Panopticon 2.0

Ho ricevuto varie critiche costruttive, anche in RL, a proposito delle mie riflessioni su social network e totalitarismo. Questo mi ha fatto riflettere sui limiti del modello panottico disegnato da Bentham, che stabiliva una netta separazione tra chi guarda e chi è guardato, e dunque una gerarchia tra chi esercita il potere e chi lo subisce. Una separazione e una gerarchia che nei social network sono state superate, come anche la distinzione tra custode e prigioniero, poiché ogni soggetto accetta di essere guardato in cambio del privilegio di guardare tutti gli altri. Questo si nota benissimo nei claim dei vari servizi del web 2.0, che sottolineano entrambe le dimensioni: share and watch.

Il panopticon 2.0, o panopticon ricorsivo (per google: recursive panopticon) è dunque composto da celle in tutto e per tutto identiche alla struttura stessa del dispositivo. Ogni prigioniero è anche custode, e in questo senso si tratta di un modello in qualche modo egualitario e simmetrico, che ricorda sempre meno il carcere. La distanza dal modello di Bentham aumenta però la congruenza con l’incubo di Foucault, per il quale nel centro del dispositivo sta piuttosto una sorta di occhio invisibile (come la mano).

Rappresentare il panopticon ricorsivo non è semplice se pensiamo ad un carcere ottocentesco, ma la tecnologia (appunto) ci viene in soccorso. Dobbiamo immaginare una cella interamente ricoperta di schermi, che riproducono ciò che accade in tutte le altre celle; e questo ovviamente in ogni cella. Visivamente, il panopticon ricorsivo appare come un network, e non vedo perché non ispirarcene per una start up di successo. Ditemi se non è una bomba…

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