Quasi un cazzo

L’agenda dei prossimi mesi, la sappiamo a memoria: innanzitutto fare i conti con la famigerata economia reale, quindi con gli effetti politici e sociali della crisi. Nessuno però ci parla ancora degli effetti culturali, che sul lungo termine potrebbero riguardarci. La caduta dell’impero americano – se davvero è tale – porterà via con se la musica, la letteratura, l’arte, la scienza, la filosofia di cui ci nutriamo? Sradicherà i canoni di bellezza e di verità che ispirano ciò che noi stessi produciamo? O perlomeno sarà il pretesto per meschini regolamenti di conto, a morte gli analitici, basta le chitarre elettriche, via gli algoritmi di analisi delle reti? Eppure, la cultura americana sembra quantomai viva, quantomai lucida, quantomai diffusa. Basti pensare ai capolavori del cinema contemporaneo, che hanno saputo profetizzare e dare forma alla catastrofe: da Fight Club e Matrix fino a Marie Antoinette.

Per questo mi stupisce Valerio Evangelisti, il quale spiegandoci il crack della finanza, e dicendo varie cose interessanti sul potere di chi controlla il denaro, afferma che il centro della crisi sta nel fatto che “gli Stati Uniti non producono quasi un cazzo”. Il fatto è che gli Stati Uniti producono la cosa più importante, per quanto intangibile, e quella che il mercato paga più caro: il sapere. Non è nulla, dici? Intanto, e finché le cose non cambiano, se vuoi fare funzionare la tua organizzazione ti rivolgi ad Accenture, e gli dai pure qualche tonnellata di economia reale in cambio di un po’ di preziosa astrazione. Se vuoi diventare ingegnere vai al MIT, e poi nella Silicon Valley. Se vuoi capire come si fa un film – o un nucleo terroristico – vai a Hollywood. E se vuoi che il tuo disco rock spacchi, te lo fai produrre da Greg Dulli o da Brian Ritchie.

Ovviamente i paradigmi cambiano. Ma per il momento, il capitale cognitivo di cui dispongono gli USA resta invidiabile. Non avranno le patate, ma hanno l’informazione e sanno come organizzarla. Ed è ciò che basta per continuare a governare il mondo, ancora per un po’.