Eurasia Infinita /2

[Questo post è una risposta a un commento che, nel trasferimento del blog, è andato perduto: lo conservo tuttavia perché tiene traccia di alcune polemiche interessanti, ai fini d'una storiografia del movimento eurasiatista]

Ho letto con immensa soddisfazione la risposta del direttore della rivista Eurasia, al mio excursus sul vivace panorama dell’eurasiatismo italiano.

Sono certo che di risposte come queste, di precisazioni, di sfumature, il direttore è abituato a vergarne. C’è tutta un’arte della pacatezza nelle sue parole, quiete e misurate. Nella lettera ha disposto argomenti cesellati da anni di accuse spesso rozze e volgari, ovattando discendenze politiche in una presunta – chimerica – neutralità. Mi pregio però di non avere ricevuto alcuna smentita, segno che ho svolto con sufficiente rigore il mio lavoro cartografico. Da ciò intendo che non si è voluta negare la mia ricostruzione, bensì piuttosto schiarirne le fosche tinte, irrorandola d’una luce rassicurante. In particolare il direttore si premura di scaraventare in secondo piano le implicazioni politiche del suo “progetto editoriale”, quasi a volerle nascondere. Si parla di un “ruolo” e di un “significato” del progetto, ma si rifiuta l’attribuzione di un carattere ideologico.

Sarebbe allora utile capire cosa sia l’ideologia, se sia possibile farne a meno. È ovvio che un’ideologia non può riconoscersi come tale, poiché l’ideologia fissa i canoni del proprio assoluto. Ma l’ideologia non è solo quella degli altri, di coloro che non s’abbeverano alla fonte. L’ideologia è una configurazione di significanti (disposizione dei rapporti materiali reciproci, proporzioni e frequenze) che determina e circoscrive il possibile di un discorso. Pensare che possa esistere un discorso fuori dall’ideologia è come credere che vi siano parole senza il linguaggio. È un’idea che troviamo in concezioni mistiche, che riguardano la lingua perfetta di Adamo. In una malintesa concezione dell’ideologia si coltiva la speranza che sia possibile, come alternativa, un pensiero assoluto. Relativizzando le convinzioni altrui, si finisce inevitabilmente per assolutizzare le proprie.

Nella lettera del direttore abbiamo un caso da manuale di questo procedimento. Un “programma di ricerca” pienamente definito, sviluppato attorno all’idea dell’unità spirituale dell’Eurasia, rivendica maggiore verità oggettiva di altri, come le teorie dello scontro di civiltà o del melting-pot: in ciò quello non è ideologico, e questi lo sono. Meccanismo inevitabile. Si sottrae all’ideologia appunto ciò che, nel proprio discorso, si giudica insindacabile; ovvero il propriamente ideologico. L’accusa d’ideologismo è moneta ormai del tutto consunta della dialettica politica, affannata dietro un’irraggiungibile ideale di avalutatività. Può darsi che esistano teorie giuste e altre sbagliate (cosa di cui mi permetto di dubitare), ma di sicuro si presentano tutte come teorie; e ad alimentarne la fortuna non è tanto la loro indeterminabile verità, quanto il piacere che suscitano in chi le pratica.

L’eventuale verità di un enunciato non rende vana l’indagine sulle ragioni che hanno portato al suo proferimento, sul suo contesto d’emersione. Inoltre non posso che stupirmi di fronte alla sottolineatura sul “carattere scientifico”: viene da un pulpito assai inusuale (che ascrivevo ad un orgoglioso irrazionalismo) questa retorica dell’oggettività. Ad ogni modo, la promessa non viene granché mantenuta. Il modello ideale di scienza geopolitica degli eurasiatisti si assesta da qualche parte tra Il tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler e Terra e mare di Carl Schmitt, architetture teoriche di potente afflato mitico-simbolico, filosofico, letterario, ma ben distanti dai diffusi canoni di scientificità. Prospettive peraltro interessanti, e allora perché aggrapparsi alla parola “scientificità” se del concetto non s’ha nulla da fare? Forse un tributo alla gloriosa etimologia?

Infine sarò io a smentire le parole del direttore, sebbene lui stesso contribuisca a farlo nel corso della sua argomentazione; in un conato d’abiura che davvero non si voleva suscitare. Contrariamente a ciò che viene asserito, il progetto editoriale s’accompagna di un programma culturale e politico; e i più attivi studiosi coinvolti nella vicenda sono più “eurasiatisti” che “studiosi dell’eurasiatismo”. Non è neppure il caso d’indagare le vicende culturali delle persone coinvolte, o inseguire i legami che li collegano. Né servirà accennare quanto sia “politico” rivendicare un rifiuto della politica (penso alla criminale viltà di Martin Heidegger; nazionalsocialista fin nel midollo della sua ontologia, politico tanto più ch’era antipolitico). Basti leggere la presentazione della loro mailing-list: «L’Eurasiatismo è una corrente geopolitica internazionale, la quale si batte per la creazione d’un mondo multipolare, in alternativa al mondo unipolare imposto colla forza dall’imperialismo anglosassone. Tale diverso equilibrio di potenze regionali (in antitesi con l’arbitrio d’una sola “superpotenza”) garantirebbe la libera autodeterminazione di tutti i popoli del mondo e la sopravvivenza d’ogni cultura minacciata dalla globalizzazione.»

Il progetto editoriale si presenta come un momento della battaglia, è animato da una prospettiva politica ben precisa. Che peraltro in queste poche righe non ha nulla di scandaloso. Chi vuole lo scandalo dovrà eventualmente scavare altrove. Ne ho fornito materia nel mio articolo, sebbene non fosse certo questo lo scopo – ch’era invece perlopiù tassonomico.