Disagioleaks

Dude magazine pubblica a puntate il primo capitolo — “La commedia del debito” — della Teoria della Classe Disagiata: qui le parti uno, due e tre. Si parla di “neoliberismo”, Keynes, Shakespeare e Goldoni. Se invece volete leggerla tutta e subito, così tra vent’anni ve ne potrete vantare, l’ebook si compra qui. Mi sto imborghesendo molto rapidamente quindi avete ancora pochissimo tempo per affezionarvi e poi proclamare che ero meglio prima. Esempi calzanti di questa inesorabile trasformazione sono un articolo che ho scritto per Studio, una conversazione su Ivan Illich con Leonardo Caffo pubblicata su Minima e Moralia e un’altra conversazione con gli artisti Enrico Piras e Alessandro Sau per presentare la loro mostra organizzata dal MAN di Nuoro.

Ho provato a rileggere Il giardino dei ciliegi sostituendo ogni occorrenza dell’espressione «giardino dei ciliegi» con «welfare»: funziona! L’ultimo dramma di Anton Čechov, datato 1904, sembra la prefigurazione di un summit dell’Eurogruppo nel 2015, con i proprietari rovinati nel ruolo che oggi spetta al ministro greco Yanis Varoufakis. Čechov voleva scrivere una farsa sulla crisi del suo tempo ma è da un secolo che viene messa in scena come una tragedia.

Occupy Checov. Leggere i classici al tempo della crisi — continua a leggere su Studio.

È possibile riformare la società industriale in senso illichiano? Ebbene, io non so se sia possibile, non so cioè se questo sistema produttivo potrebbe sopravvivere alla rimozione di certe fonti di spreco e di malessere (penso ad esempio alla competizione scolastica e posizionale) che ne alimentano il funzionamento: eppure direi che è necessario. Il “salto nel buio” dell’anarchia conviviale non fa per me, ma credo che Illich indichi sicuramente una direzione giusta: bisogna mettere in discussione la divisione del lavoro con i suoi effetti perversi, il capitalismo keynesiano con i suoi sprechi, il totalitarismo giuridico con le sue intrusioni nella vita civile e infine l’ideologia individualista, chiamiamola così, che ostacola la realizzazione di una società in grado di autoregolarsi.

La sorte di Ivan Illich: inventario dopo la catastrofe — continua a leggere su Minima e Moralia.

Io direi che il linguaggio dell’opposizione (al potere, al capitalismo…) è quello che ci hanno insegnato, e noi ci limitiamo a ripetere la lezione. Siamo cresciuti dentro: è una sorta di “religione civile”. Uno schema interpretativo che ritroviamo spesso persino nel cinema hollywoodiano e che ha molte origini. In parte è la sedimentazione della retorica antifascista, che ormai applichiamo a qualsiasi cosa: come noto, in ogni discussione a un certo punto arriva una “reductio ad Hitlerum“. Ma prima ancora è la retorica della Rivoluzione francese, con i suoi miti come la Nazione o la Volontà popolare, che negano la complessità della realtà sociale.
Quindi, naturalmente, “vende di più” chi meglio si conforma a questo linguaggio, a questa retorica, che naturalmente non ha come finalità di rovesciare lo status quo ma al contrario di tenerlo in piedi. Alla fine la società finirà per premiare chi riesce nel tour de force di maneggiare questa retorica con tanta destrezza da produrre un discorso massimamente radicale con degli effetti massimamente inoffensivi.

Di rivoluzionari e pompieri. Quando gli artisti intervistano i filosofi — continua a leggere su Art Tribune.