Quasi un cazzo
22 ottobre 2008
L’agenda dei prossimi mesi, la sappiamo a memoria: innanzitutto fare i conti con la famigerata economia reale, quindi con gli effetti politici e sociali della crisi. Nessuno però ci parla ancora degli effetti culturali, che sul lungo termine potrebbero riguardarci. La caduta dell’impero americano – se davvero è tale – porterà via con se la musica, la letteratura, l’arte, la scienza, la filosofia di cui ci nutriamo? Sradicherà i canoni di bellezza e di verità che ispirano ciò che noi stessi produciamo? O perlomeno sarà il pretesto per meschini regolamenti di conto, a morte gli analitici, basta le chitarre elettriche, via gli algoritmi di analisi delle reti? Eppure, la cultura americana sembra quantomai viva, quantomai lucida, quantomai diffusa. Basti pensare ai capolavori del cinema contemporaneo, che hanno saputo profetizzare e dare forma alla catastrofe: da Fight Club e Matrix fino a Marie Antoinette.
Per questo mi stupisce Valerio Evangelisti, il quale spiegandoci il crack della finanza, e dicendo varie cose interessanti sul potere di chi controlla il denaro, afferma che il centro della crisi sta nel fatto che “gli Stati Uniti non producono quasi un cazzo”. Il fatto è che gli Stati Uniti producono la cosa più importante, per quanto intangibile, e quella che il mercato paga più caro: il sapere. Non è nulla, dici? Intanto, e finché le cose non cambiano, se vuoi fare funzionare la tua organizzazione ti rivolgi ad Accenture, e gli dai pure qualche tonnellata di economia reale in cambio di un po’ di preziosa astrazione. Se vuoi diventare ingegnere vai al MIT, e poi nella Silicon Valley. Se vuoi capire come si fa un film – o un nucleo terroristico – vai a Hollywood. E se vuoi che il tuo disco rock spacchi, te lo fai produrre da Greg Dulli o da Brian Ritchie.

Ovviamente i paradigmi cambiano. Ma per il momento, il capitale cognitivo di cui dispongono gli USA resta invidiabile. Non avranno le patate, ma hanno l’informazione e sanno come organizzarla. Ed è ciò che basta per continuare a governare il mondo, ancora per un po’.
Commenti
non è buffo che ci siamo messi tutti a parlare di economia come se fosse il nostro pane? col rischio di fare qualche errore. ad esempio, evangelisti parla de “il capitale monopolistico” e lo attribuisce a hilferding, mentre io, che avevo letto il libro mentre scrivevo la tesi, mi ricordavo un altro nome: e infatti il capitale monopolistico è di baran e sweezy, non di hilferding, che invece ha scritto “il capitale finanziario”. è a quest’ultimo che si riferisce evangelisti. magari si correggerà nella seconda parte del pezzo.
A proposito di risorse cognitive, qualcuno paventa la fine dell’open source (http://www.internetevolution.com/author.asp?section_id=556&doc_id=166342&)
anche se l’articolo non mi ha convinto della cosa.
Gianluca ha aperto un blog sulla crisi (http://apocalypsedow.wordpress.com/), i rischi di errore sono gli stessi che trovi in altri blog o su wikipedia. Aumenta il volume di informazioni che girano, aumenta la possibilità che non sia “di qualità“.
Nel frattempo, in Italia, abbiamo la riforma Gelmini e il governo non vuole patteggiare sul clima.
Non so più di cosa dovrei preoccuparmi. Forse l’unica fortuna è trovarmi in un particolare momento della vita in cui posso evitare di farlo: disoccupato, mi laureo a breve e non ho figli, sto in una città molto inquinata (padova) ma il fisico regge bene.
Dovrei fare così?
Il blog di Gianluca è folle e fantastico. Come ricordava sopra Dahlgren, è molto divertente – e anche utile – questo interesse per l’economia da parte di tutti noi che abbiamo formazioni differenti. Magari faremo diremo qualche eresia, ma non è detto che ci sia un solo linguaggio per parlare della questione.
non mi interessa questa crisi né mi interessa il cosiddetto declino del mondo occidentale visto che tutti sappiamo benissimo che il mondo occidentale è morto 63 anni fa tra i roghi di berlino e da allora si vive in un sogno.
[...] "Il fatto è che gli Stati Uniti producono la cosa più importante, per quanto intangibile, e quella che il mercato paga più caro: il sapere." – Raffaele Ventura qui [...]