Il paradosso fondante

Mentre da qualche decina d’anni il teatro, la letteratura e il cinema vanno ri-scoprendo, in modo talvolta sgradevole, e talvolta artificioso (e talvolta miracolosamente riuscito) la dimensione del meta-rappresentare, l’affascinante gioco di specchi di un opera che guarda sé stessa farsi, mi accorgo di uno strano paradosso, ovvero che in un certo modo, l’arte, storicamente, nasce così. Se oggi il procedimento appare risultato di profonde riflessioni sull’arte, sui principi del rappresentare, sui limiti del linguaggio (l’impossibilità di mostrare che sta mostrando – l’irrapresentabilità della forma logica), esso appare per così dire spontaneo in certi contesti genetici dell’opera d’arte.

L’esempio che colpisce di più è il modo in cui il teatro sei e settecentesco, portando al parossismo il meccanismo (da Corneille a Beaumarchais) non faccia che mettere in scena, attraverso gli intrighi e le mistificazioni che i personaggi attuano per raggiungere i loro scopi, gli spettacoli teatrali dei singoli agenti, fino a dare vita, nella loro interazione, ad una rete di dinamiche puramente teatrali. Similmente nella letteratura, dove a Cervantes pare naturale attribuire la paternità dell’opera ad un manoscritto da lui trascritto. In generale, sembra che, contrariamente a ciò che appare, l’arte non tenda storicamente all’annientamento dell’illusione rappresentativa, bensì nasca ponendola, da subito, come suo paradosso fondante – nasce non potendo far altro che rappresentare rappresentazioni (perché solo così può dare un senso all’atto stesso di rappresentare). E così, l’attenzione dell’arte postmoderna alla sfera del meta, limitandosi a mimarne gli abissi, si perde, inesorabilmente, in the funhouse.