la fine dei tempi nell'epoca della sua riproducibilità tecnica
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La quarta dimensione

Quando scrivo o commento su un blog, quando aggiorno Wikipedia, quando auto-produco un libro, cosa sto producendo? e cosa sto consumando? Per rispondere a queste domande, ho provato a¬†descrivere la trasformazione dell’industria culturale classica in¬†piattaforma di pubblicazione, circolazione e scambio di contenuti, e ne ho evocato i¬†presupposti ideologici. La lettura di¬†“Feticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto: i casi Amazon e Apple” di Wu Ming 1 mi ha perci√≤ fatto l’effetto di uno specchio deformante, nel quale ho visto apparire un ometto tozzo, col ventre prominente e la testa minuscola. Ovvero ben diverso da me, che sono invece slanciato e ben proporzionato.

Gli esiti comici dell’argomentazione di Wu Ming¬†discendono da un errore. L’errore √® chiamare “pluslavoro”, o in generale “lavoro”, ogni forma di generazione di contenuto da parte degli utenti su Internet. Ora, questo errore non √® innocente. L’articolo di Wu Ming partecipa alla costruzione di un mito politico, il mito del¬†proletariato cognitivo. In sintesi: l’operaio della conoscenza,¬†traducendo poesie o pubblicando le foto delle sue vacanze su Internet, si troverebbe sullo stesso piano — o pi√Ļ esattamente, entro la stessa classe — dell’operaio vero e proprio, come quello che gli ha assemblato il computer. L’operazione ideologica di Wu Ming, letteralmente oscena,¬†sta nell’ambiguit√† di quello “sfruttamento nascosto” annunciato nel titolo dell’articolo:¬†se da principio questo sfruttamento rimanda alle condizioni di lavoro presso Apple o Amazon,¬†nell’ultima parte l’autore tenta di recuperarlo¬†per evocare la condizione degli user del web 2.0. Come in ogni barzelletta, √® il rovesciamento finale a suscitare la risata. E come in ogni esercizio di prestidigitazione, tutto sta nel distogliere l’attenzione dalla cosa stessa che viene esibita.

Non voglio parlare in questa sede delle moderne forme di schiavit√Ļ su cui √© fondato il sistema del¬†consumo culturale. Qui m’interessa soprattutto la teoria del pluslavoro. Come ho gi√† scritto altrove gli user, in fondo alla coda lunga, consumano l‚Äôopportunit√† di esprimersi pubblicamente. E come la¬†pagano questa opportunit√†? Rinunciando a riscuotere la somma minuscola in diritti d’autore che spetterebbe loro per il contributo infinitesimale che forniscono alla piattaforma. Questa √® la semplice ragione per cui un abbonamento telefonico ha un costo e l’iscrizione a un social network √® gratuita: i contenuti che forniamo sono il prezzo che paghiamo. In fin dei conti era lo stesso principio del copyleft, ovvero rinunciare a trarre profitto dal lavoro intellettuale per propriziarne la circolazione. Nel frattempo le cose sono un po’ sfuggite di mano, qualcuno ha capito come generare un enorme profitto da questo e si sono creati dei monopoli capaci di imporre le loro condizioni a utenti e editori: ho scritto a questo proposito di societ√† panottica. Ma¬†Wu Ming, come altri scrittori, pensa soprattutto che i suoi status di Twitter o Facebook valgano molto di pi√Ļ e che lo scambio non sia equo. Che ti devo dire? Fanne un’antologia, mettici la fascetta “Dall’autore di Q”, e vedi un po’ se qualcuno te li compra.

Forse tutto nasce da un malinteso. Perch√© ognuno dovrebbe essere pagato per ci√≤ che scrive? Certo, se fuori fanno la fila per leggere il tuo libro, √® naturale che tu ci guadagni. Ad esempio Q essendo un ottimo romanzo, non ho avuto problemi a sborsare quei diciotto euri che costava all’epoca. Wu Ming √© dunque uno scrittore di professione, ma nessuno lo pagher√† (ad esempio) per avere riempito uno spazio pubblicitario con la copertina del suo libro.¬†E poi prendi me, come diceva padre Karras nell’Esorcista: di lettori affezionati ne avr√≤ un centinaio e me ne sto qua buono, appollaiato sulla coda lunga. La mia scrittura non √© un lavoro: √© in minima parte un diletto e in massima parte un tentativo di “fare cose con le parole”. Si tratta sopratutto di una possibilit√† garantita dal capitale economico e culturale di cui dispongo. Ma ecco un’altra delle tare psicologiche del borghese contemporaneo: scambia i propri costosi diletti — scrivere, leggere, cantare, dipingere e in generale gli studi da signorina di buona famiglia — per attivit√† professionali, e poi si lamenta che non lo pagano. Bisognava leggere Veblen prima che fosse troppo tardi.

C’√© differenza tra l’acrobata della domenica e l’artista circense, che tutti i santi giorni esercita il proprio corpo in esercizi sfiancanti e pericolosi. E c’√© anche una grande zona grigia tra queste due attivit√†, nella quale galleggiano file di disoccupati. Ma se ti posizioni sulla coda lunga del circo, le tue capriole non saranno mai un lavoro.¬†Il fatto √® che la quarta dimensione si sta ampliando a dismisura, e ha cambiato forma.¬†Nel Pendolo di Foucault, Umberto Eco definiva quarta dimensione della letteratura il mondo degli autori a proprie spese: un esercito di sfigati che ambiscono a essere pubblicati e ci riescono soltanto pagando dei finti editori. In realt√† questa sfiga √© relativa, e in altre epoche l’editoria a pagamento √© stata praticata da autori come Lewis Carroll, Edgar Allan Poe o Walt Withman.¬†Eco pensava che gli APS avessero torto e il mercato ragione, ma oggi la rivoluzione della coda lunga ha rovesciato questo rapporto. Il problema non √© tanto la qualit√† assoluta di quello che viene pubblicato, quanto la sua pertinenza relativa.

Nessuno √© sfigato sulla coda lunga. Oggi siamo tutti autori a nostre spese, perch√© i costi tendono allo zero, sia per la produzione materiale che per la diffusione digitale. Questa riduzione ¬†dei costi, come ricorda Wu Ming, avviene anche per mezzo dello sfruttamento degli operai nelle fabbriche di tutto il mondo. Ma la sua “narrazione” √© ben comoda: noi non staremmo consumando una risorsa prodotta dallo sfruttamento, bens√¨¬†staremmo¬†partecipando a essere sfruttati. La nostra libert√† di creare e di comunicare √© un pesante fardello: bambini cinesi, condividetela con noi! Partecipate alla nuova alleanza mondiale degli sfruttati! Io dico invece che, nell’argomentazione di Wu Ming, il Capitale √© uno schermo per distogliere l’attenzione e rinviare il vero conflitto di classe geopolitico. Che comunque arriva, sta arrivando, √© arrivato.





La questione mal posta

Wu Ming 1 ha scritto un pezzo su “feticismo della merce digitale” e non so decidere quale sia la parte pi√Ļ divertente. Forse quella in cui invita a non idolatrare Apple o Amazon, tanto per fissare — un po’ alla lontana, diciamo — le solide basi di una nuova lotta di classe? Oppure quell’altro passo in cui, dopo uno confuso viavai d’argomenti, riesce nella magia di paragonare il tempo che passiamo su Facebook alle dodici-quattordici ore di lavoro di un bambino operaio ottocentesco? (Hey Wu Ming, com’√© il carro degli sfruttati? Comodo?) C’√© poi la presa di posizione contro i padroni della rete, colpevoli di lucrare sul pluslavoro intellettuale: coerentissima da parte di uno che da vent’anni combatte il copyright, e oggi si lamenta perch√© “sono altri a fare soldi col tuo lavoro”.¬†No, aspettate, ho trovato. La parte pi√Ļ divertente √® questa:

“Se dopo questo discorso qualcuno mi chiedesse: ‚ÄúAllora la soluzione √® stare fuori dai social media?‚ÄĚ, risponderei che la questione √® mal posta.”

Mal posta? Intendi dire come la questione Mondadori? Ma allora il vostro non è nemmeno un vizio: è un format.





Centomila miliardi di libri

Ho scritto che la vicenda dell’editore automatico √® rappresentativa dell’epoca della coda lunga, e vorrei adesso spiegare perch√©. La coda lunga “rappresenta” quella parte del mercato nella quale si raggiunge un imponente volume totale di transazioni, diciamo un mucchio di libri venduti, sommando volumi unitari molto ridotti, diciamo un pugno di copie vendute per ogni singolo titolo. La rivoluzione¬†annunciata da Chris Anderson consiste nel fatto che possa essere profittevole (per un distributore, un fornitore di servizi o per un certo tipo d’editore) posizionarsi su questa coda lunga.

Ma ci sono alcune condizioni. Innanzitutto,¬†√© necessario che esista una domanda frammentata e disomogenea: bene, ce l’abbiamo. Alle casse dei supermercati¬†reali e virtuali si accalcano masse di consumatori che non ne possono pi√Ļ di prodotti industriali e tutti uguali, anzi li vogliono unici e irripetibili. Piccolo problema, i nuovi consumatori¬†non si possono permettere prodotti artigianali realmente unici, come un vero libro scritto, corretto, impaginato, stampato e rilegato in trenta copie. Quindi¬†ci vuole un’industria capace di produrre questi pezzi unici¬†ovvero di fare economie di scala su volumi disomogenei. Sul fronte dell’offerta, bisogna soddisfare una condizione tecnologica.

Per un paio di secoli, “fare economie di scala su volumi disomogenei” √® stato semplicemente un paradosso. La legge inesorabile dell’uniformit√† governava l’industria, e con essa l’industria culturale.¬†Il principio della produzione industriale √® che costa meno, ed √® perci√≤ pi√Ļ profittevole, produrre, distribuire e vendere un solo oggetto in 100.000 esemplari che 100 in 1000 esemplari ciascuno, perch√© si possono suddividere i costi fissi sul massimo numero di unit√† prodotte. Fin dai tempi di Gutenberg, la stampa funziona secondo questo principio: poich√© la matrice di una pagina √© piuttosto complessa da assemblare, non avrebbe senso stampare un solo libro. A questo punto tanto varrebbe scriverlo a mano e illuminarlo con foglie dorate.

Certo dai tempi di Gutenberg le cose sono cambiate, e oggi possiamo stampare una singola Bibbia con la laser dell’ufficio. Ma per fare un libro vero a un prezzo accettabile, fino a qualche anno fa la cosa migliore era ancora di stamparne due o tremila copie. A queste condizioni, era difficile per un editore posizionarsi sulla coda lunga. Oggi le tecnologie¬†Print on Demand permettono di stampare, in una sola copia, libri e documenti a partire da supporti digitali, con un costo per unit√† competitivo, e altri vantaggi collaterali come l‚Äôeliminazione dei costi di stoccaggio e del rischio d‚Äôinvenduti (stampa just in time).

Creata nel 2007, Espresso Book Machine √® la pi√Ļ celebre delle macchine Print on Demand: stampa e rilega un libro finito in pochi minuti a partire da un pdf. Il suo costo contenuto, 75.000 dollari, permette a piccole rivendite e biblioteche di dotarsene, per stampare classici non vincolati dal diritto d‚Äôautore, scaricati per esempio dal database del sito Google Books. Soprattutto, una macchina del genere elimina vari agenti e tempi intermediari tra il testo finito e il consumatore ; anche se ovviamente non potr√† eliminare i costi di scrittura, editing, correzione o marketing. In effetti la stampa rappresenta solitamente solo il 15-20% del costo di produzione di un libro. Ma in fondo, chi ha detto che un libro debba essere finanche promosso, persino corretto, magari editato e addirittura scritto?

Tutto questo, in effetti, il nostro editore automatico non lo fa. Si ¬†limita a¬†stampare “on demand” in seguito a ogni singolo ordine. Poich√© i suoi libri sono semplici patacche, di ogni titolo vender√† al massimo qualche decina di copie. D’altra parte la tecnologia¬†Print on demand non √® adatta¬†per gestire grandi volumi di produzione.¬†I profitti dell’editore automatico dipendono poco dall’efficacia del procedimento e molto dall’assenza di costi editoriali e dallo spropositato prezzo di copertina. In fin dei conti chiedono dieci euro per stampare e rilegare una trentina di pagine pescate su Internet.

Il¬†Print on Demand, in generale, non permette delle vere e proprie economie di scala, al contrario di un’altra tecnologia: si tratta della cosiddetta¬†mass-customization, che consiste nell‚Äôimpiego di sistemi computerizzati per diversificare un unico volume di produzione.¬†Nell‚Äôeditoria, questo √® possibile ricorrendo al cosiddetto¬†Variable-data printing, che permette di programmare un processo di stampa digitale a partire da una base di dati che combina testi e immagini differenti. Si possono in questo modo stampare 1000 fogli differenti alla stesso costo di 1000 fogli identici.

Un recente esperimento letterario √® stato condotto proprio usando questa tecnologia: il libro¬†Tristano di Nanni Balestrini (2007) √® stato stampato dall‚Äôeditore DeriveApprodi in migliaia di esemplari tutti differenti, e con copertine diverse, grazie al sistema Xerox Free Flow, solitamente usato per scopi meno stravaganti. Si tratta, scrive l’autore nella nota che accompagna il libro, di “una tiratura di copie uniche numerate, contenente ciascuna una diversa combinazione del materiale verbale precostituito, elaborata dal computer secondo un programma stabilito”. Gli esemplari stampati sono 2500 ma le combinazioni realizzabili ben 109.027.350.430.000. Scriveva¬†Carlo Formenti sul¬†Corriere della Sera del 12 novembre 2007 :

Per la verit√†, il progetto era stato attuato un prima volta ben quarant‚Äô anni fa: la prima versione di Tristano fu infatti realizzata, e pubblicata da Feltrinelli, nel 1966 (con l‚Äô aiuto di un computer Ibm). Ma allora non fu possibile completare l‚Äô impresa, che prevedeva la stampa di copie tutte diverse l‚Äô una dall‚Äô altra, per l‚Äô assenza di tecnologie adeguate. Oggi l‚Äôostacolo √® stato superato grazie alle tecnologie della Xerox per la stampa digitale: ognuno dei circa duemila esemplari di Tristano, che l‚Äô editore DeriveApprodi mander√† in libreria da domani, sar√† diverso da tutti gli altri; saranno, dunque, tutti “numeri uno”, un modo per celebrare, al tempo stesso, il trionfo e la morte del concetto di¬†“edizione numerata”.

La tecnologia ha finalmente raggiunto le speculazioni combinatorie degli artisti degli anni Sessanta, riuniti nell‚ÄôOpificio di Letteratura Potenziale e nel Gruppo 63, che avevano portato Raymond Queneau a pubblicare, per Gallimard, il suo¬†Cent mille miliards de po√®mes, un “libro” composto da centinaia di striscioline da combinare per produrre un poema inedito. Balestrini aveva proposto le sue prime “poesie a macchina” nel 1961, all‚Äôinterno del progetto¬†Tape Mark I, facendo uso di un calcolatore elettronico IBM, ma soltanto ora che le macchine Xerox sono in grado di stampare in modo rapido e continuo libri dissimili, il curioso esperimento pu√≤ essere commercializzato.

Nel caso dell’editore automatico, questo procedimento permetterebbe di abbattere i costi di produzione, ma avrebbe delle conseguenze temibili in termini di stoccaggio e di rischio d’invenduti, che nel suo caso √® particolarmente serio. Che senso avrebbe stampare una copia di ognuno dei 15 000 titoli, ben sapendo che una parte considerevole della tiratura non sar√† mai venduta? In un mercato sufficientemente esteso, tuttavia, l’editore potrebbe programmare delle tirature a dati variabili, con cadenza settimanale o quotidiana, in funzione degli ordini ricevuti: chiameremo questa soluzione, cui probabilmente qualcuno gi√† ricorre in qualche modo,¬†Variable-data-printing-on-demand.

√ą senza dubbio improprio chiamare “editori” i nuovi attori che stanno colonizzando la coda lunga facendo uso di queste tecnologie. Ma nominalismi a parte, √® probabile che questa colonizzazione non sar√† indolore per gli editori tradizionali, incapaci per loro natura di soddisfare una domanda eccessivamente frammentata. L’e-book non far√† che compiere definitivamente questo processo. Cosa stia accadendo sulla coda lunga, e quali siano i nuovi attori, tenter√≤ di spiegarlo in un prossimo post.





Voci mancanti di fonti

Jorge Luis Borges, non sei nessuno. Douglas Hofstadter, torna a disegnare ambigrammi. Ieri ho scoperto una cosa affascinante, e oggi se ne aggiunge un’altra¬†che compie e corona la vicenda. Dunque c’√© questo editore che copia e stampa le pagine di wikipedia, giusto? Wikipedia sapete come funziona: gli utenti collaborano e si correggono tra loro, ma alla fine l’ultima parola ce l’ha la fonte primaria cartacea, il testo pubblicato. Ebbene io non so nemmeno come dirvelo, in fondo per raccontare una cosa tanto meravigliosa le parole non ci sono, eppure √© tutto vero, commovente, perfetto, simmetrico: in un centinaio di casi, wikipedia ha usato come fonti primarie proprio quei libri copiati da wikipedia.

Secondo wikipedia (che pure condanna la pratica del circular sourcing) un certo fatto √© vero perch√© riportato in un certo libro, anche se il libro a sua volta riproduce la voce di wikipedia.¬†Questo autoriferimento incrociato — un vero e proprio larsen epistemologico — √© senz’altro dovuto a un’aggiunta automatica del libro alla bibliografia (da parte di un redattore di wikipedia) proprio come automatica era la creazione del libro a partire dalla pagina. Per la precisione, √© probabile che il redattore non abbia mai letto il libro in questione ma ne abbia semplicemente trovato il titolo: anche perch√© il libro, magari,¬†non √© mai stato stampato. La probabilit√† di essere stampato e letto tuttavia aumenta considerevolmente quando il libro inizia ad apparire nella bibliografia di wikipedia…¬†Insomma, nel mondo realmente ricorsivo, la realt√† √© il risultato di un loop infinito.





L’editore automatico

Questa √® una storia bizzarra, paradossale, persino affascinante. Una storia vera dell’epoca della coda lunga, che (naturalmente) inizia sulle pagine di Amazon. Comincia con me che capito su una serie di libri dedicata ai generi musicali e capisco rapidamente, per via di una certa incoerenza nella strutturazione dei capitoli, che si tratta di compilazioni tratte da Wikipedia. In effetti l’autore indicato √® proprio “fonte wikipedia”, in apparente infrazione della licenza CC-BY-SA con la quale sono rilasciati i contenuti dell’enciclopedia collaborativa. Digitando il nome dell’editore nel motore di Amazon, capito su altri titoli. Agricoltura (38 pp), Abati francesi (54 pp), Accordi Diplomatici Della Prima Guerra Mondiale (52 pp) o ancora¬†Ebraismo (178 pp) o Generi cinematografici (126 pp). La grafica di copertina √® sempre identica: sfondo colorato e la fotografia d’un fiore. Il prezzo, prima che Amazon li rendesse indisponibili alla vendita in Italia, era di circa dieci euro l’uno.

Ok, quindi questi prendono voci di Wikipedia e fanno dei libri. Lo facevano in America, e ora lo fanno anche in Italia. Anzi, a dire il vero lo fanno in 24 lingue, dall’arabo al cinese. Il meccanismo √® trasparente, a leggere quanto scrivono nelle FAQ del loro sito: le versioni cartacee permettono di evitare la fastidiosa lettura a schermo. Anche se poi su Amazon √® facile scambiarli per libri “veri”, e qualcuno rischia di portarsi a casa una voce sui racconti di Bradbury credendo che si tratti dei racconti di Bradbury. Ma tutto questo, lo ammetto, non √® molto bizzarro, n√© tantomeno affascinante. Infatti la storia non √® ancora finita.

Quanti sono i titoli prodotti con questo procedimento? Non tre, n√© quattro o dieci o cento: sono quindicimila solo in italiano, a partire da luglio 2011. E come li produce quindicimila libri un editore straniero, in due mesi? A casaccio. No, davvero: a casaccio. Scorrendo la lista dei titoli, appare evidente che gli elenchi di voci sono raccolti automaticamente a partire dalle categorie di Wikipedia, tra le quali persino meta-categorie proprie all’enciclopedia, che non hanno nessuna pertinenza se stampate nella forma di un libro: Da trasferire (292 pp),¬†Pagine orfane – Letteratura (32 pp),¬†Stub – Atletica leggera (28 pp),¬†Pagine a cui deve essere aggiunto il template sportivo (182 pp) o lo struggente Voci mancanti di fonti (78 pagine dense e poetiche). In modo del tutto automatico dunque, e indipendentemente da ogni competenza semantica, un editore-robot ha prodotto e messo in vendita quindicimila libri, rivolti soprattutto ad acquirenti distratti. Puro Spam editoriale. Ma vediamo: in che senso l’editore ha prodotto questi libri?

Io non credo che questi libri¬†esistano. Vincitori del National Book Award (100 pp) o Episodi di Lost (54 pp) non sono mai stati stampati n√© giacciono in alcun magazzino. Perlomeno questa mi pare la spiegazione pi√Ļ sostenibile. La probabilit√† di vendere un singolo libro tra questi quindicimila √® molto bassa, cio√® precisamente uno su quindicimila ovvero 0,006%. In fin dei conti, ognuno di questi libri equivale all’altro, e non ha in s√© alcun valore intrinseco. Tuttavia, la probabilit√† di vendere uno qualsiasi di questi libri √® gi√† migliore. Ipotizzando che su Amazon ci siano circa trecentomila libri italiani in vendita, le probabilit√† salgono attorno a quindici su trecento, ovvero ben 5%. Tutto sta, dunque, nel stampare questi libri on demand, cosa che la tecnologia ha oramai reso possibile e redditizio.

Il nostro bizzarro editore automatico ha generato quindicimila esche virtuali e stamper√† soltanto al momento dell’incauto acquisto. Nessun essere umano di carne e sangue sceglie e compila, nessun volume di carta attende di essere venduto. L’editore automatico √® un catalogo di possibilit√†.¬†In tutto il mondo, la sua strategia √® inondare i siti di vendita con la sua merce avariata.¬†E c’√® da credere che il suo¬†business model stocastico funzioni.¬†La legge dei grandi numeri gli garantisce, dove e fino a quando la legge glielo permette, di guadagnare senza muovere un dito, lasciando che i suoi libri si producano e si vendano da soli.¬†Se un milione di scimmie in un milione di anni¬†finiranno per riscrivere Shakespeare, l’incontro tra un milione di patacche e un milione di potenziali acquirenti finir√† per generare profitto.





Il debito odioso

ANTONIO — Non c’√® da preoccuparsi:¬†le mie navi saranno di ritorno¬†un mese avanti la scadenza. Andiamo.
Shakespeare, Il mercante di Venezia, I, 3.

Avevo forse dieci anni quando un giorno mio padre m’indic√≤ l’orizzonte — i palazzi, i monumenti, le fabbriche, i campi, le montagne — e mi disse, non che un giorno tutto quello sarebbe stato mio, ma al contrario che il nostro paese aveva circa tre fantastiliardi di debiti. La cifra era spaventosa, tuttavia mio padre mi rassicur√≤: non c’√® da preoccuparsi, cos√¨ va l’economia.¬†O meglio cos√¨ andava nel secolo ventesimo. Nel frattempo, beh, il meccanismo si √® inceppato e oggi ci ritroviamo i creditori sotto casa, come in una commedia di Goldoni. Quel debito, che a lungo era sembrato naturale, oggi √® diventato un serio problema.

Di tutta evidenza il problema non √® il debito in s√©.¬†Il problema √® che i creditori hanno iniziato a dubitare che fossimo in grado di restituirlo. Insomma ci troviamo nella situazione del Mercante di Venezia.¬†Nella pi√®ce di Shakespeare,¬†Antonio chiede un prestito di tremila ducati all’usuraio Shylockebreo malefico come imponevano le convenzioni del genere. Il prestito servir√† a Bassanio per corteggiare la bella Porzia. All’inizio della commedia, Antonio √® piuttosto tranquillo: attende il ritorno di tre sue navi cariche di ricchezze. Ma le navi tardano. Al secondo atto, gira voce che una sia affondata, e la tensione comincia a salire. Quando poi al terzo atto si scopre che tutte le navi sono colate a picco, ecco che il debito di Antonio √® diventato un serio problema, e la commedia rischia di trasformarsi in tragedia. Al nostro paese √® successo circa questo: abbiamo tre navi disperse in alto mare, e nessuno √® in grado di stabilire se e quando arriveranno in porto. Ma la verit√† √® che sono affondate da tempo.

In seguito alla bancarotta di Antonio, il mercante e l’usuraio si affrontano in tribunale per stabilire su chi deve ricadere la perdita (incarnata, alla lettera e per il massimo divertimento del pubblico, da una famigerata “libbra di carne”). Malgrado l’antipatia del personaggio e il pregiudizio etnico della corte, il tribunale non trova alcun argomento contro Shylock. Il contratto era chiaro, e Antonio ha accettato il rischio. Soltanto una sofisticata arguzia salver√† l’incauto debitore dal suo tragico destino.

Un simile processo potrebbe avere luogo oggi, tra creditori e debitori, per stabilire chi debba “pagare la crisi“. I primi vogliono, ovviamente, recuperare il loro prestito e i loro interessi. Ma i secondi, colpo di scena, sostengono di essere stati raggirati. Il debito che hanno contratto potrebbe essere illegittimo ovvero, come si dice in diritto internazionale, “odioso“.¬†Certo il prestito √® stato formalmente accettato. Ma a che condizioni? Con quali margini di libert√†? Celando quali informazioni fondamentali?

Secondo questa prospettiva, il debito ha preso il posto del salario come forma principale dell’asservimento degli individui al capitale, nonch√© come strumento di governance geopolitica mondiale. Il debito come nuovo contratto sociale che fonda una societ√† iniqua e oscena. Di questa trasformazione del capitalismo la cosiddetta¬†crisi √® il¬†momento apocalittico. Questa rivelazione interviene dopo decenni nei quali si √® cercato di forzare i limiti dello sviluppo, drogando la domanda perch√© corrispondesse all’offerta, accumulando in questo modo un impressionante debito pubblico e privato. Questo √®¬†forse ci√≤ che i teorici del signoraggio e altri poundiani tentano di evocare con le loro¬†sghembe involontarie metafore, che fanno dell’ebraismo di Shylock un carattere sostanziale ed espiatorio. Ma √® anche quanto si capisce leggendo un buon keynesiano come Stiglitz: errori imperdonabili, non sempre in buona fede, sono stati commessi da soggetti che emettevano credito come¬†slot-machines impazzite.

Gli uffici marketing, da parte loro, ci spiegavano che tutto √® permesso e che¬†il lusso √® un diritto, fintanto che fa girare l’economia. Le nostre navi non avrebbero retto le onde, ma questo non era certo un problema loro. Aveva ragione¬†Guy Debord affermando che non c’√® solo un’alienazione nel lavoro ma soprattutto un’alienazione nel tempo libero, ovvero nei consumi. Ma non possiamo fingere di essere stati plagiati: il nostro misero tornaconto lo abbiamo avuto¬†vivendo sopra le nostre possibilit√† per almeno un decennio o due. Una connivente sincronicit√† liberale-libertaria si era instaurata tra la domanda e l’offerta, tra gli eredi del Sessantotto e i profeti della deregolamentazione.¬†Abbiamo preso¬†alla lettera le parole d’ordine dei ma√ģtres √† penser del nuovo canone occidentale (tra i quali Debord stesso) e reso necessari i nostri lussi:¬†la cultura, il bovarismo, la ribellione, i prodotti di nicchia, la libert√† creativa, la conservazione del patrimonio artistico, eccetera. Ed √® per tutto questo che ci siamo indebitati fino al collo, in tutta consapevolezza, perch√© ogni cosa ci sembrava necessaria, ed in effetti lo era — necessaria e bella, anche se non ce la potevamo permettere — proprio come l’amore di Bassanio per Porzia.





Il persuasore occulto

Poich√© di Anders Behring Breivik si dice che sia cristiano, cattolico, protestante, massone, liberale, fallaciano, leghista, neo-templare, contadino, videogamer o metallaro, √® comprensibile che cristiani, cattolici, protestanti, massoni, liberali, fallaciani, leghisti, neo-templari, contadini, videogamers e metallari facciano di tutto per prendere le distanze dal suo gesto, condannandolo fermamente e accusandosi reciprocamente di averlo ispirato.¬†Considerando tuttavia che Breivik ha definito le stragi compiute come “the actual marketing operation” necessaria¬†per la distribuzione del suo libro (2083, p. 16), dovrei qui, a¬†nome di tutti gli operatori del marketing editoriale, io stesso¬†condannare fermamente la sua condotta — prima che qualcuno non arrivi ad accusare il marketing di essere una barbara “cultura della morte”.

E per√≤¬†questa ipotesi non √© pi√Ļ campata in aria delle altre. Breivik dedica un intero capitolo (3.60) all’importanza del marketing, disciplina da lui studiata all’universit√†, direttamente praticata ed evocata nel suo¬†curriculum¬†tra le competenze-chiave (p. 1400). Il termine appare decine di volte nelle 1500 pagine del memoriale, ed √® plausibile che il presunto “fondamentalista cristiano” abbia maggiore familiarit√† con le cinque forze di Porter piuttosto che con le tre virt√Ļ teologali. Molto pragmatico, Breivik afferma: “A Justiciar Knight is not only a valorous resistance fighter, a one man army ; he is a one man marketing agency as well.” (p. 1069) E poi via di consigli pratici sul modo corretto di comunicare, tra i quali spicca l’invito — che n√© Yukio Mishima n√© Patrick Bateman avrebbero disdegnato¬†– a farsi le lampade per apparire pi√Ļ seducente. Insomma Andreas Breivik dice, con molto meno stile, quello che gi√† dicevano i ray ban di Andreas Baader.

Ma il cuore dell’operazione di lancio del libro, per quanto possa sembrare mostruoso, √® proprio la doppia strage: “The actual military operation is also a sub-task as well as it is a marketing method for the distribution of this compendium among other things” (p. 1410). Il biondo giustiziere √® consapevole della “geometrica potenza” del cosiddetto¬†guerriglia marketing — e lo prende alla lettera. Una serie di attentati aveva gi√† fatto la fortuna editoriale di¬†Ted “Unabomber” Kaczynski, le cui¬†oeuvres compl√®tes si trovano oggi facilmente sugli scaffali delle librerie (e di cui Breivik ha copiato alcuni passi).¬†L’emulo norvegese ha prodotto la teoria e perfezionato la pratica, osando accostare esplicitamente la lotta armata al linguaggio del business. Il suo approccio radicale alla promozione editoriale fa di lui un classico “collega che sbaglia”, un “fondamentalista del marketing” che farebbe qualsiasi cosa per un po’ di buzz. In fondo esistono gi√† forme di marketing non convenzionale che lambiscono la legalit√†, minacciano la societ√†, invocano la morte: dal¬†mural advertising (praticato da agenzie che garantiscono di prendersi carico degli eventuali costi e rischi legali) alle pressioni e connivenze che permettono di trasformare una ragazza timida in un perfetto prodotto rock – suicidio-a-27-anni-precisi compreso nel prezzo.

Ora ci resta solo da osservare e misurare le conseguenze del lancio di 2083 sperando che — malgrado la crisi, la decrescita editoriale, la legge contro gli sconti sui libri, il costo della carta, le irregolarit√† al premio Strega e milioni di romanzi nascosti nei cassetti di tutto il mondo — altri aspiranti scrittori non seguano l’esempio del cavaliere oscuro.





Galimberti, si adegui

Fresco di un’ora fa, ecco il comunicato stampa dell’universit√† Ca’ Foscari di Venezia a proposito del caso Galimberti :

L’Advisory Board dell’Università Ca’ Foscari Venezia ha concluso l’esame della segnalazione giunta nei mesi scorsi relativa al lavoro del professor Umberto Galimberti. L’iter procedurale è terminato con un richiamo affinché il docente voglia adeguarsi nella redazione dei testi scientifici all’uso sistematico della citazione delle fonti secondo la prassi condivisa e consolidata nel campo della ricerca nazionale e internazionale.

L‚Äôorganismo di controllo interno dell‚Äôateneo veneziano ha concluso il suo iter d‚Äôesame iniziato lo scorso 25 maggio su mandato deliberato dal Senato Accademico, della segnalazione giunta a proposito di un uso sistematico di “copia ed incolla” nella produzione scientifica del professor Galimberti.

¬ęAbbiamo affrontato con seriet√† e tempestivit√† questa vicenda ‚Äď spiega il rettore Carlo Carraro ‚Äď Cos√¨ come abbiamo scelto di valutare con attenzione l‚Äôoriginalit√† dei lavori dei nostri studenti attraverso l‚Äôintroduzione del software anti plagio, allo stesso modo esaminiamo con cura i lavori dei suoi docenti. Il nostro obiettivo √® quello di garantire la qualit√† della produzione scientifica dell‚Äôateneo¬Ľ.

Lo scorso 27 maggio, il pro rettore alla valutazione Agostino Cortesi aveva inviato al professor Galimberti una lettera con la richiesta di una memoria scritta in risposta alle accuse di ‚Äúclonazione libraria‚ÄĚ segnalate.

Richiesta a cui il professor Galimberti ha risposto l’8 giugno con un documento scritto nel quale precisa la sua posizione rispetto agli episodi a lui attribuiti. Nella memoria il prof Galimberti chiarisce gran parte degli episodi attribuitigli e dimostra di aver già provveduto a correggere in edizioni successive dei volumi le omissioni nelle citazioni. L’Advisory Board di Ca’ Foscari si è quindi limitato a chiedere al prof Galimberti di attenersi sempre all’uso degli standard nazionali e internazionali per la doverosa citazione delle fonti.

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