La strategia dell’Idra

Tra noi ed il nemico, bisogna stabilire un confine netto.
Rote Armee Fraktion, 1970

Abbiamo bisogno di una definizione semplice e neutrale del concetto di terrorismo. Ci provo: si tratta di un atto di violenza inteso produrre una rappresaglia dell’avversario, allo scopo di favorire la mobilitazione generale e/o giungere a un conflitto aperto. Il jihadismo suicida, dunque, non fa che svelare la dimensione sacrificale e apocalittica insita nella pratica del terrorismo.

In questo senso, non é difficile distinguere tra atto terroristico e combattimento irregolare o guerriglia. Il combattimento irregolare è per l’appunto una forma di combattimento, in cui è coinvolto un soggetto non riconosciuto politicamente (dall’avversario) o legalmente (dal diritto internazionale). Si tratta sempre e comunque di guerra, e “funziona” come la guerra: tutto si svolge interamente entro il paradigma clausewitziano. La guerriglia, come la guerra, è “un atto di forza per costringere l’avversario a compiere la nostra volontà“. Nello specifico, la guerriglia di resistenza tenta di configurare una situazione in cui “il dispendio di forze [dell'avversario] diviene sì grande che il valore dello scopo politico non lo compensi più.” Puro Vietnam. Diversamente il terrorismo è un atto di forza per costringere l’avversario a compiere la sua stessa volontà. Alcune persone, senza alcuna prova, hanno accusato gli Stati Uniti di essere feriti da soli l’undici settembre del 2001, invocando una teleologia che il terrorismo appunto rovescia completamente.

La strategia terrorista ha come baricentro il concetto di rappresaglia. In un certo senso, e per un tragico paradosso, il terrorismo fa coincidere per un attimo le volontà degli avversari. Il tempo della rappresaglia è quell’attimo: ma è un attimo che può durare tantissimo, come i sette anni della guerra in Iraq. Sette anni nei quali le vittime del 2001 si sono trasformate nel supremo oggetto di biasimo, e i principi dell’Occidente si sono incrinati definitivamente. Non c’era peggior danno che gli Stati Uniti potessero subire che la manifestazione della propria segreta volontà.

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La rappresaglia, in un’ottica di guerriglia, è l’effetto collaterale negativo di un’azione in sé positiva (omicidio mirato, sabotaggio, ecc.). Il rischio può essere preso e le conseguenze sopportate. Spesso il rischio è colpevolmente sottovalutato. Ma di certo non è la rappresaglia in sé lo scopo ricercato. E perché, poi? Lo scopo è annientare il nemico, mica farsele dare. La Resistenza europea durante la seconda guerra mondiale ha avuto prevalentemente questa forma, che consisteva nel produrre azioni che indebolissero il nemico, per ottenerne una sconfitta militare. Su questo tema – sulla dialettica tra azione e rappresaglia – ci sono alcune belle pellicole: Anche i boia muoiono, di Fritz Lang, ambientato nella Germania nazista, e la Strategia del Ragno di Bernardo Bertolucci, che pure già anticipa la dimensione mitica martiriale che sarà caratteristica del terrorismo suicida. Tutto sommato la differenza tra guerra e guerriglia, in questa prospettiva, è marginale. Checché ne scriva Wu Ming 4.

Al contrario, il terrorismo ha come obiettivo primario di provocare una rappresaglia. L’azione sarà tanto più atroce quanto si desidera che sia atroce la reazione. Ed è l’atroce reazione a produrre gli effetti positivi: l’avversario è costretto a mostrare il suo volto più orrendo – quello del lione – ed è così che inizia a indebolirsi. Questo è esattamente quanto teorizzavano i terroristi rossi negli anni Settanta, ispirati dalle teorie militari di Mao Zedong, ed è ciò che teorizzava recentemente Bin Laden, nelle sue Raccomandazioni Tattiche del 2002, componendo il campo semantico dello svelamento, ad un tempo storico ed apocalittico:

La più grande conseguenza positiva degli attacchi di New York e Washington è stata di avere dimostrato la realtà del combattimento tra i crociati e i musulmani, di avere rivelato l’ampiezza del rancore che i crociati serbano verso di noi. Gli attacchi hanno tolto la pelle di pecora di cui si ammantava il lupo ed è apparso il suo vero volto. Tutto il mondo s’è svegliato, i musulmani hanno preso coscienza dell’importanza della dottrina dell’alleanza con Dio e della rottura [...]

Costretto ad esercitare un potere sempre più insostenibile, l’avversario perde progressivamente la propria legittimità. Perché la legittimità è fondata sulla giustizia che il soggetto è in grado di esercitare e di garantire, e il terrorismo rende impossibile l’esercizio della giustizia. Il terrorismo serve a rendere ingiusta la vittima. D’altra parte l’avversario non può non reagire all’attacco terroristico, perché da un punto di vista strettamente bellico ha subito un danno (economico, umano, morale) che deve restituire per non essere, a lungo termine, annientato. La strategia terroristica limita le possibilità dell’avversario entro un doppio vincolo, che lo costringe a fare ciò che il terrorista vuole da lui: reagire. Oppure ciò che il terrorista vuole da lui: subire. René Girard direbbe che l’unica via fuori da questo circolo é il sacrificio cristiano, e potrebbe anche avere ragione…

L’ovvia conseguenza della rappresaglia è l’ingrossamento delle file dei terroristi, il passaggio dalla parentela alla connivenza all’appoggio alla mobilitazione totale. Per ogni vittima c’è una famiglia che piange e maledice. La conseguenza positiva degli attacchi del 2001, scriveva Bin Laden, è di avere rinforzato la fraternità tra i musulmani, di avere svegliato il mondo. Così, proprio come la mitica Idra, per ogni testa mozzata se ne guadagnano due nuove (almeno, è così che io ricordo la leggenda, anche se a quanto pare non è l’unica: la metafora comunque è nota). Perché allora si dovrebbe temere la spada dell’avversario? Quella spada, bisogna gettarvisi sopra, o gettarvi sopra i propri fratelli. Perché la strategia terrorista non è altro che un sacrificio umano su vasta scala, un olocausto propiziatorio. Il martire non testimonia soltanto della fede nella propria causa, ma soprattutto testimonia della violenza che subisce. Catalizzandola su di sé, nella forma della rappresaglia, la rende riconoscibile. Il martirio è la traccia scavata dell’avversario, la testimonianza della sua atrocità impressa nella carne e nel sangue di chi l’ha scatenata. Nello stesso tempo, è l’avversario a specchiarsi nella vittima, e così nutrire il proprio senso di colpa, minare il proprio morale e smobilitare la propria società.

Confrontati alla minaccia del terrorismo — e più ancora alla minaccia della paranoia globale, che sfocia nella rappresaglia preventiva come governance mondiale — il vero sforzo cui siamo chiamati é il contenimento del male oscuro che il terrorismo é qui per scatenare: la nostra volontà, il nostro vero volto.