stato liberale. Goebbels avrebbe dichiarato – ma la citazione è riportata – che la Germania nazista vuole essere uno “stato totalitario che copra ogni sfera della vita pubblica“: il riferimento è qui alla dottrina hegeliana dello Stato, e in questo senso il totalitarismo evoca la sovrapposizione definitiva tra la vita della razza e la vita politica, e il superamento della coppia di società civile e Stato nella totalità sostanziale della comunità. Similmente Giovanni Gentile rivendicò il totalitarismo dell’ideologia fascista poiché non doveva esserci alcunché al di fuori dallo Stato. Se accettiamo le definizioni di Goebbels e di Gentile, arriveremo al concetto di totalitarismo attraverso un banale inganno: essi lo chiamano Stato, ma pensano al Partito.

Tuttavia, per quante sfere della vita pubblica riuscisse a coprire, lo stato nazionalsocialista è assai poca cosa in confronto a una qualsiasi democrazia occidentale d’ispirazione illuminista, dal punto di vista della ideale pervasività dell’ordinamento giuridico e della tendenza, appunto, a regolare ogni forma di rapporto sociale. Non c’è dubbio che la quantità di “fatti” (o di “tipi di fatti”) che cadono sotto la giurisdizione statale sia oggi, in Italia perlomeno, enorme (ma lo era già nel 1920, a parere di Mussolini). Se così stanno le cose, dovremmo iniziare a fare i conti con il nostro totalitarismo e con l’ideologia che lo sostiene, oltre che con la sua sostenibilità: fin dove vogliamo e possiamo spingerci? E soprattutto, crediamo davvero che l’insieme dei rapporti di potere sia un insieme finito che potrà essere prima o poi esaurito con la sola buona volontà dei legislatori? Il problema è che, proprio quando il “totalitarismo democratico” mostra i suoi limiti e la sua inefficacia, si fa sempre più urgente la tentazione di “sospenderlo”, passando da Weimar a Hitler. Lo stallo legislativo produce emergenze, e le emergenze sono ingestibili dallo stato di diritto.

Tutta la faccenda si basa su una certezza abbastanza ingenua, come ho già scritto: l’idea che lo Stato sia in grado di applicare le leggi che produce, e che il mondo retto dalle sue regole sia l’immagine del mondo descritto dal corpo normativo. Una sorta di visione “magica” della legislazione. A questa illusione contribuisce la macchina spettacolare, che da rilievo all’infrazione sanzionata ma non può rappresentare gli spazi sostanzialmente estranei alla giurisdizione statale, retti da principi comunitari, tribali, feudali: il risultato è una rincorsa alla normazione totale di tutti i rapporti sociali (ovvero tutti i rapporti di potere), ma una rincorsa ovviamente vana. Lo Stato contemporaneamente si estende e si ritrae, o più esattamente s’intensifica per compensare la scoperta della sua non-estensione, per salvarsi dall’inesistenza.

Questo abisso tra utopia totalitaria e presenza circoscritta – incarnata perfettamente dal dispositivo carcerario (che sanziona l’infrazione della norma attraverso la temporanea esclusione dalla garanzia delle norme), dalla periferia, dalla violenza domestica – mi pare il paradosso definitivo sul quale misurare il senso e il fine del concetto di Stato, e più generalmente il senso e il fine del politico.