La società panottica
7 novembre 2008
Nel modello di carcere concepito da Jeremy Bentham alla fine dell’Ottocento, una struttura nella quale ogni detenuto è tenuto costantemente sotto sorveglianza, Michel Foucault individuava il paradigma del controllo sociale contemporaneo. Foucault parlava di Panoptisme o Societé panoptique, dal nome del diabolico dispositivo, il Panopticon, che permette al custode di vedere ogni cosa, o (meglio) ad ogni detenuto di essere visto senza vedere.
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La figura evoca gli invisibili meccanismi di potere che vengono perfezionati a partire dal Settecento per amministrare la popolazione, e che oggi ancora garantiscono il governo delle nostre città: statistica, demografia, urbanistica, architettura, epidemiologia, economia politica. Ai lettori di George Orwell, però, il dispositivo ricorda piuttosto l’ipertrofia sensoriale degli stati totalitari, con i loro infiniti occhi e orecchie che dissolvono la sfera individuale in una forzata pubblicità. Ma ecco dunque il cortocircuito: di quale carcere stiamo parlando? Per alcuni, meno raffinati di Foucault, la figura del Panopticon evoca un totalitarismo gentile e impalpabile, volto nascosto delle democrazie parlamentari spettacolari; volto atroce che le Brigate Rosse sostenevano di perforare a fucilate, per vedere cosa c’è dietro. Bell’umore paranoico avevano nei Settanta, dalla gauche europea giù fino ai mitici junkies americani, Dick e Burroughs: il mondo è una prigione, tutto è illusione, accidenti è già arrivato il 1984. E noi gnostici uguale, ma è una paranoia pettinata, occhiali scuri, gel nei capelli e l’impermeabile di pelle nera, reloaded e revolutions. In fondo ognuno – conservatore o rivoluzionario – proietta sul proprio nemico d’elezione lo stesso identico incubo borghese: la dissoluzione dello spazio privato e la negazione della libertà individuale. Intanto le nostre città assomigliano sempre più a quelle dei film di fantascienza, con le CCTV a realizzare l’inevitabile destino panottico.

Ma insomma, sbuffano i nostri irruenti lettori, le armi dobbiamo prenderle o no? E contro chi, soprattutto? In verità vi dico: non pensate a quello che potete fare voi per il totalitarismo, ma quello che il totalitarismo può fare per voi. Potreste accorgervi che vi piace, come ai 2.500 che si sono presentati al casting per il Grande Fratello 2008. Si dice che le utopie sono sogni di stati totalitari, vedi Moro e Campanella. Perché in fin dei conti non c’è nulla di più rassicurante di una società che ti controlla, che ti coccola, che ti da attenzione; soprattutto se non sei nessuno. Nell’attesa che la polizia segreta degni d’interessarsi a chi siete, che fate, cosa leggete, cosa amate, le dieci cose che non sopportate, i vostri siti preferiti, i porno più scaricati, con i moderni social network già potete tracciare l’ascolto di file audio e video (last.fm), catalogare i vostri libri (anobii), segnalare la vostra presenza online (msn), pubblicare le vostre foto (flickr), la vostra rete di contatti (facebook), la vostra biografia professionale (linkedin), le vostre opinioni (blog), oltre che abdicare ai vostri diritti di proprietà intellettuale (creative commons). Gli incubi della fantascienza passata sono la materia di cui è fatto il nostro svago. Il punto è che dello spazio privato non c’importa più nulla, perché non ci serve più a nulla, perché non abbiamo più nulla da nascondere. Questo è il nostro destino tragico, questo è il nostro godimento infinito. Solo un uomo d’altri tempi come il Garante della Privacy può consigliare, senz’ombra d’ironia, d’iscriversi a facebook usando uno pseudonimo; secondo Giuseppe Granieri, è come se ci avesse proposto, per evitare inconvenienti, di girare per la strada con occhiali, baffi e nasi finti. Guastafeste: noi per la strada preferiamo andarci nudi.
Commenti
però granieri no, dai, non si tollera proprio… e comunque io non sono molto d’accordo perchè tutti vedono tutti, ciascuno mostra solo ciò che vuole, questo non è un sistema di spionaggio di massa ma di camuffamento di massa (e quindi si vede che il garante è più avanti di granieri: del resto, non ci vuole molto).
uff…io ancora non capisco tutto il ragionamento sulla privacy. Capisco il diritto alla riservatezza, ma la pretesa di controllare tutto quanto di me viene rappresentato, manifestato, detto….beh, è francamente ancora più fantascientifico e spaventoso, no? Passeremo a mettere dei rilevatori collegati al nostro nome per capire chi sta parlando di noi in un luogo pubblico?
Mi sembra molto più pericoloso pensare che non ci interessa più niente dello spazio privato perchè usiamo blog,flickr,anobii,facebook,e compagnia bella. Qual’è il nesso tra il mio diritto alla riservatezza e cosa scelgo consapevolmente di manifestare della mia personalità (ammesso poi che esistano in natura strumenti adatti a manifestarla completamente)?
Se uno vuole andarsene in giro nudo o camuffato, potrò saperne ben poco di lui finchè non mi ci fermo a parlare.
E se dimenticassimo Foucault come astutamente consigliava Baudrillard?… Vedo che il mondo si sta sempre più intasando di informazioni che nessun soggetto mai andrà a scartabellare… Siamo giunti ad una “simulazione di società di sorveglianza”… Ci sono le macchine che sorvegliano ma non i sorveglianti. Un’ipertrofia di informazioni che nessuno userà. Scompariamo nell’eccesso di visibilità.
Nudità dell’individuo come possibile strategia? Non so… E se divenissimo linee di fuga… spirali centrifughe? Io penso che l’eccezione sia la cosa che più interessa il sistema in generale e il suo codice. Che si sforza sempre di imparare dalle singolarità. Se spiano è per imparare, più che per sorvegliare e controllare… Quanta politica attuale ha visibilmente attinto da personalità eccentriche come Jarry? Quanto la pubblicità dal surrealismo? Quanto l’epigenetica dalle molecole mutagene? La fisica quantistica dai neutrini?
Come non vedere l’ambivalenza e la reversibilità dei punti di vista, delle prospettive? E la vorticosa cerimonia del mondo… il capitale in orbita…
Ma per fortuna in tutto questo movimento vorticoso e inglobante (come in uno stormo d’uccelli prima di migrare), c’è sempre qualcosa che sfugge… Ogni spirale garantisce un’accellerazione centrifuga…
Dal mio modesto punto di vista, credo che quello che accada nel laboratorio di ogni individuo possa avere effetti sistemici imprevedibili… un po’ come per la teoria del caos.
A livello di immaginazione (e memoria personale), mi ha colpito la faccenda degli impermeabili gnostici, gel e occhiali scuri…
[...] ricevuto varie critiche costruttive, soprattutto in RL, a proposito delle mie riflessioni su social network e totalitarismo. Questo mi ha fatto riflettere sui limiti del modello panottico [...]
[...] secondo con un discorso più generale, ma non meno [...]
[...] Nel frattempo Picasa, il servizio di catalogazione fotografica della grande gì, ha imparato a riconoscere i volti. E poi non dovrei parlare di panottismo? 28 November [...]
[...] perciò si parla di dati sensibili, invece che di dati personali. I social network sono la patria dei dati sensibili. Un vostro futuro datore di lavoro potr sapere prima di [...]