la fine dei tempi nell'epoca della sua riproducibilità tecnica
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Progetto di riforma dell’alfabeto

Nel comporre la sua biblioteca, Aby Warburg non seguì le regole con cui solitamente si dispongono i volumi per facilitarne il reperimento. Piuttosto che seguire un “ordine”, piuttosto che affidarsi a un’economia, Warburg dispose i tomi secondo il proprio sentimento, disegnando un percorso segreto e personale. Rifuggì l’ordine alfabetico, il più arido e vuoto degli ordini, il più meccanico, dunque il più stupido. Tuttavia, tale ordine non ha cessato di turbare le nostre esistenze. Anzi! Si tratta forse dell’ultimo e unico ordine cui siamo disposti a sottometterci, probabilmente proprio in virtù della sua stupidità.

Ma noi contestiamo la tirannia della forma nella quale, da secoli, i nostri nomi e le nostre parole si dispongono, con il pretesto di un più agile reperimento: la sequenza insignificante chiamata alfabeto. Rivendichiamo il diritto di scegliere il nostro posto all’interno di dizionari, liste, agende addirittura. Non secondo il caso, ma secondo criteri morfologici che guidino il lento divenire dell’uno nell’altro, tra sfumature infinite, confusione, mescolanza, entropia. Secondo i criteri sempre mutanti dello sguardo di coloro che compilano l’insieme, all’interno della riconfigurazione infinita delle strutture. Sparpagliati, qua o là, talvolta anche nascosti, talvolta in primo piano, secondo le logiche segrete di ogni nuova combinazione. Persi nell’enorme biblioteca di Babele, il nostro filo d’Arianna non sarà l’architettura arbitraria di un ordine asettico, ma l’arcobaleno che disegneranno le nostre interpretazioni.





L’avanguardia è molto dura e per questo fa paura

Parliamo di supereroi. Anzi, di supercattivi. Nel 1989, sulle pagine della serie Doom patrol, scritta da Grant Morrison, compare la Brotherhood of Dada: una società che celebrava la totale assurdità della vita, e incitava contro la realtà consensuale in favore della liberazione del divertimento e della libido.

Mr. Nobody want the whole word to become an abstract painting . There would be fun, and people would get along, and life would be wacky and stuff. Mr. Nobody picked out a band of weirdo’s and sent dreams to them in order to help him escape. Now they are on the loose, and they intend to bring Dada into the lives of humanity.

Tutto questo nelle 24 deliranti pagine di The Painting that ate Paris. Il riassunto pressapoco questo:

Mr. Nobody’s Brotherhood of Dada stole the painting and absorbed the city of Paris into it. The Doom Patrol followed the Brotherhood into the painting and fought them in several levels of art genres; Surrealism, Symbolism, Impressionism, etc., but was thoroughly defeated. Then, the two teams had to join forces as a new threat appeared – the Fifth Horseman of the Apocalypse, whom they defeated by sending it to the Dadaism level of the Painting’s world. Since Dada is meaningless, the Horseman was transformed into a harmless rocking horse. The Doom Patrol and Paris were returned to the real world while the Brotherhood remained trapped inside the Painting.

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La guerra concreta

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Matmos – The Civil War (2003)

I Matmos fanno musica concreta, pare (l’ho letto su Blow Up). Cioè quel genere piuttosto sperimentale che consiste nel fare musica non con strumenti tradizionali, ma con suoni “reali”. Ci aveva provato per primo Erik Satie (già pioniere della ambient) inserendo nella partitura di Parade (1917) l’intervento di spari e altri rumori circensi, ma il genere s’impone con l’avvento dei dispositivi di riproduzione, che permettono a chiunque di registrare le proprie inascoltabili elucubrazioni. I Matmos però non sono inascoltabili: registrano suoni, li smontano e li rimontano, e dal (disgustoso) risucchio di una liposuzione tiranno fuori un ritmo che potrebbe funzionare in discoteca. Using musique-concrete techniques to make itchy electro funk.

E se non te lo dicono non ci pensi che stai ascoltando il coming out della musique concrète. Un po’ come Battiato, che in una sua vecchia intervista affermava di dare forma compiuta a quelle che erano soltanto (seppur necessarie) teorie, quelle di Cage e di Stockhausen. Un po’ come confrontare la labirintica Methodology dei Cabaret Voltaire con quell’anthem danzereccio che è I want you. L’ultimo disco dei Matmos, the Civil War, è un concept-album abbastanza oscuro,”un ponte in grado di unire una metà medievale-barocca che coincide con la guerra civile inglese del 1640 e dintorni, con quella sudista che corrisponde alla guerra civile americana del 1860 e giù″ e a sentirlo non sembra così concreto. Infatti leggi la strumentazione e trovi violini, chitarre, pianoforti, sintetizzatori, batterie, tube, trombe, banjo, ecc. Poi pensi che quelli sono suoni come gli altri, che fanno parte del mondo che ci circonda come le motoseghe e lo scrosciare di un ruscello. E allora tutto è musique concrète, da un certo punto di vista. Si, ma dovete sentire cosa riescono a tirarne fuori.

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La distruzione del tempo

Bell’articolo del New York Times Magazine (su Internazionale di questa settimana) sulle ragioni del filo-israelismo di destra cristiana e neoconservatori statunitensi. Ad un certo punto si parla del cosidetto sionismo cristiano, ed io ero rimasto ai tempi in cui questo significava pressapoco dare uno stato agli ebrei per liberarsene. Invece questi sono dei fondamentalisti cristiani che, interpretando alla lettera la Bibbia,

credono che Cristo ritornerà sulla Terra soltanto quando gli ebrei si saranno nuovamente impadroniti della Terra Santa.

Comunque poi finisce o con l’Apocalisse o con la conversione al cristianesimo in massa, quindi c’è poco da stare tranquilli. Un’interferenza, quella tra storia universale ed ermeneutica teologica, tra tempo profano e tempo sacro, tra mito ed evento, che appartiene precipuamente alla religione ebraica, che ha in una nazione, in un popolo, il soggetto della Storia. Dobbiamo perciò considerare l’esistenza d’Israele (alla stregua delle distruzioni del tempio e della Shoah) anche da un punto di vista teologico, dal punto di vista dell’economia della salvezza. Alla teologia è dunque lecito ricorrere per comprendere le scelte dello Stato Ebraico, la cui sopravvivenza è, anche, una questione metafisica.

Quello che colpisce (senz’altro perché conosco poco il protestantesimo americano) è che un punto di vista messianico emerga ora anche dalle parti del cristianesimo. Ovvero una religione fondata sull’evento totalizzante della crocefissione, sulla quale si apre una semplice parentesi prima della fine dei tempi. Le debite eccezioni di millenaristi come Gioacchino da Fiore si presentano sempre sul filo dell’eresia. Oggi forse le cose stanno cambiando: quando nei suoi discorsi Bush evoca Dio e la fede, non si tratta soltanto di fare vincere dei valori su degli altri (Occidente contro Islam), ma forse di partecipare al compimento del divenire ultraterreno della Storia universale.





Amici di Ratzinger

E’ Ratzinger-mania ! L’ormai mitico cardinale, che secondo il compianto Luther Blissett (Nemici dello stato) sarebbe la mente dietro l’occulta politica di proselitismo dell’attuale pontificato, può vantare un inspiegabile numero di ammiratori in rete. Svariati Ratzinger fan clubs (questo, con acclusa mailing-list e merchandising tra cui magliette e pinte di birra) e persino un’italiana associazione Amici di Ratzinger. Davvero perverso. Ma d’altronde c’è gente che ste cose le fa con Arrigo Boito.





Olocatteps!

Strana scelta quella d’inserire 1997: Fuga da New York di John Carpenter tra un Debord e l’altro. Strano perché tra tutta la fantascienza “debordiana” (che culmina ovviamente con Matrix) è stato pescato un film nel quale il grande assente è proprio lo Spettacolo. Nel capolavoro di Carpenter il potere non riesce proprio a farsi spettacolo e quindi (lieto fine) viene sconfitto. Non ci viene data nessuna rappresentazione del mondo presumibilmente totalitario che circonda il buco nero New York City e ciò che resta è la cosa in sé, lo sfascio e l’orrore, nessuna allucinazione mediatica. Nel film due personaggi (secondari) hanno nomi di registi horror, Romero e Cronenberg, e penso a quanto siano più debordiani eXistenZ o Videodrome – quest’ultimo poi ispirato a McLuhan e in qualche modo didascalico, al contrario del cinema puro di Carpenter.

La bella trovata di Ghezzi è piuttosto quella di riavvolgere il film, fingendo sui titoli di coda di volerlo riproiettare tutto al contrario (e io giuro che sarei stato a guardarlo, ipnotizzato), ma poi no, la smette dopo qualche minuto (delusione). Il riferimento è ovviamente al titolo palindromo dell’ultimo film di Debord, In girum imus nocte et consumimur igni, sua personale ossessione, e chi sa perché. Ricordo quest’estate alla Milanesiana una conferenza di Ghezzi nella quale lesse il suo intervento al contrario, tra fischi e insulti, per poi farsi riproiettare al contrario e rivelare un discorso di senso compiuto (oddio, proprio compiutissimo no). E ricordo quelle due torri squartate e palindromicamente rovesciate che mandò in onda nel suo primo fuori orario post undici settembre, declamandoci sopra l’incipit di Gravity’s Raimbow, e che rimanda ancora in onda stasera, come esempio archetipale dello spettacolo, o piuttosto (direbbe lui) come spettacolo dello spettacolo disintegrato.





Debord est mort

Imperdibile trasmissione dell’opera cinematografica omnia di Guy-Ernest Debord a Fuori Orario. La stavamo aspettando da quando, nel 2001, Enrico Ghezzi si aggirava per Venezia cercando di comprarne i diritti e alle proiezioni riprendeva abusivamente con la sua digitale. Questa notte, domenica 5 e il 10 e 11 ottobre saranno trasmessi su Rai Tre tutti i film del filosofo francese, trai quali La societé du spectacle e In girum imus nocte et consumimur igni, già mandati in onda l’anno scorso, così come gran parte delle interviste a pensatori (Derrida, Zizek, ecc.) e cineasti (Kiarostami, Bertolucci, ecc.) che andranno a condire il ciclo Lo spettacolo disintegrato. L’inserto culturale del manifesto ne fa invece un evento storico, si vede che al primo passaggio avevano altro a cui pensare. Se è come l’altra volta, vi avviso che non ci sono i sottotitoli.





Sub specie politicae

Ben vero che, come ricorda qualcuno, si chiama Nobel per la Letteratura e non Nobel per l’impegno politico, come talvolta sembrano intendere gli accademici di Svezia. E però nel suo significato più largo la politicità della letteratura non è qualcosa di superfluo – toh, diamoci una pennellata di politica – ma la sua stessa essenza. Raccontare la realtà significa coglierla sub specie politicae, altrimenti perché perdi tempo a scrivere?

Vladimir Nabokov negava con forza che la politica avesse un ruolo nella letteratura, e persino che le sue opere avessero un senso: perché significare vuol dire rimandare ad altro e lui non poteva sopportarlo. Eppure un senso ce l’avevano, eppure erano politiche: forse proprio in quanto rifiutavano il didascalismo della letteratura impegnata. Ma allora il problema, per questo quarto di secolo di discriminazione nei confronti della letteratura bianca americana (che è poi la pietra dello scandalo) è se questa letteratura sia riuscita a produrre opere adeguatamente politiche; se su queste sarebbe stato meritevole attirare l’attenzione; o se i giurati del Nobel sono degli snob che non capiscono niente.

Personalmente, mi pare di non avere letto nessun Nobel dai tempi di Carducci (ok, forse esagero), quindi non saprei davvero giudicare. Della letteratura americana contemporanea apprezzo la capacità di custodire gelosamente un legame con la tradizione letteraria occidentale, per via del famoso “postmoderno“. Ma davvero la meta-letterarietà compulsiva dei vari Gaddis, Barth, Pynchon, De Lillo, Auster, Foster Wallace, implica una carenza di politicità? Mi pare invece che non ci nulla di più politico di una letteratura che fissa sé stessa disfarsi, riconoscendo la propria afasia e splendida decadenza.





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