An unlimited supply. Dissoluzione e compimento dell’industria culturale

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La societ√† si √® preparata da secoli all’avvento di Victor Mature e Mickey Rooney. La loro opera di dissoluzione √® insieme un compimento.
Dialettica dell’illuminismo, p. 168

Partiamo da un fatto: il Partito Democratico ha un responsabile settore industria culturale. Kelebek lo nota e se ne stupisce. E ha ragione, poich√© si tratta di un concetto con una storia e un significato e una connotazione non del tutto positiva, che dai tempi della scuola di Francoforte indica (cito) l’insieme dei prodotti pseudo-artistici, “barbarie estetica”, “porcherie” sature di clich√©s, “senza stile”, che “sottomettono gli individui al potere totale del capitale” e “vietano l’attivit√† mentale o intellettuale dello spettatore”, “paralizzando”, “alienando”, imponendo “l’obbediente accettazione della gerarchia sociale”. Perch√© l’arte, quella vera, nega, combatte, contesta, e soprattutto non diverte, altrimenti √® “crassa incultura, rozzezza e stupidit√†“. Possiamo capire Walter Veltroni, fiero ammiratore della cultura popolare americana, se ha voluto saldare qualche vecchio conto da cineforum, in quella definizione rivendicando la legittimit√† di Paperino e Greta Garbo. Possiamo anche condividere. Tuttavia, non si tratta precisamente di un atto eroico. A che punto ne siamo, oggi, con l’industria culturale?

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Sfottere la Dialettica dell’illuminismo, ormai, √® come sparare sulla croce rossa. Che il testo di Max Horkheimer e Theodor W. Adorno (d’ora in poi, Max & Tux) sia una specie di zimbello della filosofia novecentesca √® costretto a menzionarlo anche l’introduttore dell’Einaudi, l’ottimo Carlo Galli. Il celeberrimo capitolo sull’industria culturale, poi, si pu√≤ riassumere come la trama di un film comico: Max & Tux scomodano i massimi sistemi perch√© non riescono a capire il nuovo mondo di Orson Welles, di Mickey Mouse e della musica jazz. Secondo loro, queste forme d’arte presunta avrebbero il solo scopo di sorreggere un’insidiosa forma di totalitarismo, neutralizzando il dissenso e ipnotizzando le masse. Il problema √® che Max & Tux – che gi√† erano datati quando scrivevano – ci parlano di un’industria fordista nell’epoca della coda lunga; ce ne parlano dopo Debord, dopo Foucault e dopo Matrix. Scrive bene Galli, e malignamente rovesciando: La dialettica dell’illuminismo √® diventato “oggetto di feticistico consumo culturale in ambiti di sinistra non-marxista”. Per questo la pubblica Einaudi, ovvero Mondadori, ovvero il gruppo politico-industriale pi√Ļ potente d’Italia. Ma il grande capitale non aveva come unico scopo di sostenere il sistema esistente?

Evidentemente no: il capitale ha come unico scopo di produrre capitale. D’altronde lo sapevano bene anche Max & Tux, che dei magnati della cinematografia scrivevano: “La loro ideologia √® l’affare”. Ma da quei tempi ne √® passata di acqua sotto ai ponti, e con tutta quest’acqua bisogna fare i conti. Dal tardo capitalismo – come si dice con una punta di escatologia – siamo passati al tardissimo capitalismo. Negli ultimi vent’anni i grandi gruppi hanno dimostrato che il loro interesse √® sostanzialmente fare profitto, sempre pi√Ļ assorbendo le nicchie nel mercato. E ci√≤ facendo assai poco caso al contenuto e al suo potenziale di rischio. Per le generazioni alternative degli anni Ottanta e Novanta, che pure erano nate sotto il segno dell’unlimited supply dei Sex Pistols sotto contratto EMI, un piccolo shock furono i passaggi alle maiora discografiche dei grandi nomi della musica indipendente – Husker Du, REM, Sonic Youth, Pixies, Nirvana – con il suo strascico di adorniani dilemmi adolescenziali sull’essenza del “commerciale”. Oggi tutte le grandi case di produzione (nel cinema nella musica nell’editoria) possiedono un’etichetta indipendente, nel nome, nella struttura organizzativa, ma ovviamente non dal punto di vista finanziario. La teoria della coda lunga ribadisce il concetto nel contesto della grande distribuzione: il mercato perfetto ti vende ogni cosa, nulla √® fuori dal mercato, non esiste cultura al di fuori dall’industria. Addirittura, i servizi del web 2.0 non sono altro che piattaforme attraverso le quali circola luser generated content, come una linfa preziosa che le tiene in vita.

Assorbendo senza grandi traumi le istanze edonistiche e contestatarie del Sessantotto, il mercato ha realizzato il presupposto metodologico fondamentale dell’economia politica, la cui unit√† minima √® la razionalit√† individuale nel soddisfacimento dei bisogni, in altri termini il desiderio. Nulla di nuovo: oggi si fa la fila per imputare a Deleuze e Guattari d’essere stati l’avanguardia del capitalismo contemporaneo, dell’anarchismo morale e della pornocrazia, oltre che di avere sepolto senza complimenti il comunismo. Michel Foucault lo presagiva gi√† all’epoca:

Il problema di coloro che governano non deve essere in alcun modo di sapere come possono dire no, fin dove possono dire no, con quale legittimità possono dire no. Il problema è sapere come dire si, come dire si a questo desiderio.
Cours 1977-1978, p. 75

L’industria culturale ha finalmente assorbito quella negativit√† che secondo Max & Tux doveva appartenere solo alla grande arte, trasformandola in un bisogno che pu√≤ essere soddisfatto, anche perch√© se there is no future bisogna fare presto. Il mercato tra Sessantotto e il Settantasette ha scoperto che la merce pi√Ļ redditizia √® la negativit√† e con il tempo si √® raffinato. Cos’√® Matrix se non una pura e semplice apologia del terrorismo, una negazione radicale dell’esistente fin dentro la sua corteccia metafisica? Industria culturale che scuote le proprie stesse fondamenta, e cio√® le rafforza; industria che si nutre del disprezzo a lei rivolto. Questo √® bastato per fare di Matrix uno dei prodotti culturali di pi√Ļ grande successo degli ultimi vent’anni, uno dei pi√Ļ lucidi anche. Vabb√©, diciamo traslucidi. Acutamente Baudrillard lo defin√¨ “un film sulla matrice come l’avrebbe prodotto la matrice stessa”. Qualcuno obietter√† che la contestazione cos√¨ rimane sulla carta, o sulla pellicola; e l’astuto capitale ottiene due piccioni con una fava: profitto e tranquillit√†.

Fotomontaggio realizzato da Alessandro Mercuri per “KAFKA-COLA” (√©ditions L√©o Scheer, 2008)

Io credo invece che dalla carta e dalla pellicola scivoli spesso nella realt√†, da Matrix a Impero, e da Matrix all’undici settembre. In piccole dosi, certo, piccolissime, anzi omeopatiche. Se non i segni, cos’altro ci muove? Ma che scivoli pure, non √® problema: c’√® bisogno di terroristi, socialisti, fascisti, ecologisti e criminali nella nostra societ√†! C’√® bisogno persino di Max & Tux nelle nostre librerie. “Lasciate al popolo la pi√Ļ ampia facolt√† di delinquere”, proclama il principe nella Juliette di Sade, citato (ma √® un caso) nella Dialettica dell’illuminismo. Il punto √® che il rischio √® consustanziale al sistema, e questo √® precisamente il cuore del meccanismo della governamentalit√† che caratterizza le societ√† liberali a partire dal Settecento, quando nelle pi√Ļ diverse discipline (economia, biologia, urbanistica, ecc.) si formalizza il principio dell’eterogenesi dei fini, insomma la mano invisibile. Foucault ne parla nei suoi ultimi corsi, definendo la governamentalit√† come la scienza di amministrare probabilisticamente l’impatto dei fattori di rischio su un territorio o una popolazione “mantenendoli all’interno di limiti che siano socialmente ed economicamente accettabili”, attraverso ci√≤ che chiama dispositivi di sicurezza.

L’industria culturale √® senz’altro un dispositivo di questo genere; ma contrariamente a ci√≤ che ne pensavano Max & Tux, non √® detto che esista qualcosa al di fuori di essa. Al contrario: il fuori √® il suo centro segreto, l’oscuro primo motore. La circolazione di prodotti culturali negativi su scala industriale √® in questo senso un fattore di rischio consustanziale al capitalismo. Che sar√† anche il pi√Ļ efficace sistema di produzione e allocazione delle risorse, e tuttavia – come per primo comprese Mandeville, agli albori della faccenda - √® pur sempre necessario che le navi su usurino perch√© se ne possano costruire di nuove.