Allo Stato fischiano le orecchie?
1 agosto 2010
“Il governo si è stancato di inviare sempre qualcuno solo per farlo fischiare. Ha fatto bene stavolta a lasciare in piazza solo il Prefetto: io non avrei inviato nessuno neppure gli anni scorsi” (Ignazio La Russa, ministro della Difesa, 1 agosto 2010).
“Abbiamo bisogno di rituali ma questi non soddisfano più lo scopo per cui erano stati pensati.” (Flavio Delbono, sindaco di Bologna, 2 agosto 2009)
Uno strano rito
Ogni anno a Bologna va in scena uno strano rito: alla cerimonia di commemorazione per le vittime della strage del 1980, i rappresentanti dello Stato italiano – accusato di avere in qualche modo coperto i colpevoli, e di continuare a farlo – vengono fischiati da parte dei convenuti. Negli ultimi anni, si è tentato per quanto possibile di neutralizzare il rito, “scolorendo” i rappresentanti : un prefetto in luogo di un ministro, oppure un ministro di seconda fila nel 2008. All’epoca, qualcuno aveva sottolineato che non avrebbe avuto nemmeno senso fischiarlo, per via della sua scarsa rappresentatività; ma il presidente del Consiglio ha garantito per lui. Fischiatelo pure, sarà come se ci fossi. Coincidenza nel paradosso: il ministro in questione era l’unico membro del governo ad appartenere al partito che governava l’Italia negli anni di piombo. Questo, si suppone, avrà sollevato l’umore dei fischiatori, e riempito d’aria i loro polmoni.

Lo strano rito, persino quando assume i contorni del paradosso, ha in sé una certa logica. Certo, siamo sul piano dei simboli; ma non è il caso di ribadire quanto siano essenziali i simboli per l’animale politico che siamo. Era un simbolo anche la strage, un simbolo che doveva essere letto e interpretato e produrre degli effetti, un atto linguistico, all’interno di un discorso più lungo che ha insanguinato l’Italia durante la Guerra Fredda. Tuttavia, questo discorso rimane per noi ancora oscuro, come un antico papiro in una lingua sconosciuta, scritto da un autore misterioso e un po’ confuso. Eppure, ben presto alcuni filologi hanno iniziato a propugnare un’ipotesi su questo autore: era lo Stato a mettere le bombe. E se non le metteva con le sue mani – perché lo Stato non ha mani – usava quelle degli estremisti o dei criminali o dei mafiosi, poi copriva la verità in ogni modo. Così s’iniziò a parlare di Stragi di Stato. Si parlò di Strategia della Tensione. Ma fermi un attimo: se lo Stato non ha le mani, come fa ad avere una strategia? E avrà le orecchie, per sentire tutti i fischi?
I due corpi del funzionario
Qualche tempo fa si è scoperto che gli attentati postali all’antrace del Settembre 2001 negli Stati Uniti sono stati ideati ed eseguiti da un chimico che lavorava per il Governo, con il cruccio di allertare il sistema immunitario della nazione contro il rischio della stessa sostanza che lui diffondeva in dosi omeopatiche. Il fatto che uno scienziato governativo spedisca buste all’antrace basta a farne una Strage di Stato? Qualcuno sospetta che lo scienziato fosse al servizio di alcuni militari. Il fatto che dei militari spediscano buste all’antrace basta a farne una Strage di Stato? Ma supponiamo, solo per esperimento mentale, che l’ordine ai militari sia arrivato direttamente dal presidente George W. Bush: il fatto che il presidente degli Stati Uniti spedisca o faccia spedire buste all’antrace basta a farne una Strage di Stato?
Qui è necessario fare una distinzione tra le persone e gli uffici, tra i “due corpi del funzionario”: quando, nella nostra finzione, il Presidente ha mandato ai militari un sms (un po’ sgrammaticato) con scritto di mandare in giro dell’antrace, si trattava effettivamente del Presidente? E se avesse soltanto alzato un po’ il gomito, quella sera?
Il fatto è che il Presidente non può fare tutto ciò vuole. Non vuole dire che non lo possa fare effettivamente, ma che ciò facendolo cessa di essere Presidente. Se il Sovrano decide sullo Stato di Eccezione, non lo fa legalmente, lo fa “per il bene del popolo” e “in nome del popolo”, ma la sua legittimità risulta in qualche modo sospesa: il funzionario si prende interamente la responsabilità morale e legale delle decisioni estranee a quelle previste dall’esercizio delle sue funzioni e dei suoi poteri.
Nello spirito del dispositivo dell’abuso d’ufficio, un poliziotto non può torturare un sospetto criminale. Se ciò si verificasse, e ve ne fossero le prove, egli verrebbe sottoposto a una sanzione, e probabilmente sospeso dal suo ufficio. In questo senso, la sanzione ha lo scopo di trasferire la colpa interamente sull’individuo, chiarendo l’impossibilità ontologica che il crimine sia stato compiuto dall’ufficiale (ovvero autenticato dalla volontà popolare che fonda l’ordinamento giuridico). La conseguenza di questo meccanismo, che ha una secolare tradizione teologico-politica, è che lo Stato ha dei limiti legali che non possono essere formalmente valicati, se anche lo sono sostanzialmente. Quando ciò accade, non è lo Stato ad averlo fatto, non é il popolo ad esserne responsabile, ma un corpo estraneo che ha abusato del potere decisionale che gli é stato affidato, tradendo un mandato esplicito, e che deve essere per questo espulso. Se il Sovrano non è giusto, insegnava Giovanni di Salisbury, egli semplicemente non è un Sovrano ma un Tiranno. Ovvero qualcuno che indossa gli abiti del Sovrano, la sua corona ed il suo scettro. Un usurpatore. O un capo espiatorio?
Limiti dello Stato
Torniamo dunque alle nostre Stragi di Stato. Immaginiamo la scena del complotto: ancora una volta il Presidente, assieme con il capo dei Servizi Segreti, il Capo della Polizia, il segretario del Partito di maggioranza, un diplomatico straniero, l’amministratore delle Ferrovie dello Stato, Ugo Tognazzi ovviamente, eccetera, riuniti in un tempio massonico, mentre pianificano nei dettagli la strage di Bologna. Questa è una Strage di Stato? Si tratta piuttosto di una cospirazione tra uomini che ricoprono i più alti uffici dello Stato, che produce decisioni del tutto illegittime e illegali. Nessuna Strage di Stato. Ed è così che le istituzioni hanno sempre affrontato gli scandali: “deviazioni”, “mele marce”. Troppo facile? Eppure, il ragionamento è corretto, perché proprio come ogni ufficio è vincolato alla sua funzione, così lo Stato è vincolato alla legalità: non può fare stragi, al massimo operazioni di polizia o guerre. E queste hanno un’altra caratteristica, oltre che la legalità: la pubblicità. Lo Stato non ha un interno, perché ciò che non é pubblico non può essere detto statale, se non ricorrendo al dispositivo eccezionale del Segreto di Stato.
In questo senso, il concetto di “Strage di Stato” é internamente contraddittorio. Le Stragi di Stato sono formalmente impossibili. Lo Stato é per forza innocente, o per meglio dire é ontologicamente vincolato a non compiere certe azioni, che pure sono (o sembrano) necessarie alla sua sussistenza. I rappresentanti si trovano quindi nella necessità di agire al di fuori dalla legge per compiere, “per il bene del popolo”, o più esattamente per l’interesse di una parte della società, atti di cui nessun beneficiario intende prendersi la responsabilità. Questo doppio vincolo paradossale, trasformando il funzionario in un boia, permette di catalizzare ed evacuare la violenza prodotta dal sistema democratico, come “effetto collaterale” o scoria.
Per un’epistemologia del complotto
Rimangono però due nodi al pettine, che andrebbero approfonditi. Il primo sono i Servizi Segreti, poiché, pur essendo un organo dello Stato, aggirano entrambi vincoli della legalità (in una certa ambigua misura) e soprattutto della pubblicità. La domanda “Quis custodiet ipsos custodes?” è uno dei problemi metapolitici più consistenti delle democrazie contemporanee, che le continue riforme dei servizi d’informazione (la più recente nel 2007) tentano di risolvere. Come dichiarato dal verde Daniel Cohn-Bendit, democratico ortodosso, in un’intervista a Repubblica del 2006, non é impossible che “i servizi segreti (…) agiscano anche al di là dei compiti dati loro dai governi”. I Servizi Segreti non sono e non possono essere interamente sotto il controllo dell’esecutivo: in un certo senso, mettono in crisi il confine tra legale e illegale, legittimo e illegittimo, e dunque l’autenticità dei propri atti ufficiali. Mi sono sempre chiesto quale fosse lo statuto politico dei famigerati “memoranda segreti”, se (e in quale misura) possono essere considerati atti d’ufficio. Stupisce, peraltro la pochezza bibliografica sull’argomento, e anche i pochi che l’hanno affrontato (Ernst Kantorowicz ad esempio) non hanno detto molto.
Il secondo nodo riguarda la necessità di costruire un concetto di Stato sostanziale accanto allo Stato formale, kelseniano. Se la sussistenza del sistema (e di tutti i rapporti di potere vigenti) é interamente e regolarmente garantita dal “lavoro sporco”, ovvero illegale, a che serve il concetto giuspositivistico di Stato, che vincola lo Stato alla legalità? Accanto alla “impossibilità (formale) dello stragismo di Stato” la storia d’Italia suggerisce tutt’altro scenario, che per essere compreso necessita forse di un “modello” politico differente, che neutralizzi il dispositivo espiatorio con cui i cittadini democratici – i beati fischiatori – costruiscono l’illusione della propria innocenza. Risolvere tutto nelle deviazioni, nelle mele marce e negli estremismi rischia di decomporre il significato complessivo di tutta la faccenda (e dunque la sostanza del sistema democratico) con l’abile impiego di un deus ex machina espiatorio, eretto a regola del sistema, utile idiota che si prende carico d’ogni lavoro sporco: l’usurpatore.
Per adesso ci sono i fischi, straordinario rituale meta-politico con cui il cittadino democratico sconfessa i propri rappresentanti, e si purifica dalle colpe di crimini compiuti per il suo bene.
Commenti
immagina un gruppo di terroristi che sequestra un uomo politico, lo processa per un reato che, sarà dimostrato, costui ha commesso, infine lo condanna secondo tutti i riti ed esegue la condanna (es. bush che violenta e uccide un texano negro: in texas c’è la pena di morte). che succederebbe? la gente sarebbe d’accordo o no? se avessero sparato a moro perchè si era mangiato un bambino e non come nemico politico, la gente che avrebbe detto?
Non so, vediamo che succede a Fioravanti.
in molti casi la qualifica di rappresentante dello stato costituisce uno degli elementi necessari a configurare un certo delitto (di solito la versione aggravata di un delitto comune: aggravata perchè la compie il funzionario dello stato). quindi dire che il poliziotto non può delinquere (sennò non è più poliziotto) è erroeno sia nella prassi che nella teoria: è, appunto, un semplice formalismo linguistico, un paradosso solo apparente. nel caso delle massime cariche dello stato il discorso è un po’ più complicato. il fatto è che il diritto non è unico.
Capisco che la prassi e la teoria non esprimano espliticitamente questo meccanismo (“il funzionario che delinque non é un funzionario”) perché il nostro ordinamento non conosce la dottrina dei due corpi, che pure rimane un modello molto utile per interpretare il reato di abuso di ufficio. Re-introducendo la dottrina dei due corpi, necessariamente mi trovo a “forzare” l’interpretazione del codice.
Riguardo alla circostanza aggravante, per esempio, tu dici che che ad essere aggravante é il fatto che sia un poliziotto che compie il delitto, mentre io sostengo che vi sono due infrazioni distinte: oltre al delitto in sé (prima infrazione), l’autore si é fatto passare per un poliziotto (seconda infrazione). In effetti, non essendo formalmente possibile al poliziotto di compiere la prima infrazione, chiunque l’abbia compiuta non é un poliziotto, ma semmai qualcuno che si finge tale.
Insomma a me pare lecito sussumere l’abuso d’ufficio entro la categoria dell’usurpazione (temporanea e limitata agli abusi), che ovviamente é una finzione teorica non prevista dal nostro ordinamento giuridico (per casi di questo tipo).
(In effetti avevo proprio scritto “secondo il nostro ordinamento”, ho corretto e cercato di attenuare, per chiarire che si tratta di una decostruzione del dispositivo e non di una descrizione giuridicamente affidabile)
la tua ricostruzione più che decostruire deforma, perchè se io mi vesto da poliziotto e usurpo davvero la funzione non vengo perciò punito come se fossi davvero un poliziotto che delinque. le tre cose (io commetto il reato, io lo commetto travestito da poliziotto, io sono un poliziotto e lo commetto) sono distinte (e distinguibili) non solo a livello dell’ordinamento concreto, ma anche in linea puramente teorica (io usurpo la funzione, il poliziotto la tradisce, come il presidente della repubblica tradisce la costituzione). il fatto, ripeto, è che i sistemi giuridici ammettono (contengono, producono) un certo grado di contrasto interno, che deriva inevitabilmente dalla loro complessità, con migliaia di norme che operano a livelli diversi. ritornando al tema del tradimento, è proprio quello che si contesta ai politici per fatti come bologna etc: che hanno tradito la legge e lo stato. e quando questi politici rappresentano la fazione dominante, si può dire che il governo stesso ha tradito il popolo e la sua funzione ( si dovrebbe perciò dire strage di governo più che strage di stato). ed è ancora possibile che tutto il sistema stato tradisca la sua funzione (succede ogni giorno, in milioni di piccoli inadempimenti che ci rendono la vita difficile), e che ciò nonostante resti “stato”, come un corpo malato resta un corpo. io capisco l’immagine di questi “funzionari” che per salvare il popolo da se stesso lasciano mettere una bomba, ma è una visione “romantica”, propalata dai film e dai fumetti (vedi “il divo”, dove andreotti rinfaccia al popolo di essersi dovuto sporcare le mani per il bene pubblico, oppure tutti i film in cui il poliziotto giustiziere “viola la legge” per salvare la legge), ma di fatto la violenza che esiste negli umani si scarica ben diversamente: o nell’odio per gli altri popoli o, nelle società più avanzate, nell’odio per se stessi.
Ciao, ti rispondo in due punti.
1) Abuso d’ufficio come usurpazione. In realtà quello che faccio, come avrai notato, é portare Kelsen (ovvero l’identificazione dello stato all’ordinamento) all’estremo. Siamo d’accordo sulla differenza tra me travestito da funzionario e un funzionario che delinque, ma nella mia formulazione il poliziotto che delinque é scisso in due figure (nota che questa scissione é del tutto incompatibile con la nostra concezione dell’individuo, per cui informulabile tecnicamente): ad esempio é poliziotto mentre mira alla testa, ma non lo é nel farlo intenzionalmente e/o senza ragione. Se é ufficiale solo cio’ che corrisponde al mandato e ai termini dell’ufficio, cio’ che non vi corrisponde non ha alcun criterio di ufficialità: non é dunque formalmente compiuto dall’ufficiale (mi pare che questo discenda logicamente dal modello kelseniano). Per questo senz’altro lo stato sussiste malgrado gli inadempimenti, ma formalmente gli inadempimenti non sono atti dello stato, nei termini kelseniani cui sono voluto ricorrere. Se proprio non si riesce a mantenere che la mia interpretazione coglie lo “spirito” del dispositivo, allora sosterrei che il dispositivo é un’eredità di un dispositivo precedente, quello dei due corpi, o che i due corpi sono l’innesto necessario perché il modello kelseniano funzioni.
2) Sacrificio ed eccezione. Io non sostengo che i funzionari “per salvare il popolo da se stesso lasciano mettere una bomba” ma che in questa finzione ideologica, innanzitutto quella del popolo da salvare, questi funzionari possano giustificare il famigerato “stato di necessità” che gli permette di sospendere lo Stato (giustamente noti che questo é il grande tema dell’epica cinematografica contemporanea, e se é cosi’ banale c’é una ragione). Alla fine i beneficiari non sono “il popolo”, che non esiste, ma sicuramente una parte della società (che tu chiami “fazione dominante”), che riesce contemporaneamente a fischiare e a godere dei benefici: come quando i bravi democratici occidentali fanno fare il lavoro sporco alla Lega. Per questo secondo me é necessario comprendere il dispositivo espiatorio con cui le democrazie nascondono a sé stesse ed espellono la violenza di cui beneficia un’ampia classe che attinge alle risorse e ai diritti, ai giornali e allo sdegno civile, insomma… i blogger.
Magari fosse tutto così netto e ordinato come sostieni!… e cioè che vi sia uno slittamento tra forma e sostanza dello stato… e che si salvi almeno la forma!…
Io ci vedo una gran confusione… una cortina fumogena che è spazio insignificabile. Una nube (dopo ogni esplosione… reale o di informazioni)… forse creata appositamente per far risplendere lo stato come ordinamento… per contrasto? Ma oggi mi sento di dire che non vi è più contrasto. L’osceno è nella scena. La mitologica e insoppotabile “persona per bene” (evocata per esempio da certa opposizione reazionaria) è vittima consapevole e volontaria di un “contagio” che non ha più confini… né interni, né esterni.
Così mi sento di dire che lo stato esiste localmente, di volta in volta, fingendo utilità e servizio o uccidendo (per mano di un x che ha ricevuto le armi da y che ha avuto ordini da z, ecc… con “regressus ad infinitum”), barando sull’autorevolezza dei suoi ordinamenti generali, che non sono che una mascherata, una parata risibile (così mi spiego il sorriso ebete del premier con parodistico saluto militare, il 2 giugno scorso). Persino i servizi segreti non sono troppo segreti (solo se lo fossero lo stato potrebbe dirsi salvo: un segreto perfetto è come se non ci fosse). L’episteme dell’epoca è l’emergere di una Realtà oscena (che non rimanda più a niente) nel bel mezzo dell’ordine dei segni (che qui chiami stato). Quel che si definisce una violenza sostanziale che ormai non è più in funzione dell’ordine del discorso, ma del suo disfacimento. Dunque stragi, morti, orge, inquinamento, disinformazione, ecc… Uno strappo sulla tela. O meglio, un buco nero, visto il suo potere d’attrazione…
Il problema per me è: come si risponde alla Realtà, a questa voluttuosa e sostanziale distruzione della forma (che ormai non si cerca neanche più di salvare)? con l’ennesimo discorso ordinato? O con la rinuncia (e la lotta) al soggetto universalista (magari in favore di un ipotetico ordine dell’immaginario [*], rimosso collante tra simbolico e reale, che è per definizione sempre “locale”, singolare, “différant”)?
Certo, per prima cosa i bloggers non dovrebbero fare un coro conformista di sdegno… e protagonismo personale. E’ una questione di “anti-governamentalità” ed educazione…
[*] Ordine dell’immaginario = Allenarsi a intuire (e prevedere) gli sviluppi simbolici di leggende, sogni, miti e quant’altro…
Valerio, io credo che l’unica critica valida sia un’autocritica, con tutti i limiti che puo’ avere questo approccio, che tu già stigmatizzasti. In questo caso, credo che non si possa onestamente parlare di un auto-inganno delle società democratiche (nel celare ed evacuare la violenza che le sostiene) senza accettare di essere parte in causa e beneficiari. La semplificazione é ovvia, come artificiosa é l’idea stessa che esista uno Stato, piuttosto che un insieme di regole e procedure messe in pratica in maniera non-uniforme. Ma é propria questa semplificazione, che non é mia, la superficie spettacolare che permette di costruire la nostra innocenza. Tu sei pronto ad accettare la demistificazione del dispositivo espiatorio e prendere TE le colpe dei tuoi governanti?
Insomma… Kelsen ha avuto la peggio (come anche Schmitt). Lo stato di eccezione è la regola, in qualche modo. E questa eccezione si configura come oscenità indicibile del Reale che squarcia con regolarità l’ordinamento statale (non per preservarlo, sia pur paradossalmente… ma per smembrarlo, senza una strategia tensiva, per semplice godimento e interesse privato…).
Per questo secondo me occorre s-fondare lo stato, relativizzandone e prevenendone le possibili mitologie fondanti (sostanzialmente violente).
Non si può insistere a lungo nella predazione e nel saccheggio, nella schizofrenia e nel doppio legame.
Ma del resto questo blog si occupa della fine dei tempi…
secondo me tu fai una cosa ulteriore e un po’ diversa, perchè non solo a fini esplicativi equipari lo stato (ideologia) all’ordinamento positivo, e quindi la giustizia al diritto, ma presupponi pure che il sistema del diritto sia privo di lacune e contraddizioni interne, cosa che in effetti nemmeno kelsen ha mai detto. se tu pigli la teoria e la estendi al massimo, non avrai più nemmeno un individuo come un “ente strutturato” e unico, ma solo i mille aspetti dell’individuo che vengono volta per volta sussunti nella norma. quindi non esiste il poliziotto ma solo il poliziotto che spara o non spara o fa questo o quello, a seconda della norma che viene chiamata in gioco (come se la reltà venisse continuamente processata da un sistema di regole). il fatto è che, pur volendola mettere sotto questo piano, non c’è scritto da nessuna parte che le norme debbano essere per forza logicamente coerenti, per cui è possibile (ed anzi avviene) che lo stesso gesto sia “del poliziotto” e sia contemporanemanete illecito. cioè, la super norma che tu presupponi è “tutto ciò che viene fatto secondo la norma è valido ed efficace”, e poi supponi la norma “il poliziotto agisce esclusivamente secondo diritto”. quindi colui che non agisce secondo diritto non è un poliziotto, oppure se agiesce secondo la legge è poliziotto anche se fa “il male”. ma in realtà questa seconda norma non deve esserci necessariamente, e soprattutto non esclude l’esistenza di norme che dicono una cosa diversa. siccome l’ordinamento è frammentario (qualsiasi sistema di regole abbastanza potente è frammentario e contraddittorio), esisteranno norme che vietano determinati comportamenti e addirittura norme che nel vietarli presuppongono la qualifica di poliziotto, e quindi entrano in parziale contrasto con quella per cui il poliziotto agisce secondo la legge. insomma, il poliziotto non è solo colui che agisce secondo la legge, ma anche colui che ha frequentato determinati corsi, ricevuto certe qualifiche, etc. il suo status è determinato da mille norme, non da una soltanto. quindi colui che ha seguito quel certo corso etc è, a determinati fini, un poliziotto, anche quando delinque. in definitiva, il tuo discorso mi sembra valido per un sistema di regole relativamente semplice (es. un gioco come gli scacchi, in cui le regole contengono già tutte le possibili posizioni dei pezzi e in definitiva ogni partita non è altro che un caso particolare delle regole), ma non per sistemi più complessi: e non perchè nell’ordinamento ci sia “l’elemento umano”, ma perchè la pura complessità formale del sistema lo rende abbastanza imprevedibile e intimamente contraddittorio. quindi secondo me equiparare a fini esplicativi l’ordinamento a un gioco di scacchi significa in buona parte fraintedere cos’è l’ordinamento. sarebbe forse più “chiaro” equipararlo a un immensa raccolta di testi con ben poco ordine.
(L’ultimo mio commento l’ho scritto prima di leggere la tua risposta…).
Non stigmatizzo il tuo approccio argomentativo, che è sempre puntuale e ben supportato da riferimenti culturali… anzi lo ammiro molto. Magari tutti i blogger si facessero venire certi scrupoli sulle fonti…
Quanto alla domanda “Tu sei pronto ad accettare la demistificazione del dispositivo espiatorio e prendere TE le colpe dei tuoi governanti?”… la ritengo una interrogazione retorica condita di grande ironia tragica.
Non so come risponderti di preciso… Proverei a parlare di “responsabilità“, più che “colpa”. Ma dovrei avere nelle mie mani gli strumenti di un potere locale (condiviso, assembleare, municipale, localista o quel che sia… nato da un potere centrale kelseniano puro, solo “virtuale”, inesistente, geometrico). Cosa che non ho, in quanto conscio di non contare un gran ché in generale… Nel frattempo, il mio immaginario si sforza di essere diverso (faccio il possibile) da quello che mi si propina o propone. Non è un tentativo di essere innocente, ma di far gemmare altre possibilità inedite, periferiche, singolari… magari più a buon mercato.
Credo che il capitalismo nella sua interezza (anche nella sua forma democratica) si stia dimostrando insufficiente a rispondere ai bisogni elementari dei suoi buoi. Dal mio punto di vista sembra necessario individuare un criterio di costruzione inedito e sorprendente degli “user-defined contents” prossimi venturi. Se siamo di fronte ad una nuova strategia, si può rispondere solo con un’altra strategia imprevista.
ah, e dimenticavo nel mio verboso commento che la tecnica psicologica di cui parli, anche se esiste, non mi pare per niente rilevante, perchè è comune: e non comune nel senso di “banale”, visto che può essere banale e rilevantissimo, ma comune in senso proprio, cioè non esclusivo della politica. in realtà a me non fa impressione pensare che lo stato fa anche il male nel mio interesse, allo stesso modo in cui ogni volta che commetto una scorrettezza la vesto di buone ragioni: è un procedimento naturale, che anche se conosciuto non ci turba. a me, come orecchiante del diritto, quello che mi spaventa e anzi mi fa voltare lo stomaco è avere a che fare con un sistema non solo imperfetto, ma addirittura non perfettibile: mi è più duro accettare l’irrazionalità del sistema, che non immaginavo, piuttosto che l’infingardaggine umana.
Dhalgren: in effetti presuppongo “che il sistema del diritto sia privo di lacune e contraddizioni interne”. La mia impressione é che ad essere lacunaria e contraddittoria é semmai la codifica, non l’ordinamento in sé, che a livello formale, di finzione, non puo’ considerarsi “lacunario e contradditorio” se non a rischio di compromettere la propria necessaria coerenza interna. A giurisprudenza non insegnano questo? Poi siamo d’accordo che nei fatti non lo é, lo Stato é pazzo come il demiurgo degli gnostici, e come notava Valerio in un altro commento c’é anche un problema di disomogeneità della giurisdizione, e quindi “in sostanza” lo Stato non equivale all’ordinamento.
Ad ogni modo non c’é solo il problema della legalità, ma soprattutto quello della legittimità: ovvero, l’ufficiale o il funzionario hanno un “mandato”, una rule of engagement, un contratto, che li vincola, e dai quali traggono i loro poteri. Di tutto cio’ che é previsto nel contratto sono formalmente responsabili i mandanti, ma di tutto il resto no: ogni atto non previsto dal contratto é dunque non ufficiale, non é un atto d’ufficio. Da questa illegittimità discende l’usurpazione e dunque l’illegalità.
Valerio: Presto cerchero’ di scrivere compiutamente quello che penso della responsabilità individuale nel sistema democratico, ma il discorso é che per quanto ti sforzi di produrre un pensiero critico, anzi tanto più ti sforzi, tu stai consumando delle risorse (materiali e immateriali) che ti sono garantite dall’esercizio di una violenza fatta in tuo nome, che tu rigetti formalmente (con: opinioni, voto, impegno politico) ma rivendichi sostanzialmente (con: consumi, rivendicazioni collaterali).
Non sono io che ho avanzato richieste di purezza formale :)
Per me la contaminazione e il contagio sono un punto di partenza imprescindibile. Ma è anche importante definire strategicamente cosa far emergere… il criterio di emergenza degli enunciati e dei consumi (come delle produzioni).
A questo punto attendo con curiosità il post sulla responsabilità dell’individuo nelle società democratiche… :)
Tiscali (nel mio caso) sarà contenta.
tu pensi che l’ordinamento, come sistema astratto, sia razionale e corente (o almeno ipotizzabile in questa maniera), mentre l’ordinamento concreto può sbagliare. ma è proprio questo che sto negando dal principio. il sistema del diritto _già in astratto_ è necessariamente contraddittorio e questo non lo insegnano a giurisprudenza, che tende ad occuparsi degli ordinamenti reali, ma a matematica: tutti i sistemi formali abbastanza complessi sono necessariamente incompleti o incoerenti. se tu “frantumi” un codice (o meglio ancora lo ricostruisci daccapo, con metodi puramenti formali), ottieni un meccanismo che partendo da assiomi costruisce norme specifiche (una serie di regole formali di produzione di norme, come la famosa piramide kelseniana, che parte dalla norma base e arriva per passaggi logici alla “norma del caso concreto”, sentenza o provvedimento puntuale che sia). ma e questo sistema, giunto ad un certo grado di complessità, è vittima dell’incompletezza e/o della contraddittorietà (bada che questa non è dottrina consolidata, ma solo la mia applicazione del teorema di goedel ad un diverso sistema formale, che però mi pare ragionevole). d’altra cazzo kelsen, che presumibilmente non conosceva goedel, era però abbastanza avanti da capire che pure il sistema astratto non si basa sulla logica ma sulla volontà (i passaggi possono essere logici, ma la “posizione” delle norme è questione di volontà).
quando poi parli del “mandato” del poliziotto usi termini assai diversi e di matrice civilistica (mandato, contratto), mentre qui siamo più nella sfera del diritto pubblico e del problema degli “organi” (in che modo l’ufficio “rappresenta” il potere? la c.d. “immedesimazione organica” ha senso o è solo una specie di metafora? etc), ed è ancora profondamente diversa dal “mandato parlamentare” da cui prendeva le mosse il discorso. resta il fatto che quando la pubblica amministrazione agisce al di fuori della legalità spesso si dice che “degrada” a semplice privato (quindi se ti espropriano in maniera illegittima un terreno è “quasi come” se un privato se ne impossessasse, con tutte le conseguenze). quindi siamo vicini a quel che dici, ma stiamo sempre lì, è “quasi come”, perchè rimane una netta differenza tra la p.a. che compie l’illecito e il privato che compie l’illecito. il sistema “sa” che le cose sono diverse e aspira a regolarle diversamente, sia per ragioni di giustizia sostanziale (trattare in modo diverso casi diversi) che per ragioni sistematiche.
il potere politico, inoltre, non è la pubblica amministrazione, da cui si distingue per una serie di indici, tra cui una certa libertà nello scegliere le finalità da perseguire (nel rispetto della costituzione, se non la cambiano). in queste condizioni, e con limiti così labili, è quasi impossibile parlare di “crimine” del potere politico: in pratica lo può fare solo un sistema sovranazionale (all’interno del quale si riprodurrà lo stesso problema per i suoi vertici). quindi sono sistemi dentro sistemi, meccanismi dentro meccanismi, e della strage di bologna si dovrebbe occupare una corte internazionale.
Dahlgren, trovo molto interessante l’applicazione dei teoremi d’incompletezza all’ordinamento giuridico, e ribadisco che “in sostanza” mi pare convincente e dunque contribuire alla mia distinzione tra formale e sostanziale. Detto questo, che l’ordinamento sia teoricamente incompleto da un punto di vista matematico non implica che sia teoricamente incompleto dal punto di vista della finzione giuridica. L’esistenza di un principio di coerenza dell’ordinamento giuridico mi pare chiudere la questione su questo punto, e citando wikipedia (!) affermo: “l’ordinamento non conosce antinomie prima dell’interpretazione.” Alla fine del tuo commento tiri in ballo il diritto internazionale, ed é vero che il concatenarsi di diritti locali e giurisdizioni costituisce un ulteriore vespaio che potrebbe dare l’idea di una non-regolarità di tutto il sistema, ma nella teoria tutto é armonioso, ed é a questa armonia che tende ogni sforzo ermeneutico.
Sulla confusione tra terminologia privatistica e pubblicistica hai ragione, infatti vi sono ricorso come extrema ratio per interpretare il rapporto di legittimazione di cui é investito il funzionario/ ufficiale/ rappresentante. Ad ogni modo mi pare corretto ritenere che ogni diritto puo’ essere ridotto alla sua matrice privatistica e contrattuale (vedi Hobbes che fa risalire tutto il pubblico dal contratto privato). Mi pare ugualmente corretto ritenere che ogni trasferimento di potere vada interpretato attraverso il dispositivo del “mandato”, che fissa le capacità dell’ufficio, e che sia o meno stato stipulato un contratto effettivo.
Riguardo alla criminalità del potere politico, é vero che il mandato é meno vincolato rispetto a quello di un funzionario della pubblica amministrazione, poiché l’esecutivo detiene la decisione sullo stato d’eccezione e una certa misura di potere legislativo. Detto questo, la mia opinione é che dal momento che l’esecutivo “sospende” una norma, e si trova in una situazione di non-legge, egli “sospende” anche la propria legittimità. Cio’ che fa allora, che non é illegale ma nemmeno legale, é interamente sotto la sua responsabilità. Una responsabilità meno che giuridica (perché il diritto interno é stato sospeso) ma comunque “formale”, diciamo da un punto di vista “morale”. Il fatto é che cio’ che sta facendo esula da qualsiasi mandato, se non da una finzione di mandato “sostanziale”, una sorta di assegno in bianco per eseguire la volontà popolare. Il problema é che “il popolo”, o chi per lui, potrà sempre scaricarsi dalla colpa e farla pesare interamente sul sovrano visto che non c’é alcun mandato esplicito.
Ovviamente tutto questo non vale per un funzionario della pubblica amministrazione o per un ufficiale dell’esercito, ma poiché il modello sovrano é “contagioso”, anche il funzionario o l’ufficiale (tipo John Rambo) posso convincersi di potere esercitare un mandato sostanziale, che é per esempio cio’ che fanno i resistenti.
mah. secondo me dire che “prima dell’interpretazione non esistono antinomie” ha poco senso, perchè il diritto prima dell’interpretazione non esiste. è come dire “prima di leggerlo, un libro è perfetto”. il dogma della completezza del sistema esiste, ma è nato in un periodo in cui non era nota la trappola dei sistemi complessi. il diritto si proclama completo (ma neanche tutto: il diritto penale si proclama frammentario), ma è appunto una finzione, anzi una mera declamazione, perchè non c’è nessun “sovrassistema” nel quale possa esistere questa finzione (e lo stesso codice “lo sa”, visto che nei casi estremi fa riferimento a criteri non giuridici, come l’”equità“). secondo me una moderna teoria del diritto che non prenda in considerazione la necessaria autocontraddittorietà del sistema non è modena, ma ottocentesca.
per mostrarti quanto sia fuorviante parlare di mandato (civile) per il potere politico, considera che io posso darti mandato di comprare una casa, ma non posso darti mandato di stabilire le regole del rapporto di mandato. questo tipo di contratto avrebbe un oggetto indeterminato, o rimesso alla volontà di una sola delle parti, cosa che il diritto civile tende ad escludere. quando da un mandato io sono “dentro” il sistema del diritto, mentre il popolo sovrano che delega il suo potere ne è fuori, non ha un potere superiore che lo limiti (se non la costituzione, che però è pure lei in parte modificabile). quindi il politico che “sospende la legge” lo fa in base a una superlegge (la costituzione) e il suo agire è legale. se invece violasse o sospendesse la costituzione, allora non sapremmo più dire da dove trae il potere di farlo: a quel punto il suo agire non sarebbe nè legale nè illegale, ma un puro fatto (come la caduta di un asteroide). ma non esisterebbe più nemmeno alcuna responsabilità, giuridicamente parlando. sarebbe solo un fatto naturale determinato da infinite cause naturali (la scarica di certi elettroni nel cervello etc.). a questo punto, non c’è nessuna “responsabilità” da scaricare: sarebbe solo una cosa creata a posteriori, nel momento in cui si ristabilsce il diritto: allora il popolo creerà nuove regole per qualificare ciò che è accaduto nell’intervallo. nel momento in cui la legge “non c’è”, noi non sappiamo cosa sentono gli umani: possono provare un sentimento di colpa, o pena, forse quella che chiami responsabilità morale o sostanziale, ma possono benissimo non provare nulla. così, dopo la caduta del regime il popolo può dare tutte le colpe ai fascisti, ma il nuovo stato “costruirà” un tipo di responsabilità diversa: gli uomini eletti dal popolo promuoveranno “la riconciliazione”, non ci sarà questo scarico della responsabilità nè la punizione dei capri espiatori (che è avvenuta durante il periodo di non legge e non è stata giustizia, nè ingiustizia, non è stato nulla).
tu dici: l’uomo che crede di avere il mandato del popolo farà ciò che vuole, e il popolo potrà sempre trincerarsi dietro la mancanza formale di un mandato: quindi tutti e due sono “sciolti” e accadrà il peggio, di cui non risponderà nessuno. ma questo non è vero perchè se c’è un “mandato” formale e tu fai qualcosa di diverso, io popolo devo fermarti. e se questo mandato ti da il potere di cambiare il mandato, allora io popolo non potrò dire di non averti dato quel mandato. la scusa non regge, epperciò dico che la responsabilità esiste sempre, finchè non crolla l’intero edificio dello stato.
Direi che effettivamente é “ottocentesco” il giuspositivismo, come dispositivo ideologico di evacuazione dell’irregolare, dell’arbitrario, dalla sfera del pubblico. Ma una “moderna teoria del diritto” non puo’ esistere senza profanare l’artificio necessario all’esistenza stessa del diritto: oggettività e uniformità. Altrimenti la tua “moderna teoria” dovrebbe spingersi a sostenere che il diritto non esiste, ci sono soltanto delle prescrizioni illegititime che vengono discrezionalmente esercitate su individui non consenzienti…
Riguardo al paradosso del mandato che permette la propria sospensione, in realtà direi che il mandato INCLUDE le condizioni della sospensione di alcuni o tutti i termini, non la sospensione del mandato stesso o il diritto di stabilire nuove regole di mandato. Il mandato é vigente ma non definisce più nulla, si é autosospeso. Rimane valido solo un mandato sostanziale, che non ha nulla di oggettivo. Quello che accade in seguito é, come dici, te, un puro fatto, come un asteroide. Per questo mi pare che lo stato si trovi a questo punto in una situazione di “apocrifia”, e il problema (dal punto di vista della responsabilità) é proprio il fatto che un mandato sostanziale non lascia tracce, a parte quelle vaghissime della Costituzione. E se non ci sono tracce, non c’é Stato.
In questo senso, per venire all’ultimo tuo appunto, il fatto é che questo meccanismo in fondo é una trappola preparata dai popoli per i sovrani: al sovrano si dice “tranquillo, tu sospendi pure il mandato formale e fai quello che vuoi sulla base di un mandato sostanziale”, ma poiché il mandato sostanziale é del tutto vago, c’é sempre modo – ex post senz’altro – di sostenere che non é stato rispettato. Cosa che non puo’ succedere in presenza di una legge scritta! Ed é la ragione per cui, nei processi per crimini contro l’umanità, a pesare é quasi sempre la decisione arbitraria, e mai la rigida esecuzione di una norma legale: perché questa é difficilmente punibile, a meno di distruggere tutto l’artificio “ottocentesco” di cui sopra.
se l’incompletezza portasse a ciò che tu dici, dovremmo anche concludere che non esiste la matematica ma solo una serie di procedimenti arbitrari che producono risultati a cazzo. il sistema del diritto può sopravvivere anche senza il dogma della completezza e della non contraddittorietà (per altro, al riguardo ho sviluppato una mia personale teoria che spiega anche troppo).
su quel che dici dopo, la distinzione tra le nostre posizioni mi sembra questa: tu sembri ritenere che possa esistere un “vuoto parziale”, mentre io dico che il vuoto non c’è mai, perchè se c’è allora vuol dire che non c’è stato. cioè, per te è possibile che all’interno di un ordinamento esistano delle falle momentanee (la bomba di bologna), mentre per me l’ordinamento o c’è o non c’è. se c’è, quelle che sembrano falle sono legittime o criminali, ma comunque “giuridificate”. se non c’è, non c’è e quindi non c’è delitto e nemmeno responsabilità.
poi, una cosa è che i fatti siano oscuri, un’altra che lo siano le norme. nel nostro sistema la costituzione è scritta, ma ciò non elimina l’ambiguità. non è questione di legge scritta ma di legge univoca, ed essendo la legge quel che è non potrà mai essere del tutto univoca. quindi non c’è un meccanismo di scarico della colpa che si innesta su un sistema corretto: ma un sistema intrisecamente contraddittorio che incidentalmente ammette meccanismi (piscologici, da indagine sociologica e non giuridica) di scarico della colpa. pertanto, se pure tutti gli uomini avessero una morale d’acciaio, più dura del diritto, rimarrebbero comunque vittime di un sistema che come tutti i sistemi formali e di espressione ha alla sua base un buco, un vortice, una tara originaria, un gorgo spaventoso.
infine voglio fare un esempio semplificato al massimo, per eliminare la catena delle responsabilità: io sono il regnante dell’isola di utìsca, unico governante democraticamente eletto dal popolo. sopra di me ho una costituzione molto dettagliata, con una regola di chiusura dice: nel caso di eccezionale pericolo per la nazione , il governante può e deve fare ciò che è necessario per salvarla, qualunque cosa sia. ora, io temo (giustamente) che alle prossime elezioni prevarrà un individuo spregevole e pericoloso, che inganna il popolo. per evitarlo, metto personalmente una bomba che uccide novanta persone e faccio ricadere la colpa su di lui. tu dici: la sospensione della legge rende quel comportamento ingiudicabile, e quella norma esiste perchè il popolo si lava le mani dal sangue, che ricade (moralmente) sul governante. tutto ciò sul presupposto che popolo e governante e stato e ordinamento permangono.
io dico: se pure si volessero prevedere puntalmente tutti i casi di pericolo eccezionale per la nazione, resterebbe sempre una certa ambiguità e la possibilità di contraddizioni, quindi quella regola così vaga (tutto ciò che è necessario) non fa altro che riassumere e compendiare quel che sarebbe comunque inevitabile, vista la natura del diritto. quando il governante mette la bomba, di fatto compie una rivoluzione: si insinua nella piega che _già esiste_ nel diritto e a quel punto lo stato non esiste più, e non esiste responsabilità: né sua, né di alcuno. dopo il suo gesto sorgerà un nuovo stato, perchè la rivoluzione, per come la intendo io, può essere una cosa quasi impercettibile, e il nuovo stato “riqualificherà” i puri fatti nelle forme giuriche (perchè solo lo stato può farlo) e distribuirà le colpe. questa ricostruzione ha il vantaggio, per me, di un maggiore formalismo, e non richiede indagini nella metalità di un popolo.
Avevo scritto “due righe”…
Che ci siano “soltanto delle prescrizioni illegititime che vengono discrezionalmente esercitate su individui non consenzienti…” (scrive Raffaele), la trovo una interpretazione estrema, ma interessante… per certi versi è il mio punto di vista (non essendoci a mio avviso norme e leggi che possano essere definite come universali, costitutive… Nel tempo tutto confligge).
A parte questo, ho come l’impressione che ci si muova su mitologemi cui non corrisponde forma alcuna (ecco perché invocavo un “ordine dell’immaginario” politico sul modello del “Fisiologo” come collante tra il Reale insignificabile della bomba e l’ordinamento simbolico statuale). Il contratto? Dov’è? Esiste giuridicamente questa entità? Sarebbe la delega della rappresentanza? E’ scritto forse da qualche parte un solo articolo che vincoli le parti (popolo ed eletti)?
Il contrattualismo si fonda su di un mitologema in quanto non esiste formalmente un contratto. Ovvero: due (o più) volontà che si esprimano con una concertazione e poi una carta scritta. Esistono le Costituzioni (che però durano troppe generazioni per poter essere considerate un contratto… non si stipula un contratto con i morti, i Padri fondatori… se non in senso testamentario) e le elezioni (queste ultime però sono, come è evidente, un assegno in bianco, un contratto che si auto-annulla nella sua prassi, pur decantandosi come espressione della volontà popolare). Di quale contratto stiamo parlando? O vogliamo dare dignità di “natura”, di “sostanza” a questo esercizio mascherato della forza che è il diritto? No, perché per lo meno si parte da assunti di giuspositivismo… Dunque consideriamo, a metà tra anarchismo e liberalismo, la Legge come una pura formalità, una finzione.
In un certo senso è ancora più fantascientifico parlare di mandato o contratto “sostanziale”, segreto… mediante il quale sarebbe possibile compiere atti criminali per il bene del popolo. Questo è un altro mito gigantesco. (Con tutto il suo repertorio di marionette, doppi corpi, sacrifici, ecc… che potrebbero rientrare semmai nell’”ordine immaginario”, mitologico, cui accennavo, e che ha una sua nobiltà antropologica e psicologica).
Forse si dovrebbe sostituire più propriamente alla parola “mandato” o “contratto”, la vecchia nozione (un po’ più dinamica) di “lotta di classe” riveduta e corretta (visto che manca anche la classe oltre che la forma…). Non vi è classe (intendiamola pure in senso tassonomico) che possa reggere i suoi interessi senza l’uso della forza (e della simulazione), per difendere lo stato (delle cose) da nemici esterni come da nemici interni (mediante l’esercito, la polizia, i servizi segreti e… i terroristi). I nemici interni, in uno stato sempre più al servizio, di fatto, di interessi privati, sempre meno pubblico, diventano i cittadini stessi (o il “popolo”… o gli “individui”?). Che vanno allontanati e reiettati in uno spazio impolitico (democratico…) e di libertà DALLA scelta (mediante una simulazione di voto), in un circuito integrato di produzione e consumo (più quest’ultimo…). Quel che emerge è dunque un meteorite di illegalità, un fatto senza significati possibili… come la bomba del finale di “Quell’oscuro oggetto del desiderio” di Bunuel. E’ un dispositivo distruttivo. Irrazionale e irrecuperabile nei suoi effetti. Evento senza causa. Il “politico” diviene un corpo estraneo tra cittadini senza cittadinanza (esplode nella sua oscenità come una bomba, accolta dall’indifferenza generale di uno spazio impolitico che si ritrae per farvi posto o “poltrona”)… E non è vero che la democrazia trovi sempre il modo di sopravvivere alle sue crisi. L’emergere di questa realtà oscena, corrotta, contaminata, è semplicemente un’avvisaglia della fine. Della fine dello Stato. In favore, sembra, di una forma barbarica di anarchismo liberista. Da contrastare magari incentivando mutazioni intelligenti e impreviste del sistema, se si intende sopravvivere.
Mi sembra di capire che Raffaele difenda l’esistente considerandolo armonioso nella sua disarmonia e salvandone comunque fiduciosamente la forma… consegnandosi allegramente al godimento di una pace incolpevole che (gli) sembra possa ancora durare.
Mentre “.” sostiene che solo l’abbattimento dello stato o un meta-dipositivo sovranazionale possa mettere fine alla violenza “sostanzialmente” nascosta (come ogni sostanza divina) degli apparati.
Valerio, comincio dalla fine: mi pare che tu non abbia compreso né la mia né la posizione di Dahlgren (“.”). Parlando per me, io dico praticamente il contrario, ovvero che l’ordinamento giuridico é armonioso e perfetto MA non corrisponde allarealtà, insomma é un’illusione che serve ad evacuare le nostre responsabilità. Cio’ a cui mi consegno allegramente, allora, é il godimento di una pace colpevole, che potrà durare finché i rappresentanti – contrariamente al mio mandato formale: peace and love – continueranno a garantirmela. Sono schizofrenico come ogni buon occidentale democratico, scisso tra un homo misericordiosus e un homo oeconomicus.
Riguardo al resto, il contratto é ovviamente un mito e ne sono consapevoli tutti i suoi teorici. Personalmente credo che questo contratto sia costantemente rinnovato dal momento in cui il cittadino accetta i benefici che trae dalla società, ed é in questa ratifica implicita del contratto che ancoro la responsabilità sostanziale di cui siamo investiti.
io penso che la legge non elimina la violenza (come non elimina il bianco, la quantità, il tempo, le ciglia) ma serve solo a polverizzarla. una corte sovranazionale può soltanto alleviare temporaneamente il problema (tecnico) del vuoto del diritto.
Ok… ora ho compreso… e vado colpevolmente a mare in zona nuclearizzata a contaminarmi un po’… :)
quest’anno però c’è una novità semantica: “nessuno ha il dovere di sottoporsi ai fischi.” con un ribaltamento della realtà degno di una vera e propria rivoluzione copernicana, con questa frase si asserisce che un rappresentante dello stato non ha doveri di esporsi a pericoli di alcun tipo per rappresentare il suo datore di lavoro (lo stato appunto), neanche se ciò sarebbe intrinseco nella sua funzione istituzionale. perché se nessuno ha il dovere di esporsi i fischi, a maggior ragione allora non ha dovere di esporsi alle pallottole. da qui la logica per cui non è neanche il caso di partecipare ad eventuali commemorazioni di rappresentati dello stato che invece si sono esposti a pericoli ben più gravi che qualche fischio pensando invece che questo facesse parte delle loro funzioni, come quelle di falcone e borsellino, per esempio. non capisco perché un rappresentante dello stato non avrebbe il dovere di esporsi ai fischi, se questo rientra appunto nella sua funzione di rappresentanza. che doveri avrebbe dunque, un rappresentante dello stato? e non si confondono pericolosamente doveri e diritti?
anche questa discussione sta diventando un rito. ma non doveva venire la fine del mondo?
Il mondo é finito e stanno mandando le repliche.