la fine dei tempi nell'epoca della sua riproducibilità tecnica
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Trame e complotti

Arch

Continua la feuilletonesca inchiesta di Repubblica sul caso Telekom Serbia, la cui bellezza letteraria è innegabile. Innanzitutto spunta Licio Gelli, e questo già commuove: è lui che avrebbe infiltrato nei servizi segreti un direttore occulto a scrivere la trama della cospirazione. Cospirazione! In prima pagina di Repubblica! Meraviglioso. Poi ce n’è un altro, sempre nei servizi segreti e perdipiù frammassone, specializzato nel ramo disinformazione:

Muove lui, dunque, le fila di un affaire che, di giorno in giorno, ravviva il suo disegno, portandone alla luce il canovaccio, gli interpreti, gli sceneggiatori, le variazioni falsarie che ne truccano la genesi e ne confondono il percorso.

Nell’articolo si parla di intelligence fangosa e personaggi dall’opaco passato, e questo è solo il primo paragrafo (ci sono tre altre paginone intere). Un evento epocale: lo sdogamanento del cospirazionismo. E si delinea una figura affascinante: quella dello sceneggiatore di realtà, che incide le sue trame sul corpo caldo della Storia. Magari coinvolto con l’occulto, a metà strada tra tornaconti politici e allucinanti visioni del destino universale. Ho trovato cosa voglio fare da grande.





God is an atheist

Che è poi una delle mirabolanti teorie di Emanuele Severino.

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I misteri degli Egizi

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Coleman/Dudley – Songs from the Victorious City (1991)

Jaz Coleman cantava nei Killing Joke vent’anni fa, e per nostra sfortuna lo fa ancora. I primi due dischi erano un apocalittico assalto frontale di punk tribale, gotico e (si dirà poi) industriale. Poi raggiunsero il successo con qualche singolo melenso come Love Like Blood e Eighties, famosamente dirottata dai Nirvana nella linea di basso di Come as you are. Nel frattempo Jaz trovava il tempo di fuggire in Islanda ad aspettare la fine del mondo:

The long winter is coming
And instinct is telling me to fly towards the south
I want to be in a place of beginnings, not endings!
Forget all your belongings – leave the city, come unto the ends of the earth
With me.

Antimoderno e no-global esoterico, non poteva che approdare alla world music. Ovvero andiamo in un paese esotico, registriamo un po’ di materiale e mettiamoci un po’ del nostro, tipo dell’elettronica. Sembra orrendo ma c’è chi riesce a non essere irrimediabilmente turistico: ci sono riusciti Eno e Byrne assieme a tanti gruppi della new wave, e persino in tempi recenti quel genietto di Damon Albarn. Così a ha fatto anche Jaz Coleman. Tornato dall’Islanda, si è precipitato in Egitto. E devo dire che questo Songs from the Victorious City (1991) non mi dispiace per niente. E’ un disco ispirato alla musica egiziana, composto con Anne Dudley (ex Art of Noise) ed eseguito da musicisti locali con strumenti tradizionali accompagnati da un sintetizzatore. Lo so, questa è praticamente la line-up di Rondò Veneziano, ma il risultato è un filo meno volgare. Piacerebbero a Battiato le atmosfere di questa musica, aiutate da titoli epici (The awakening, The Endless Festival, Minarets and Memories, ecc…) ed echi misticheggianti. Consigliato se vi piacciono: Ermete Trismegisto, Giamblico.

[Vai all'archivio delle recensioni discografiche]





Era meglio il contrario

Il Santo Graal dei documenti audiovisivi è senz’altro il video della partecipazione di John Cage a Lascia o Raddoppia, che nemmeno YouTube è in grado di mostrare. Nei forum su Internet, disperati intenditori lo inseguono da anni. E da qualche parte spunta il sospetto che si tratti di una leggenda metropolitana, come d’altronde tante ne sono fiorite attorno alla figura di Mike Bongiorno. La storia è questa. Nel 1958 John Cage si trovava in Europa per tenere un corso di musica sperimentale a Darmstadt, in Germania, per poi giungere a Milano dove rimase quattro mesi, ad incidere un pezzo intitolato Fontana Mix presso lo studio di fonologia della RAI. Lo stesso anno, partecipò al quiz Lascia o Raddoppia in qualità di esperto di funghi, e alla fine di sei vittoriose serate, se ne tornò a casa con un bottino di cinque milioni di lire. Nel corso di questa partecipazione, Cage ebbe anche l’occasione di eseguire svariate sue composizioni, di fronte ad un accondiscendente Mike. (Immaginate quindi la scena, immaginatevi un eccentrico compositore sprofondato nell’irreale geografia di un studio televisivo, immaginatevi Mike Bongiorno e John Cage che parlano di funghi tra vallette, luci al neon, e scroscianti fiumi di denaro distribuiti a piene mani dall’everyman della cultura pop italiana) Il momento del commiato è leggendario:

M.B.: “Bravissimo, bravo bravo bravo bravo. Bravo bravissimo, bravo Cage. Beh, il signor Cage ci ha dimostrato indubbiamente che se ne intendeva di funghi… quindi non è stato solo un personaggio che è venuto su questo palcoscenico per fare delle esibizioni strambe di musica strambissima, quindi è veramente un personaggio preparato. Lo sapevo perché mi ricordo che ci aveva detto che abitava nei boschetti nelle vicinanze di New York e che tutti i giorni andava a fare passeggiate e raccogliere funghi”.

J.C.: “Un ringraziamento a… funghi, e alla Rai e a tutti genti d’Italia”.

M.B.: “A tutta la gente d’Italia. Bravo signor Cage arrivederci e buon viaggio, torna in America o resta qui?”.

J.C.: “Mia musica resta”.

M.B.: “Ah, lei va via e la sua musica resta qui, ma era meglio il contrario: che la sua musica andasse via e lei restasse qui”.

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Paradossi e previsioni

Questa Italia è quella che avevo previsto 30 anni fa, dovrei chiedere il copyright. La giustizia, per esempio. Quella riforma l’ho scritta io, 30 anni fa, nel mio piano di ‘rinascita nazionale’. E l’ordine pubblico, l’assetto delle tv. Tutto come avevo previsto.

Così sosteneva Licio Gelli intervistato sulla Repubblica del 28 settembre 2003. Non c’è da stupirsi che sia andata così: viaggiando nel tempo e prevedendo il futuro – come insegna la fantascienza – è naturale alterare il corso degli eventi.





4 Hours

In my white cell

Nothing is right

Imprisoned, I make my own world suffer

For sensory deprivation increased my will

Their cruelty is ironic

For my pain is freedom against their will

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La critica del teatro come critica del potere

Allo “spettacolo” si deve opporre la ” situazione”, ovvero la produzione di rappresentazioni nelle quali non esiste separazione tra chi produce e chi assiste (subisce?), ma tutti producono e assistono allo stesso tempo.

Nella prospettiva di Debord si combatte il mondo come rappresentazione alienante determinata dal potere, così metaforicamente simile al teatro secondo Rousseau. E le feste che il ginevrino proponeva, cosa sono se non “situazioni”? Realizzate poi sotto lo stato giacobino come “feste rivoluzionarie”.

Carattere plein-air delle rivoluzioni, noterà Walter Benjamin, psicogeografo.





Una congettura fantasiosa

Il marxismo si pone, prima ancora che come teoria politica, come filosofia della storia. Ed è in questa sua doppia pretesa (che ripetutamente è caratterizzata come “scientifica”: teoria scientifica, pratica scientifica) che nasce il paradosso, in questa inconciliabile aporia, forse, si spiega il fallimento di entrambi gli obbiettivi. Se è vero che il filosofo non deve limitarsi ad interpretare ma deve giungere a trasformare il mondo, palesemente, a maggior ragione della sua presunta scientificità, il marxismo si pone di fronte al terribile paradosso della fisica novecentesca, ovvero l’influenza dell’osservatore sul comportamento dell’oggetto sperimentale.

Perché in fondo la teoria marxista, che la storia si diriga inesorabilmente verso certe predizioni scientificamente desunte dal motore “materiale” del processo storico, non poteva conoscere in che modo questa consapevolezza, poi divenuta prassi massiccia dappertutto nel mondo, avrebbe influenzato la storia. Come se, in un certo modo, il marxismo come teoria, e poi come prassi, avesse interferito con l’altrimenti marxista corso degli eventi ed impedito alla storia di sfociare nella sua fine prevista. Come se, cercando di realizzare il destino dell’uomo, non si abbia fatto altro che allontanarlo.

Ma questa, ovviamente, è solo una congettura fantasiosa.





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