La strategia dell’attenzione
9 novembre 2008
Di fronte alle dichiarazioni di Francesco Cossiga, scandaloso atto primo (picchiare le maestre) e stupefacente atto secondo (uccidere i bambini), l’interprete vacilla. Due sono le domande: che cosa sta dicendo? perché lo sta dicendo? Ma poi ancora: c’è davvero un perché? E se Cossiga fosse semplicemente pazzo? Un pazzo che si finge sano? Un sano che si finge pazzo? Un pazzo convinto di fingersi pazzo? Nell’ermeneutica cossighiana si ricapitola l’incertezza che precede ogni interpretazione storica: questo testo ha un senso? Ha un autore, un destinatario, un fine, un’economia interna? Oppure è soltanto il risultato del libero gioco tra forze contrastanti, nel caso di Cossiga tra personalità multiple, alterazioni della percezione, ricordi distorti, false informazioni e la solitudine di un vecchio scapolo?
Potremmo tentare di leggere questo testo, infinitamente citato, con qualche attenzione. Supponiamo che ciò che Cossiga dice a proposito del suo comportamento durante gli anni di piombo sia vero. Ebbene: il fatto sia vero non implica che sia razionale la scelta di raccontarlo. Se ho rubato la marmellata, confessarlo alla mamma non è per forza una buona idea. Cossiga, che pure è vecchio e dalla giustizia non teme più nulla, deve tenere conto degli effetti negativi della sua dichiarazione, e della severità dei posteri. Il rischio è di ridursi ad unico capro espiatorio di una certa politica che, se anche comprensibile nel contesto della guerra fredda, poteva evitare di rivendicare così apertamente. Eppure non è la prima volta. Un paio di anni fa l’ex-ministro spiegava che i servizi segreti italiani avevano mandato per compiere rapimenti illegali sul territorio di altri stati sovrani. Ogni volta, Cossiga lo dice come se fosse la cosa più normale del mondo.
Ma se anche lo fosse, perché dirlo? Solitudine, bisogno di attenzione. Ma supponiamo invece per un attimo che Cossiga sia un agente razionale, anzi un enunciatore razionale: è la capacità di produrre un effetto positivo a determinare la razionalità dell’enunciazione. Fare cose con parole. Che cosa sta facendo dunque Francesco Cossiga? Con tutto il rispetto per la salute mentale dell’ex Ministro degli Interni e Presidente della Repubblica, il calcolo delle conseguenze di una dichiarazione non è una scienza esatta, e l’atto linguistico viene compiuto in un contesto di razionalità certo, ma limitata. Noi non possiamo sovrapporre l’insieme degli effetti ottenuti con l’insieme degli effetti previsti. Era intenzionale che l’intervista rilasciata al Quotidiano Nazionale avesse tanta eco? E se Cossiga avesse voluto avvertirci, svelare l’osceno meccanismo del potere? E’ il paradosso di Machiavelli: per chi è davvero stato scritto il Principe – per il sovrano o per il popolo? Detto questo, non abbiamo ancora trovato alcun fine razionale. Non è in effetti razionale, di per sé, “svelare l’osceno meccanismo del potere”. Di certo non suona come estrema confessione dettata dal senso di colpa.
L’unica soluzione è che Cossiga, come naturalmente i vecchi tendono a fare, voglia soltanto dare fastidio. Da giovane giocava a pallone? Ebbene ora vuole rendere la vita impossibile ai giovani che giocano a pallone. In questo caso il pallone è la politica. E i giovani, concediamolo, sono gli attuali governanti. I consigli a Berlusconi e al capo della polizia sono polpette avvelenate.
Tornando all’ultima intervista, c’è qualcosa che non quadra, un dettaglio fuori posto, che può corroborare questa tesi. Il fatto è che Cossiga ha ricorso a misure estreme nel contesto della guerra fredda, in anni in cui l’Italia era sull’orlo continuo di un collasso democratico. La soluzione della Democrazia Cristiana, di prevenire il collasso democratico svuotando la democrazia dall’interno, è ovviamente paradossale e, appunto, contestabile. Tuttavia resta il fatto che, nel consigliare di applicare la stessa strategia oggi, Cossiga tralascia o finge di tralasciare il fatto che il contesto è del tutto differente. Chi dovrebbero spaventare gli studenti che elemosinano qualche soldo per l’università? Sono finanziati da servizi segreti esteri? Si suppone di no. E allora perché suggerire l’applicazione “in tempo di pace” di una condotta politica così eccessiva? La palese assurdità del paragone – da parte di un uomo che senz’altro è consapevole di avere vissuto un periodo eccezionale della storia democratica occidentale – suggerisce che si tratti piuttosto di un sasso sparato nel mucchio, per generare confusione e paranoia e anarchia.
Commenti
può anche darsi che cossiga stia cercando chi lo uccide. il fatto che un vecchio imbecille possa dire ciò che gli pare senza temere nulla è di per sè un incitamento alla violenza. la verità è che lui potrebbe alzarsi domani e dire che andreotti è ricchione, o che berlusconi è il capo della mafia; per cui, data la sua condizione di intoccabile, ciò che sta dicendo è anche poco. forse il ricordo di aver contribuito alla morte di moro lo spinge alla ricerca del martirio. che io, se non fossi toccabile, consiglierei apertamente di dargli.
Si, ma se si facesse come si auspica nel commento, se ne farebbe un eroe, ovvero una prova testimoniale della giustezza, o almeno del fastidio che portano i suoi assunti; e se fosse invece quello che si adombra nel testo, un sasso sparato nel mucchio per generare confusione e paranoia e anarchia se ne farebbe un compiuto situazionista (cosa che in effetti a mio parere in parte è, dal momento che il situazionismo è il grido di dolore del conservatore in un mondo senza più senso). Forse non se ne esce, nel senso che Cossiga è semplicemente un paradosso, uno dei tanti che hanno colpito la Democrazia Cristiana (che già di per sé è un paradosso mica da poco) nei suoi rappresentanti storici, da Andreotti a Gava. Fuori resterebbe Moro, e non è un caso (benché anche la sua morte sia un paradosso).
in effetti non se ne esce. come potremmo noi considerarlo solo un vecchio in preda al fernetico che si parla addosso come si piscia addosso? e magari non dargli retta e non pubblicarlo? non sarebbe degno della nostra fine vena esegetica. in queste condizioni, come ne vuoi uscire.
mia mamma chiedeva se qualcuno scrive le cose che dice Berlusconi, io le ho risposto che probabilmente è parente di quello che le scrive a Cossiga, e che probabilmente sono entrambi parenti della vecchiaia.
Credo che il nostro paese sia pronto a dei provvedimenti forti contro la demenza senile tra le cariche pubbliche, leggendo qua e là sembra individuabile facilmente, i sintomi corrispondono.
In effetti una delle possibili strategie è quella di NON dare retta e NON pubblicare queste manifestazioni di demenza senile; un po’ come con quei vecchietti bizzarri che intervengono ai convegni, dicendo cose senza senso o almeno senza collegamento a ciò di cui si discute: dopo un lasso di tempo accettabile gli si toglie la parola e si va avanti (in fondo questa è la vera democrazia). Solo in sedi come questo blog io credo sia legittimo dare corso alla nostra fine vena esegetica… In altre parole: democrazia è quel dominio del sapere in cui al lato essoterico della parrhesía (tutti hanno diritto di parola) corrisponde peró un suo lato esoterico (quasi tutti dicono delle emerite stronzate, di cui conviene non curarsi).
C’e’ anche la possibilita’ che Cossiga si stia sacrificando per produrre un argomento retorico, mi sembra. Appropriandosi delle affermazioni di chi lo accusa e producendone una deformazione, un’amplificazione grottesca. Spostando la discussione dal piano della realta’ a quello della finzione. Dal piano della storia a quello della patologia. Cossiga sta implicitamente affermando che, se io credo che il ministro dell’interno ed il capo della polizia si mettano d’accordo per provocare e reprimere il dissenso, ragiono come un ex-presidente della repubblica affetto da demenza senile. Cioe’ non sono credibile.