La strategia dell’attenzione

Di fronte alle dichiarazioni di Francesco Cossiga, scandaloso atto primo (picchiare le maestre) e stupefacente atto secondo (uccidere i bambini), l’interprete vacilla. Due sono le domande: che cosa sta dicendo? perché lo sta dicendo? Ma poi ancora: c’è davvero un perché? E se Cossiga fosse semplicemente pazzo? Un pazzo che si finge sano? Un sano che si finge pazzo? Un pazzo convinto di fingersi pazzo? Nell’ermeneutica cossighiana si ricapitola l’incertezza che precede ogni interpretazione storica: questo testo ha un senso? Ha un autore, un destinatario, un fine, un’economia interna? Oppure è soltanto il risultato del libero gioco tra forze contrastanti, nel caso di Cossiga tra personalità multiple, alterazioni della percezione, ricordi distorti, false informazioni e la solitudine di un vecchio scapolo?

Potremmo tentare di leggere questo testo, infinitamente citato, con qualche attenzione. Supponiamo che ciò che Cossiga dice a proposito del suo comportamento durante gli anni di piombo sia vero. Ebbene: il fatto sia vero non implica che sia razionale la scelta di raccontarlo. Se ho rubato la marmellata, confessarlo alla mamma non è per forza una buona idea. Cossiga, che pure è vecchio e dalla giustizia non teme più nulla, deve tenere conto degli effetti negativi della sua dichiarazione, e della severità dei posteri. Il rischio è di ridursi ad unico capro espiatorio di una certa politica che, se anche comprensibile nel contesto della guerra fredda, poteva evitare di rivendicare così apertamente. Eppure non è la prima volta. Un paio di anni fa l’ex-ministro spiegava che i servizi segreti italiani avevano mandato per compiere rapimenti illegali sul territorio di altri stati sovrani. Ogni volta, Cossiga lo dice come se fosse la cosa più normale del mondo.

Ma se anche lo fosse, perché dirlo? Solitudine, bisogno di attenzione. Ma supponiamo invece per un attimo che Cossiga sia un agente razionale, anzi un enunciatore razionale: è la capacità di produrre un effetto positivo a determinare la razionalità dell’enunciazione. Fare cose con parole. Che cosa sta facendo dunque Francesco Cossiga? Con tutto il rispetto per la salute mentale dell’ex Ministro degli Interni e Presidente della Repubblica, il calcolo delle conseguenze di una dichiarazione non è una scienza esatta, e l’atto linguistico viene compiuto in un contesto di razionalità certo, ma limitata. Noi non possiamo sovrapporre l’insieme degli effetti ottenuti con l’insieme degli effetti previsti. Era intenzionale che l’intervista rilasciata al Quotidiano Nazionale avesse tanta eco? E se Cossiga avesse voluto avvertirci, svelare l’osceno meccanismo del potere? E’ il paradosso di Machiavelli: per chi è davvero stato scritto il Principe – per il sovrano o per il popolo? Detto questo, non abbiamo ancora trovato alcun fine razionale. Non è in effetti razionale, di per sé, “svelare l’osceno meccanismo del potere”. Di certo non suona come estrema confessione dettata dal senso di colpa.

L’unica soluzione è che Cossiga, come naturalmente i vecchi tendono a fare, voglia soltanto dare fastidio. Da giovane giocava a pallone? Ebbene ora vuole rendere la vita impossibile ai giovani che giocano a pallone. In questo caso il pallone è la politica. E i giovani, concediamolo, sono gli attuali governanti. I consigli a Berlusconi e al capo della polizia sono polpette avvelenate.

Tornando all’ultima intervista, c’è qualcosa che non quadra, un dettaglio fuori posto, che può corroborare questa tesi. Il fatto è che Cossiga ha ricorso a misure estreme nel contesto della guerra fredda, in anni in cui l’Italia era sull’orlo continuo di un collasso democratico. La soluzione della Democrazia Cristiana, di prevenire il collasso democratico svuotando la democrazia dall’interno, è ovviamente paradossale e, appunto, contestabile. Tuttavia resta il fatto che, nel consigliare di applicare la stessa strategia oggi, Cossiga tralascia o finge di tralasciare il fatto che il contesto è del tutto differente. Chi dovrebbero spaventare gli studenti che elemosinano qualche soldo per l’università? Sono finanziati da servizi segreti esteri? Si suppone di no. E allora perché suggerire l’applicazione “in tempo di pace” di una condotta politica così eccessiva? La palese assurdità del paragone – da parte di un uomo che senz’altro è consapevole di avere vissuto un periodo eccezionale della storia democratica occidentale – suggerisce che si tratti piuttosto di un sasso sparato nel mucchio, per generare confusione e paranoia e anarchia.