Pagheremo caro pagheremo tutto

La parola d’ordine del momento, pare, è “non pagheremo noi la vostra crisi” (34.800 risultati su google) o le varianti “non pagheremo la vostra crisi” (2.800), “non pagheremo noi la crisi” (1.480), “non pagheremo la crisi” (846). Sebbene io non abbia verificato uno per uno i risultati, che oggi sono 39.926, suppongo che nella stragrande maggioranza dei casi si stia parlando della crisi finanziaria e dei tagli che da essa dipendono. In particolare, lo slogan viene ampiamente usato dagli studenti italiani, al momento impegnati in una incestuosa battaglia per difendere il sistema universitario. La diffusione di questa parola d’ordine, sui muri e sui manifesti, evidenzia però un equivoco di fondo: ovvero l’idea che la crisi sia un incidente di percorso, dovuto all’avidità di alcuni avidi signori con la cravatta. Ma di tutta evidenza la disponibilità di risorse che lo stato sociale ridistribuiva, e quindi anche le risorse dell’università, dipendevano dalla ricchezza prodotta (o rappresentata) dal sistema capitalista stesso. Ciò che è accaduto è che la festa è finita. Alla fine del banchetto, e per quanto lo si prolunghi, giunge sempre il momento di pagare il conto. Possiamo fare finta di nulla, raccontandoci la storia dei milioni di miliardi “bruciati”, come se prima questa ricchezza ci fosse stata, e poi d’un tratto – puf – fosse sparita in qualche tasca metafisica. Di tutta evidenza non è così, e il prezzo da pagare non è quello della crisi, ma quello del benessere.