Le ragazze di Angoulême

In gennaio ero al festival del fumetto di Angoulême a fare un reportage per Linus. Le direttive della redazione erano chiare: per far perdonare il mio maschilismo avrei dovuto indagare sulla questione femminile nel mondo del fumetto. Ne è venuto fuori un reportage profondamente imbarazzante, in cui viene fuori il bastardo reazionario che tutti conoscete.

Sono a Angoulême per fare penitenza. Mi trovo al più importante festival del fumetto europeo e ho una sola idea in testa. Trovare delle donne. Parlare con loro. Conoscerle. Capirle. Raccontarle. Sono un maschio bianco eterosessuale e forse ho trovato un’occasione per redimermi. Perché come cantava Britney Spears, I’m not that innocent.

Quando a ferragosto Linus ha pubblicato la “mappa del dibattito culturale in rete” firmata da Valerio Mattioli e dal sottoscritto, non immaginavo il dibattito (appunto) che si sarebbe scatenato a causa di una nostra lieve dimenticanza. Ci eravamo dimenticati delle donne. Ci eravamo dimenticati delle donne, in che senso? Nel senso che della ventina d’intellettuali e giornalisti che avevamo elencato non c’era nemmeno una donna. È stata la scrittrice Claudia Durastanti a sollevare la questione su Facebook. Da allora Valerio ed io ci siamo fatti la nomea di maschi maschiocentrici o perlomeno smemorati.

La verità è che queste selezioni maschiocentriche non sono un’eccezione: prova ne sia la recente polemica scatenata dall’assenza di donne nella shortlist per il premio alla carriera del festival di Angoulême. Trenta fumettisti, da Alan Moore a Milo Manara, e nessuna donna. Come diavolo è possibile dimenticarsi delle donne? Parlo per me: è possibilissimo se si è maschio e si frequentano perlopiù maschi, si dibatte in rete con altri maschi e si scrivono cose che allo stato attuale delle cose spesso, ahimè, interessano perlopiù ai maschi. Il patriarcato è una ben triste torre d’avorio e il web culturale italiano che conosco io non è poi tanto diverso da un ritrovo di lettori di fumetti della Marvel, come quelli che qui ad Angoulême ho visto accalcarsi sullo stand della Panini per comprare l’ultimo Deadpool. “Degli uomini piace il loro andare a caccia di grandezza e inventarsi imprese e avventure”, aveva scritto Luisa Muraro forse pensando proprio a Deadpool e agli accaniti commentatori del sito Nazione Indiana, “ma fa paura quello che poi troppo spesso si lasciano dietro, come rotoli di filo spinato, lattine, carcasse, odi, confini tracciati a caso” e qui il riferimento sembra proprio essere alla nostra mappa del dibattito culturale. Ammettendo che le donne sono una minoranza nel web culturale italiano italiano, proprio come nella storia del fumetto francese, in fin dei conti è proprio per questo che meritavano di essere rappresentate.

E quindi quale luogo migliore di questo per fare penitenza? Sono arrivato nella mia personalissima Siberia. È qui a Angoulême, nuova Armageddon della guerra tra i sessi, che il collettivo delle creatrici di fumetto ha convocato la battaglia finale per la parità di genere. Oltre alle più consuete rivendicazioni, il collettivo denuncia i tentativi di ricacciare le fumettiste nella riserva indiana del “fumetto femminile”. Eppure la gaffe del premio alla carriera insegna che quando i selezionatori non si pongono esplicitamente la questione femminile — ponderando in funzione del genere i dati forniti dalla loro limitata esperienza — finisce che si dimenticano le donne. Ne parlo con Francesca, titolare di una piccola casa editrice indipendente franco-italiana, che mi conferma un sentimento diffuso: “Non c’è nulla di più umiliante delle mostre o antologie sulle donne. Facci caso, perché non si fa lo stesso per gli uomini?” Perché le differenze di genere, suppongo, come le differenze di classe possono produrre sguardi diversi sul mondo; e su questa diversità può essere interessante riflettere per aprire gli orizzonti maschili, con la loro pretesa di universalità. Risposta sbagliata. “Anche l’idea di fare un numero di Linus speciale sulle donne, guarda, non mi convince tanto.”

Eppure scrittrici come Jane Austen o Riyoko Ikeda, l’autrice di Lady Oscar, m’interessano proprio perché la loro appartenenza di genere fornisce un particolare punto di osservazione sulle questioni sociali. Non credo che sia un caso che le migliori novità presentate a Angoulême siano di autrici donne: Noelle Stevenson, Xia Da, Amandine Meyer, Marietta Ren… Il dubbio cresce in me: a furia di aggirare la questione della differenza non rischiamo di perdere qualcosa, l’equivalente culturale della biodiversità? Il mio sesto senso mi suggerisce che si tratta di una domanda da non porre assolutamente e cerco subito una ragazza a cui porla. Quando chiedo a un’autrice se ritiene che vi sia qualcosa-di-femminile™ in quello che fa, come fanno in televisione, lei mi guarda con riprovazione: “Qualcosa, forse, come c’è qualcosa di legato a tutte le mie esperienze. Le mie origini cinesi, il quartiere in cui vivo, la mia classe sociale. È un mosaico di esperienze.” Ma evidentemente sono stato troppo diretto. “Devo dirti che la tua domanda è del tutto fuori luogo. Apprezzo la tua sincerità, davvero, però dovresti evitare di porla ad altre ragazze perché potrebbero risponderti in maniera meno cordiale.” Scopro con disagio che a questo festival sono tutti molto seri e ignorare le regole non scritte del dibattito in corso significa farsi automaticamente catalogare come bifolco. “Perché insistere tanto sul genere quando potresti parlare del nostro lavoro? È umiliante essere continuamente ricondotte al fatto che siamo donne.” Senza dubbio posso capire la sua stanchezza, tuttavia non mi pare meno stancante la mia condizione di elefante nella cristalleria. Il bello del fumetto, la sua biodiversità appunto, un tempo non consisteva proprio nella sua estraneità a certe ipocrisie della cultura alta?

Forse qui sta il cuore della faccenda: non si capisce quello che sta accadendo ad Angoulême se non si leggono le rivendicazioni femminili alla luce di un altro dibattito, vecchissimo e ben noto ai lettori di Linus, quello sulla legittimità della cosiddetta “arte sequenziale”. Gran parte delle autrici in lotta vengono da un certo fumetto: libri impegnati, mediamente più costosi, sostenuti da una certa stampa. Un fumetto che ha saputo sedurre il pubblico femminile se crediamo a Riad Sattouf quando sostiene che “più della metà dei miei lettori sono donne”. Ma mediamente sono anche libri che vendono poco, cioè meno di quanto sia necessario all’autore per vivere — lo dicono le statistiche presentate venerdì agli Stati Generali del fumetto — fintanto che non vengono miracolati da qualche premio com’è stato per Sattouf o, per citare una donna, Julie Maroh. L’autrice de Il blu è un colore caldo ha moltiplicato per dieci le sue vendite grazie al premio di Angoulême e all’adattamento cinematografico di Abdellatif Kechiche, La vita di Adele, ma quanti autori hanno questo successo?

Escludendo i pochi casi editoriali, stiamo parlando di un segmento di mercato complessivamente minoritario sebbene piuttosto visibile: tutti parlano di “romanzo grafico” ma questo pesa all’incirca un decimo della produzione fumettistica e molto meno in termini di vendite. Per quante ulteriori sovvenzioni e agevolazioni gli autori riusciranno a ottenere, per quanti anticipi potranno strappare con le unghie e coi denti, semplicemente non c’è modo di rendere attrattive queste carriere. Non va meglio agli editori indipendenti: uno di primo lavoro fa lo sceneggiatore per la TV, un altro lavora in un ristorante. Un’autrice su Libération parla di una “età dell’oro del fumetto femminile” e d’altra parte il suo ultimo libro, pur notevole, ha venduto in Francia seicento copie in tre anni. Lo stesso vale, naturalmente, per molti autori maschi. Di cosa stiamo parlando allora? Di un’illusione collettiva, di una bolla speculativa, di una grande scommessa che necessariamente ha più perdenti che vincitori. Quando il ministro della Cultura, in apertura del festival, proclama che “gli autori devono potere vivere del loro talento” non solo dice qualcosa che non corrisponde alla realtà, ma inoltre alimenta false speranze che esacerbano la concorrenza sul mercato del lavoro creativo. Insomma tutto quello che sta accadendo ad Angoulême potrebbe non essere altro che una tempesta in un bicchier d’acqua, un regolamento di conti in seno a una classe sociale allo stremo.

Io però sono qui per ascoltare e imparare, non per fare marxismo spicciolo. E le occasioni non mancano: il collettivo di femministe ha organizzato un blind test con tavole di uomini e donne al fine di dimostrare che non c’è modo di attribuire un genere allo stile. “Stronzate. Io potrei riconoscere senza problemi il disegno di una donna da quello di un uomo”. A cena con un importante fumettista della nuova generazione, raccolgo un parere mostruosamente politicamente scorretto — oltre che scorretto tout court visto che in molti casi (ho fatto il test) il genere è effettivamente irriconoscibile guardando una semplice tavola. Francesca, che ha pubblicato un Kamasutra illustrato per le sue edizioni Squame, ammette di avere trovato in quell’occasione un fil rouge per distinguere i disegni degli uomini da quelli di donne: “In questo libro gli uomini affrontano la rappresentazione del sesso in modo comico, o allora molto crudo. Le donne invece hanno scelto sempre un approccio, come dire, poetico”. Mi vengono in mente disegnatrici per nulla “poetiche” (l’americana Phoebe Gloeckner o la francese TanXXX) ma il mio epistemologo interiore, Karl, mi mormora che nessun modello della realtà è immune da eccezioni. Da parte sua il grande autore, un po’ brillo, aveva continuato a teorizzare: “Siamo onesti, nel disegno delle donne manca qualcosa. Perché il disegno, in fondo, non è altro che l’espressione di una frustrazione sessuale che soltanto il maschio conosce, fin dall’adolescenza.” E allora, non conoscono anche loro, sebbene forse in maniera diversa, la frustrazione sessuale? Con noi c’è anche un’autrice: lascia parlare l’autore con quella tipica indulgenza che hanno certe donne di fronte alle filippiche. Quando gli dico che sto scrivendo un reportage, lui sussulta: “Tutto quello che ti dico non devi scriverlo, non con il mio nome. Altrimenti sono morto, finito.”

Una gaffe sessista può rovinarti la carriera? Nel mio piccolo, ho avuto modo di sperimentare quanta suscettibilità c’è attorno alle questioni di genere, ma la verità è che sono ancora qui su Linus a scriverne. Non contento, insisto per fornire il mio punto di vista sulla questione anche se ho la sensazione che farei meglio a starmene zitto. Alcuni paradossi mi colpiscono: le donne del collettivo vogliono che si parli della questione femminile però quando provo a parlare proprio di quello la maggior parte si ritrae accusandomi di dare troppo peso al fatto che sono donne. “Chiederesti la stessa cosa a un uomo?” In verità ho fatto anche questo e lui, giovane ex-vincitore del premio di Angoulême, mi ha pazientemente risposto: “C’è qualcosa di maschile in quello che faccio, certo, perché sono un uomo. Ma siccome nei miei disegni e nelle mie storie mi ritrovo spesso a essere una donna, c’è anche tanto di femminile.” La verità è che dopo quattro giorni di festival, ragazzi e ragazze sono estenuate dal dibattito. Una giovane autrice, che ha appena pubblicato il suo primo reportage a fumetti proprio sul tema del sessismo nella cultura popolare, deplora: “Avrò visto dieci giornalisti e tutti mi hanno chiesto le stesse cose.”

E così alla fine ops, I did it again. Sono partito con le migliori intenzioni, ho imparato molto, ma ho sempre l’impressione di sbagliare qualcosa. Me ne farei anche una ragione se non fossi circondato da persone che sembrano ritenere illegittima l’espressione di pregiudizi che, tutto sommato, definiscono la mia identità di genere — il mio punto di vista, molto parziale, sul mondo. Prima di andarmene, assisto a una riunione a porte chiuse della più importante rete di librai di fumetto in Francia: su ottanta librai nella sala, conto soltanto quattro donne. Eppure quando l’editore si vanta di avere 30% di autrici donne nel proprio catalogo, ovvero sopra alla media del 12%, il pubblico si sente obbligato ad applaudire il progresso verso la parità. In un articolo su Prismo, Lucia Brandoli Bousquet ha denunciato la schiacchiante minoranza di donne tra chi contribuisce ai siti culturali italiani come se fosse il riflesso di uno sbarramento virile. La dirigente di una casa editrice mi confida: “Quello del fumetto è un ambiente molto maschile e non è raro sentirsi un po’ a disagio in mezzo a tanti uomini”. Tuttavia è vero anche il contrario, poiché in certe professioni e in certi segmenti dell’editoria le donne sono addirittura maggioritarie. Cosa significano tutti questi numeri, se non una fede piuttosto preoccupante nelle virtù taumaturgiche della statistica?

Una statistica è come il sedimento sul fondo di una tazza di tè: sebbene la sua forma possa ricordarci qualcosa, si tratta di un oracolo complesso da decifrare. Ogni disparità segue a cascata da innumerevoli fattori concreti, piccoli e grandi pregiudizi ma anche legittime scelte individuali che si ripercuotono in maniera imprevedibile, cozzano tra loro e per effetto di composizione producono conseguenze del tutto dissimili dalle loro cause. E se molte donne, semplicemente, se ne fregassero del fumetto, delle sterili polemiche in rete e di tutte le costose “avventure e imprese” che c’inventiamo noialtri per illuderci di essere importanti? In fondo i criteri per mezzo dei quali definiamo “successo”, “emancipazione” e dunque “parità” sono costruzioni sociali tanto quanto il genere. Da maschio, proprio non me la sento di propormi come modello da raggiungere.

Forse aveva ragione Herminie Hanin — inventrice della trappola per aerei, pittrice naif e lunatica con tendenze paranoiche,— a disdegnare le onorificenze e i premi descrivendoli come “sonaglietti fatti per divertire gli uomini, che per tutta la vita restano dei bambini”. Ad Angoulême il suo comportamento avrebbe spiccato per dignità. Sul treno del ritorno parlo di questa donna bizzarra a una giovane autrice di successo passata dal genere “girly” delle riviste di moda a romanzi grafici più impegnati. “Che bella storia! Potrei raccontarla in un fumetto”. E se davvero lo farà, allora forse avrò dato anch’io — malgrado tutto — un piccolo contributo alla causa.

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