la fine dei tempi nell'epoca della sua riproducibilità tecnica
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Salomon saith

Devo citare di nuovo IA: questa volta parla dell’eterno ritorno delle idee citando l’esempio di certe intuizioni già platoniche fatte proprie dalla scienza contemporanea. Non saprei in che misura l’analogia possa essere qualcosa di più che una semplice somiglianza formale (perché se non si sta attenti si arriva a dire che Democrito aveva già previsto la fisica atomica o cose del genere), ma mi è piaciuto ritrovare una continuità con l’altro discorso, quello sulla letteratura postmoderna. Perché il problema è sempre quello: come concepire un’idea di nuovo di fronte all’eterno ritorno dello stesso? E se si nega (come il Bacon che Borges citava in epigrafe a L’immortale) la possibilità di creare qualcosa di nuovo, allora non rimane che ripresentarlo mascherato: la sterile regola del postmoderno, quindi. O no?





Of course, to my left, Mr. Johnny Lydon (cheers and applause)

John Lydon forse lo conoscete. Si faceva chiamare Johnny Rotten e cantava nei Sex Pistols. Io lo rispetto non tanto per questo ma per i suoi lavori successivi con i Public Image Limited, del quale era compositore e muezzin, e con i quali creò uno dei più bei dischi degli Ottanta.

E anche i suoi dischi brutti, io li trovo belli comunque. Pure quell’album (che si chiama proprio così, Album) in cui collabora con Ravi Shankar, Ryuchi Sakamoto e Steve Vai. O il suo album solista, una cosa talmente assurda che non lo vendono più. Ho persino apprezzato la sua intepretazione di un giovane psicotico, a fianco di un Harvey Keitel già cattivo tenente, in un B-movie del 1983, diretto da Roberto Faenza e titolato Copkiller.

Sfortunatamente, in Inghilterra quest’uomo è pressapoco una celebrità, e in quanto tale provvede a sputtanarsi con interviste e partecipazioni a talk show. Proprio così: e ho le prove che se fosse italiano potremmo averlo come presenza fissa da Costanzo. Non vorrei doverlo fare, ma eccovi le trascrizioni delle puntate dello show Politically Incorrect al quale quest’uomo senza dignità ha partecipato: qui, qui, qui, poi qui, ancora qui, e infine qui. Chissà, potrebbe anche seguire le orme di Adriano Pappalardo e finire su qualche isola deserta.





La sterile regola del postmoderno

Giuseppe Genna, tra un accenno di dietrologia e l’ altro, trova il tempo di postare un articolo del 1979 su Thomas Pynchon e la simbologia degli alligatori in V, un argomento molto controverso come potete immaginare, sul quale finalmente qualcuno ha il coraggio di gridare la scomoda verità. E ribadisce l’assoluta necessità che io vada a comprarmi La Distruzione di Dante Virgili, anche perché mi pare di aver capito che non si possa avere un blog senza avere letto il libro in questione. In proposito mi è piaciuta la glossa di Intelligenza Artifiziale a proposito della letteratura postmoderna, della quale viene data una perfetta definizione:

La sterile regola del postmoderno è che siamo troppo intelligenti e troppo vecchi per dire certe cose, quindi abbisogniamo di una maschera cui mettere in bocca quelle stesse parole

Mi viene il dubbio che l’abbia copiata da Eco, ma che importa, sono troppo intelligente per andare a verificare. La fase delineata è una sorta di post-post-moderno, caratterizzata dal fatto che siamo troppo intelligenti e troppo vecchi per far dire certe cose ad una maschera. Quindi rimane il silenzio mistico, perché siamo troppo intelligenti e troppo vecchi un po’ per tutto.

Però un passo oltre Borges (sempre presupponendolo però) lo si è fatto: il finto autore finto è un’idea graziosa. A qualcuno quest’attenzione al contesto, fuori dalla pagina scritta, può sembrare una sottomissione alle regole della pubblicità (che comunque Warhol, e prima ancora le avanguardie, avevano compreso come parte integrante dell’opera) a scapito della “buona letteratura”. Ma una cosa è l’attaccamento morboso alle abitudini pseudo-trasgressive di scrittori alla moda, altro lo scavare nella realtà un’allucinazione che possa proseguire nella pagina scritta, e viceversa; e altro ancora tentare di farlo ripetendo senza fantasia vecchi topoi del postmoderno.





Elephant

Bisogna lasciare da parte le interviste e le dichiarazioni del regista Gus Van Sant, le troppo semplici intepretazioni, e giudicare Elephant soltanto come film. Smettere di paragonarlo al documentario (o presunto tale) di Michael Moore, e coglierne la poesia oltre le intenzioni dell’autore (sceneggiatore, regista, montatore, come una volta). Incomunicabilità, videogiochi violenti, padri ubriachi, armi in vendita su Internet: ce n’era abbastanza per tirarne fuori una banale epica moralista dell’America contemporanea. Eppure, sospeso nella sua rarefatta atmosfera fatta di labirintici piani sequenza, che s’incrociano e convergono (e infine culminano nella tragedia già prevista, colpevolmente attesa dallo spettatore), Elephant basta a sé stesso, non deve cercare in discussioni e dibattiti il suo senso (come un Bowling for Columbine, come un Buongiorno, notte), che si esaurisce nell’immagine. Van Sant ha girato una specie di Funny Games come fosse Arca Russa montata da Tarantino, per terminare con un grottesco e terrificante mimo degli inseguimenti con l’ascia nei corridoi dell’Overlook Hotel di Shining da parte di due adolescenti armati di fucili.

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Il futuro di una volta

Recordings by THE FUTURE and THE HUMAN LEAGUE – The Golden Hour of the Future (2003)

This is a song for all you big-heads out there who think disco music is lower than the irrelevant musical gibberish and tired platitudes that you try to impress your parents with. We’re The Human League, we’re much cleverer than you and this is called ‘Dance Like A Star’…

Come conciliare l’esigenza del blog di essere sempre sulla notizia e la nefasta abitudine di ascoltare musica di vent’anni fa? Semplice, recensendo le ristampe! Ed eccone una fantastica, anzi meglio ancora, una compilation di materiale (singoli, EPs…) che era praticamente introvabile dalla fine dei Settanta. Quindi è un po’ come se fosse uscito quest’anno. Infatti è uscito quest’anno. Mi seguite?

Gli Human League che conoscete voi sono un banale gruppo synth-pop degli anni Ottanta. Nel 1977 Ian Marsh, Martyn Ware e Adi Newton si chiamavano The Future e facevano propria la lezione dei Kraftwerk trasportando la loro estetica del sintetico negli alienanti paesaggi industriali di Sheffield, poco concedendo alle tradizionali strutture della musica pop, tra esotismo futurista (Cairo) e cyberpunk dada (Dada Dada Duchamp Vortex). Poi Adi se ne va a fondare i Clock DVA e subentra Philip Oakey: nascono i primi Human League, le cui velleità sperimentali sono mitigate dalla forte esigenza di avvicinarsi all’easy listening. Ma di questo equilibrio ancora non c’è traccia in The Golden Hour of the Future, testimonianza piuttosto dei tentativi del gruppo di prefigurare la musica che sarebbe venuta poi.

Due sono le basi teoriche della loro musica, speculari tra loro, ripetutamente proclamate in volantini e registrazioni: da un lato il tentativo di fare pop music (molto sui generis) senza chitarre né batterie, ma soltanto con voce e sintetizzatori; dall’altro non uniformarsi alla voga dello sperimentalismo elettronico il cui solo obbiettivo era impressionare l’ascoltatore. Passare quindi, anche qui, dalla teoria alla pratica. Tra le due questo disco rimane in bilico, ma propone almeno un potenziale (e ironico) hit da dancefloor catatonico, Dance like a star. Successivamente usciranno due bei dischi di pop elettronico (Reproduction, Travelogue), in seguito ai quali Marsh e Ware abbandonano il nome del gruppo a mestieranti che faranno culminare la parabola in sorvolabili prodotti di consumo.

[Vai all'archivio delle recensioni discografiche]

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Ringraziamenti

QuintoStato m’informa che questo blog è stato inserito nel loro database, nella sezione fuffa. Ecco, il problema adesso è questo: essere “fuffa” comporta, secondo l’oscura profezia, il subire la leggendaria scrematura, praticamente una forma di selezione darwiniana dei blog. Spero di no. Cioè, perlomeno non prima di QuintoStato.

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Le nuvole ⨯




Atrocity exhibition

Sono commosso: io questo ragazzo l’ho visto crescere. Tutto ciò nemmeno Ballard poteva prevederlo.

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Destre sinistre

La notizia della presunta censura a Massimo Fini è un po’ vecchia, ma non posso fare a meno di pensare che forse non gli è andata così male, se per fare una trasmissione culturale in piena notte sulle reti pubbliche ti devi travestire da Cyrano de Bergerac.

Divertente che si sia discusso del fatto che ad essere colpito fosse un intellettuale definito “di destra”. Innanzitutto perché “la destra” al governo fatica a costruirsi un bacino culturale di riferimento, barcamenandosi tra facili slogan (l’anticomunismo, la libertà) e qualche sgraziata manovra editoriale (il Domenicale), per comporre due tendenze abbastanza distanti, tra il nero e l’azzurro. E poi che fa? Si fa intimorire dal primo intellettuale “di destra” che segue sul serio la definizione (molto autoindulgente) che ne dava Marcello Veneziani: ovvero la non-corporatività e quindi l’imprevedibilità.

Forse semplicemente “la destra” di Fini e quella del Presidente del Consiglio sono tutt’altra cosa, e facciamo bene ad usare le virgolette. Recentemente proprio Fini è stato protagonista dello sdoganamento del relativismo culturale, un pensiero anti-umanitario che cozza non soltanto con quello della “sinistra”, ma inoltre di quella sinistra interventista che oggi ha preso nome di neo-conservative, e che ama appoggiare i governi “di destra”. Una gran confusione, che promette scintille nei prossimi anni.

Comunque niente paura: se per caso avete in casa Destra e Sinistra di Norberto Bobbio non dovete buttarlo. Vi basterà correggerlo sostituendo “sinistra” con “destra” e viceversa. No, scherzo: buttatelo.





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