Io non sono qui

Il Political Compass è uno dei più noti questionari online che permettono di “misurare” la propria collocazione politica. Chi lo compila ammette volentieri che gran parte delle domande sono mal poste o contraddittorie: grazioso eufemismo. Prendiamo la prima:

“If economic globalization is inevitable, it should primarily serve humanity rather than the interests of trans-national corporations”: Strongly Disagree/ Disagree/ Agree/ Strongly Agree

Come si risponde a una domanda del genere? E più in generale, come si risponde a una domanda non pertinente? Una prima ipotesi di soluzione è non rispondere: questo test è assurdo, passiamo ad altro che abbiamo di meglio da fare. Ma davvero abbiamo di meglio da fare? Via, facciamo uno sforzo e rispondiamo diligentemente. Allora diciamo che sì, certo, ovviamente, la “globalizzazione economica” (qualsiasi cosa intendano e ammettendo che sia inevitabile) dovrebbe essere “utile al bene dell’umanità” e non agli “interessi delle multinazionali”. Strongly Agree, e chi mai potrebbe rispondere altrimenti? Di domanda (incongrua) in domanda, finiamo esattamente dove i compilatori del test volevano che finissimo: libertari e socialisti, in basso a sinistra del loro quadrato magico. Lontanissimo da tutti i governi europei, considerati in vario modo autoritari e di destra.

C’è da chiedersi quale sia l’utilità di un modello incapace di rappresentare le differenze politiche tra la Svezia e l’Italia, tra la Francia e il Regno Unito, tra la Germania e la Spagna; allorché proprio queste differenze costituiscono le opzioni reali alle quali siamo confrontati quando prendiamo delle decisioni. Il Political Compass invece mette sullo stesso piano teorie, aspirazioni, buoni propositi (in basso) ed esperienze storiche (in alto), con l’esito catastrofico di cancellare ogni differenza pertinente. Non è una questione di verità del modello ma di efficacia: sarebbe come cercare il miglior ristorante giapponese di Milano usando una mappa dell’inquinamento luminoso. Il problema è che i compilatori del Political Compass non vogliono trovare un ristorante giapponese, né peraltro modellizzare lo spettro delle opzioni politiche reali, ma insistere sulla distanza tra le presunte aspirazioni dei cittadini (i quali ovviamente vogliono il bene dell’umanità) e le presunte posizioni dei governi (i quali ovviamente difendono gli interessi delle multinazionali). Orientando le risposte con domande tendenziose, se questo è necessario per corroborare la loro tesi.

Invischiati nella trappola linguistica del Political Compass, ci troviamo in fin dei conti a dare ragione alla loro visione del mondo. Se invece di stare davanti a un questionario online stessimo discutendo con una persona in carne ed ossa (e dunque disponessimo della possibilità di reagire, riformulare, precisare, ribattere) probabilmente riusciremmo a comunicare la nostra perplessità e infine riconoscere delle differenze tra le nostre posizioni. Nella migliore delle ipotesi, finiremmo a urlarci dietro i peggiori insulti dopo avere consumato un numero esagerato di birre. Avremmo passato una bella serata, facendo emergere — come direbbe Mao — le contraddizioni. Il problema è che nella maggior parte dei casi non abbiamo la possibilità di tradurre i termini del discorso. Spesso sono i duri fatti a imporci delle scelte che non corrispondono al nostro sistema di segmentazione della realtà; altrettanto spesso è il linguaggio degli altri. Confrontati a schemi che non ci appartengono, siamo continuamente costretti a rispondere a domande non pertinenti.

E allora, come si risponde a una domanda non pertinente? I filosofi del linguaggio si sono arrovellati a lungo per stabilire se una proposizione come “L’attuale Re di Francia è calvo” sia banalmente falsa (perché non esiste alcun Re di Francia) oppure né vera né falsa (perché si riferisce a un’entità inesistente). Ma che cosa rispondereste voi nel Political Compass se vi venisse chiesto se l’attuale Re di Francia sia calvo, lasciandovi la sola opzione tra un Sì e un No? Voglio dire, sapete che gli autori del test sono inglesi e conoscono vagamente la politica francese: magari hanno semplicemente fatto un po’ di confusione. Pragmaticamente, se volete arrivare alla fine del test, potreste considerare che “Re di Francia” è un modo impreciso di parlare del Presidente della Repubblica François Hollande, il quale effettivamente è praticamente calvo, e decidere di rispondere Sì. Questo approccio collaborativo è molto simile a quello che ci porta a rispondere Strongly Agree alla prima assurda domanda del Political Compass. Ma c’è un altro approccio, conflittuale, che consisterebbe nel rispondere negativamente alla domanda per sanzionarne l’incongruenza. Il Re di Francia è calvo? No. Credi che la globalizzazione debba essere utile all’umanità più che alle multinazionali? No, accidenti, come posso condividere un pensiero così stupido? Le descrizioni e i concetti che compongono la proposizione sono privi di senso — “globalizzazione”? “umanità“? — quindi la proposizione è falsa. E soprattutto, come posso condividere l’opinione di qualcuno che concepisce le questioni politiche in questo modo? Strongly disagree.

L’approccio conflittuale era quello di Martin Lutero. Le sue posizioni in materia eucaristica vennero condannate al Concilio di Trento, e oggi ancora si afferma che Lutero rifiutasse la transustanziazione preferendogli la consustanziazione. Eresia? Eppure altrove accusava i papisti di “furto” e “rapina” del Santissimo Corpo: se avesse creduto che si trattava di un semplice tozzo di pane, perché avrebbe dovuto prendersela? In verità, Lutero rifiutava soprattutto l’impiego delle categorie della teologia scolastica: parole del lessico aristotelico come “sostanza” e “specie” che stavano alla base di un approccio procedurale e tecnocratico alle materie religiose. Il monaco tedesco non hai mai voluto confutare la presenza del corpo di Cristo nell’Eucarestia, ma di fronte al Theological Compass scolastico ha rivendicato il suo strong disagreement nei confronti della dottrina della transustanziazione. Era per lui, semplicemente, un modo troppo assurdo di spiegare una cosa vera.

Così il povero Lutero è finito tra gli eretici, e noi rischiamo di finire nel quadratino dei nemici dell’umanità. Ce ne faremo una ragione. D’altronde Mao ci è sempre sembrato più filosoficamente interessante di Gandhi.