La società panottica

Nel modello di carcere concepito da Jeremy Bentham alla fine dell’Ottocento, una struttura nella quale ogni detenuto è tenuto costantemente sotto sorveglianza, Michel Foucault individuava il paradigma del controllo sociale contemporaneo. Foucault parlava di Panoptisme o Societé panoptique, dal nome del diabolico dispositivo, il Panopticon, che permette al custode di vedere ogni cosa, o (meglio) ad ogni detenuto di essere visto senza vedere.

La figura evoca gli invisibili meccanismi di potere che vengono perfezionati a partire dal Settecento per amministrare la popolazione, e che oggi ancora garantiscono il governo delle nostre città: statistica, demografia, urbanistica, architettura, epidemiologia, economia politica. Ai lettori di George Orwell, però, il dispositivo ricorda piuttosto l’ipertrofia sensoriale degli stati totalitari, con i loro infiniti occhi e orecchie che dissolvono la sfera individuale in una forzata pubblicità. Ma ecco dunque il cortocircuito: di quale carcere stiamo parlando? Per alcuni, meno raffinati di Foucault, la figura del Panopticon evoca un totalitarismo gentile e impalpabile, volto nascosto delle democrazie parlamentari spettacolari; volto atroce che le Brigate Rosse sostenevano di perforare a fucilate, per vedere cosa c’è dietro. Bell’umore paranoico avevano nei Settanta, dalla gauche europea giù fino ai mitici junkies americani, Dick e Burroughs: il mondo è una prigione, tutto è illusione, accidenti è già arrivato il 1984. E noi gnostici uguale, ma è una paranoia pettinata, occhiali scuri, gel nei capelli e l’impermeabile di pelle nera, reloaded e revolutions. In fondo ognuno – conservatore o rivoluzionario – proietta sul proprio nemico d’elezione lo stesso identico incubo borghese: la dissoluzione dello spazio privato e la negazione della libertà individuale. Intanto le nostre città assomigliano sempre più a quelle dei film di fantascienza, con le CCTV a realizzare l’inevitabile destino panottico.

Ma insomma, sbuffano i nostri irruenti lettori, le armi dobbiamo prenderle o no? E contro chi, soprattutto? In verità vi dico: non pensate a quello che potete fare voi per il totalitarismo, ma quello che il totalitarismo può fare per voi. Potreste accorgervi che vi piace, come ai 2.500 che si sono presentati al casting per il Grande Fratello 2008. Si dice che le utopie sono sogni di stati totalitari, vedi Moro e Campanella. Perché in fin dei conti non c’è nulla di più rassicurante di una società che ti controlla, che ti coccola, che ti da attenzione; soprattutto se non sei nessuno. Nell’attesa che la polizia segreta degni d’interessarsi a chi siete, che fate, cosa leggete, cosa amate, le dieci cose che non sopportate, i vostri siti preferiti, i porno più scaricati, con i moderni social network già potete tracciare l’ascolto di file audio e video (last.fm), catalogare i vostri libri (anobii), segnalare la vostra presenza online (msn), pubblicare le vostre foto (flickr), la vostra rete di contatti (facebook), la vostra biografia professionale (linkedin), le vostre opinioni (blog), oltre che abdicare ai vostri diritti di proprietà intellettuale (creative commons). Gli incubi della fantascienza passata sono la materia di cui è fatto il nostro svago. Il punto è che dello spazio privato non c’importa più nulla, perché non ci serve più a nulla, perché non abbiamo più nulla da nascondere. Questo è il nostro destino tragico, questo è il nostro godimento infinito. Solo un uomo d’altri tempi come il Garante della Privacy può consigliare, senz’ombra d’ironia, d’iscriversi a facebook usando uno pseudonimo; secondo Giuseppe Granieri, è come se ci avesse proposto, per evitare inconvenienti, di girare per la strada con occhiali, baffi e nasi finti. Guastafeste: noi per la strada preferiamo andarci nudi.