la fine dei tempi nell'epoca della sua riproducibilità tecnica
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La pietra filosofale

Nell’attuale processo di riproduzione del capitale, il consumatore va considerato alla stregua di un fattore produttivo: non tanto perché «lavora senza saperlo» quando gioca su Internet (come dice Wu Ming) quanto piuttosto perché il plusvalore si realizza soltanto quando la merce viene comprata e così compiuto il ciclo denaro-merce-denaro. Come per reazione alchemica, bisogna disporre la merce a contatto con il consumatore perché dalle sue tasche erompa moneta sonante. Solo in questo modo il capitale investito si trasforma in profitto. Ecco dunque la vera pietra filosofale, che trasforma la merce vile in oro! E su questa pietra fonderò la mia Chiesa…

Si dice che l’economia sia la disciplina che studia l’allocazione delle risorse scarse. Oggi, di tutta evidenza, si deve o rovesciare la definizione — il vero problema è l’abbondanza, non la scarsità — o includere il consumatore tra queste risorse scarse. Il problema fondamentale dell’economia capitalistica è riuscire a ricavare questa risorsa, individuando nuovi giacimenti e nuove tecniche di estrazione, o addirittura fabbricandola artificialmente. Nel romanzo Al Paradiso delle signore di Emile Zola, quando l’imprenditore Octave Mouret si rivolge al barone Hartmann per finanziare l’ambizioso ampliamento del suo centro commerciale, questi lo interroga:

- Capisco: voi vendete a buon mercato per vendere molto, e vendete molto per vendere a buon mercato… Eppure bisogna vendere, e torno dunque alla mia domanda: a chi venderete? In che modo sosterrete un volume di vendita tanto colossale?

Per convincere il barone, a Mouret basterà indicare un gruppo di borghesi parigine: eccole lì, con la loro civetteria e il loro gusto per lo spreco vistoso, la vera materia prima di tutto il processo. A garantire il profitto sarà lo «sfruttamento della donna», la consumatrice, prima ancora dello sfruttamento dei produttori. Rivoluzione copernicana. Tutto nei grands magasins è concepito per indurre la donna in tentazione ed estrarre da lei il plusvalore. Da parte sua, Hartmann capisce che l’ambizione di Mouret incontrerà comunque, prima o poi, le sue colonne d’Ercole ovvero il punto in cui l’offerta colossale non potrà più essere assorbita dalla domanda: «Allora finirete per inghiottire tutto il denaro di Parigi, come si beve un bicchiere d’acqua?».

In assenza di consumatori è impossibile generare profitto, proprio come non si possono fabbricare salsicce senza carne. Lo sanno bene i moderni esperti di Customer relationship management, per i quali i clienti si estimano, si acquistano, si coltivano e si fidelizzano. Proprio come ogni altro fattore produttivo, il consumatore ha un costo: ma naturalmente il costo dei fattori produttivi non può eccedere il valore realizzato sul lungo termine. Nel capitalismo keynesiano, questo costo è parzialmente preso in carico dallo Stato, che preleva quote di plusvalore per sovvenzionare il consumo (in forma di lavoro improduttivo) e generare nuovo plusvalore — fintanto che c’è acqua nel bicchiere. Al funzionamento di questo meccanismo partecipano inoltre le diverse strategie retoriche impiegate dal marketing culturale 2.0 per promuovere il lavoro improduttivo. Proprio come Mouret faceva belle le signore con guanti e ombrellini perché potessero conquistare un buon partito, oggi Apple o Samsung ci aiutanno a esprimere il nostro lato creativo per trovarci una buona posizione da dj, film-maker o scrittore. Certo, sempre fintanto che c’è acqua nel bicchiere.

E cosa accade quando il bicchiere si vuota, ovvero quando il giacimento di consumatori si esaurisce? Nello  schema denaro-merce-denaro, la merce invenduta non ha valore. Non è altro che un semilavorato del capitale. Certo si potrà sempre dire, come fanno i marxisti, che la merce comunque incorpora una certa quantità di lavoro e il suo valore è precisamente la quantità di lavoro che incorpora. Ma questa precisazione non cambia la cruda realtà ovvero che, parafrasando Marx, la presunta ricchezza delle società tardo-capitaliste potrebbe presto presentarsi come un’immensa accumulazione di merci invendibili.





Sul lavoro improduttivo

L’intellettuale e il borghese in generale si trovano, nei confronti della società, in un precario equilibrio simbiotico per via della natura delle loro attività economiche, classicamente definite «improduttive». Proveremo a prendere sul serio, giusto per la durata d’un post, questa distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo. Per farlo, è comunque opportuno evitare ogni banalizzazione in un senso (il borghese/intellettuale come «parassita») o nell’altro (il borghese/intellettuale come «proletario cognitivo»). Nel suo breve testo del 1971 Divisione del lavoro e coscienza di classe, il pensatore marxista Paul Mattick forniva una sintesi efficace del rapporto tra crisi del capitalismo, misure keynesiane e sviluppo del lavoro improduttivo:

L’espansione della produzione improduttiva indotta dallo Stato e da esso finanziata con il deficit del bilancio, cioè con massicce iniezioni di credito nell’economia ha mantenuto l’impiego a un livello che, lungi dal corrispondere al tasso di accumulazione indispensabile, è legato all’aumento costante del debito pubblico, della pressione fiscale e dell’inflazione. Allo stesso tempo, cresce regolarmente la parte del lavoro improduttivo nei confronti del lavoro sociale globale.

Mattick si riferisce all’attività di «insegnanti, medici, ricercatori scientifici, attori, artisti, ecc.». A questi settori si possono aggiungere, senza troppe difficoltà, la funzione pubblica e la speculazione finanziaria: insomma l’intera classe burocratica o manageriale, nel senso di Burnham. Ma il concetto di lavoro improduttivo non deve essere inteso in senso morale o moralistico: secondo Mattick «per quanto utile o necessario possa essere, è da considerarsi improduttivo» perché «tutto ciò che essi percepiscono proviene dal reddito dei capitalisti o dal salario dei lavoratori». Come ricorda Geminello Alvi nel suo Il capitalismo. Verso l’ideale cinese, sulla questione gli economisti marxisti sono restati fedeli al pensiero di Adam Smith, secondo cui il lavoro improduttivo «ha il suo valore e merita il suo compenso, ma rappresenta il consumo e non la produzione della ricchezza». Quello che Smith invece non aveva espresso distintamente, e che invece più tardi gli economisti marxisti esaminarono sulla scorta di Matlhus, è che prima ancora di fornire dei servizi la funzione del cosiddetto lavoro improduttivo nell’economia capitalistica è precisamente di consumare la ricchezza prodotta al fine di realizzare il plusvalore. Secondo Mattick, la crisi del capitalismo si manifesta proprio con la crescita ipertrofica del lavoro improduttivo, che come una spugna va ad assorbire gli eccessi della produzione:

Di qui la necessità di utilizzare improduttivamente tale surplus irrealizzabile per mantenere a un livello socialmente accettabile le capacità di produzione e d’impiego. Da questo punto di vista il problema del lavoro produttivo e improduttivo va ricondotto allo spreco del lavoro a fini improduttivi, cioè distruttivi.

L’improduttività insomma non ha nulla a che vedere con la natura intrinseca del lavoro, con la «concretezza» o la «mangiabilità» del suo prodotto, ma piuttosto con la sua vis destructiva. Conta non ciò che crea ma ciò che distrugge, e il rapporto tra ciò che crea e ciò che distrugge. Il lavoro improduttivo è una forma di consumo mascherato da lavoro, per così dire. Secondo l’analisi del pensatore marxista Hosea Jaffe, l’intera classe lavoratrice occidentale va considerata come tendenzialmente improduttiva, nel senso che assorbe e consuma un plusvalore derivante dallo sfruttamento indiretto del lavoro delocalizzato. Questo lavoro è fondamento dell’intero sistema, fintanto che sussistono le condizioni del suo sfruttamento. Occorre dunque mantenere sotto controllo «la parte del lavoro improduttivo nei confronti del lavoro sociale globale» di cui sopra scriveva Mattick, e tenere a mente — quando rappresentiamo la ricchezza — la distinzione tra queste due tipologie di lavoro, che si sostengono a vicenda. Non si può semplicemente riconvertire un’economia dal secondario al terziario col solo pretesto che i numerini del PIL restano gli stessi o addirittura aumentano: il problema è che i numerini di PIL non distinguono proprio là dove sarebbe utile distinguere.

Geminello Alvi attribuisce a John Maynard Keynes la paternità dell’attuale sistema di calcolo del PIL, un «indice ambiguo» che tende a classificare alcune attività di consumo della ricchezza come attività di produzione, dunque giustificando ogni sorta di sciagurate politiche di spesa. Il PIL così concepito non è altro che una bolla, la cui crescita virtuale può persino coesistere con una diminuzione dei redditi distribuiti. Se i keynesiani considerano l’aumento del lavoro improduttivo come un fattore di prosperità, che misurano poi con un indice costruito ad hoc, di contro Alvi propone una definizione ristretta del PIL, fedele a Smith. E addirittura si concede un paradossale elogio della contabilità nazionale sovietica, la quale ragionevolmente non includeva «i servizi dei civili e dei militari, le pensioni e gli affitti, i premi delle assicurazioni, i servizi dei medici, degli artisti, dei barbieri e di chi svolge servizi personali». Si tratta, ad ogni modo, di criteri soggettivi, ma non perciò inutili a fornire dei feedback sulla sostenibilità di un modello economico. Per quanto sfuggente e indefinibile, per quanto utile socialmente (per ciò che crea) ed economicamente (per ciò che distrugge), lo sviluppo del lavoro improduttivo è un sintomo di crisi da tenere sotto osservazione. A meno di prendere tutt’altra strada.

Non è solo nella contabilità che la teoria smithiana-marxista del lavoro improduttivo si è incarnata ai tempi dell’Unione Sovietica: esisteva addirittura una legge «contro il parassitismo sociale», che puniva chi rimaneva senza lavoro per oltre tre mesi. Gli intellettuali potevano operare solo se iscritti all’Unione degli scrittori, che rilasciava la qualifica ufficiale di letterato e li retribuiva. In caso contrario, soprattutto se invisi al partito, gli scrittori rischiavano di essere condannati ai lavori forzati, come avvenne a Mandelstam e Brodskij. Sicuramente il dispositivo servì a controllare la produzione culturale — ammettendo che un pugno di poeti fosse effettivamente una minaccia per il regime. Ma più profondamente si trattava di sanzionare il lavoro improduttivo perché questo non era una risorsa per il sistema socialista bensì una minaccia. Nell’economia pianificata non c’è nessun plusvalore da realizzare, nessuna sovrapproduzione da tamponare: ci sono soltanto delle risorse (limitate) da spartire.

Gli atti del processo a Brodskij del 1964 sono un documento eccezionale perché mostrano una concezione del lavoro culturale radicalmente diversa dalla nostra: anzi per noi spaventosa, assurda, ingiustificabile. Il premio Nobel a Brodskij nel 1987 fu anche un attacco contro questa concezione. Sicuramente la burocrazia sovietica non ha prodotto strumenti efficaci per regolare il rapporto tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, eppure se proviamo ad astrarci un attimo dalla nostra ideologia, molte delle osservazioni mosse contro il poeta in quell’aula non sono così assurde. Quando il giudice fa valere come argomento che Brodskij avrebbe cambiato impiego tredici volte — un anno in fabbrica e sei mesi senza lavorare, poi partito per una spedizione geologica e quattro mesi senza lavorare, eccetera — a noi vengono in mente i famosi «lavoretti» tra i quali si barcamenano gli studenti al fine di rimandare più lontano possibile l’ingresso nella vita attiva. E quando il giudice chiede a Brodskij «Chi ti ha riconosciuto come poeta? Chi ti ha arruolato nei ranghi dei poeti?», ci verrebbe quasi da rivolgere la domanda a tutti gli aspiranti geni che attendono un salario dalle loro illusioni.





Il ritorno di Gummo

Aggiornamento: il tempo è scaduto.

Ora che finalmente il mondo è finito, è tempo di festeggiare i sette anni precisi dalla prima auto-edizione de LE ULTIME AVVENTURE DI GUMMO, fantasia escatologica scritta before it was cool. Essendo da tempo esaurite le copie cartacee di questo LIBRO LEGGENDARIO, ancora molto richiesto, ho deciso di rimetterlo in vendita in VERSIONE E-BOOK RIVEDUTA E CORRETTA per la somma esoterica di soli 2,60 EURO. Potrete acquistarlo solo per pochi giorni e precisamente FINO AL 25 DICEMBRE 2012, quando la nascita di Cristo lo neutralizzerà definitivamente. Da quel momento in poi, M’IMPEGNO A CESSARE LA VENDITA E DISTRUGGERE OGNI COPIA elettronica e cartacea di questo libro maledetto, a costo di dovermi recare da ogni singolo lettore e strappargliela di mano con la forza. Avete dunque solo tre giorni per acquistare il libro, barricarvi in casa e PREGARE PER LA MIA CLEMENZA.

Ho scritto le ultime avventure di Gummo perché lui non c’è più. Non c’è mai stato, in verità. Gummo non è mai esistito. Non esisteva mentre architettava la fine del mondo, mentre sbatteva furiosamente il tasto ESC ma la Storia non se ne andava. Non esisteva mentre vedeva Cristina scomparire dall’irrealtà e arrivare da me, vestita di nuova carne e con il cervello fritto in MDEA. Non esisteva mentre imprigionava il Signore nel Nome segreto, in posa da anticristo cyberpunk o con l’accappatoio rosa inneggiando all’omicidio di massa. Gummo amava ripetere di non temere il futuro, perché il futuro temeva lui. Ma Gummo non spaventerebbe neanche un bambino. Ci ha insegnato che la metafisica è un B-movie, e che la Fine è un virus mentale. Ora si annida ovunque, dietro le cose: il contagio è iniziato. L’ho portato fuori, la verità vi ha resi liberi, e adesso sono cazzi vostri. Scusate.

Ed ecco le NOVITÀ DI QUESTA EDIZIONE RIVEDUTA, all’attenzione di coloro che hanno già letto il libro, lo hanno amato e credono di poter fare a meno di ricomprarlo in fretta e furia PRIMA CHE IL LIBRO SVANISCA PER SEMPRE:

Ω Un NUOVO INIZIO/ una NUOVA FINE, che trasformano completamente la prospettiva escatologica del libro.
Ω Nuovi straordinari ANEDDOTI HIPSTER dalla vita di Gummo.
Ω NOTE A PIÉ DI PAGINA per prolungare l’esperienza letteraria, garanzia di autentico postmodernismo.
Ω Ancora POSTMODERNISMO A PACCHI con l’inserimento nel flusso narrativo di frammenti delle recensioni alla prima edizione (si, anche la tua!).
Ω La possibilità di DECIFRARE COL COPIA-INCOLLA LE PARTI PECETTATE nella prima edizione, meglio di un libro-game!
Ω Spontanei SLITTAMENTI DI SENSO apparsi per effetto della trasformazione del contesto politico, sociale e metafisico in questi sette anni.
Ω In particolare la consapevolezza che GUMMO HA ORA LE FATTEZZE DI PSY, il cantante coreano della hit Gangnam style, e che probabilmente si muove così.
Ω Una NUOVA COPERTINA fatta in dieci minuti, con una simbologia facilona da gruppo metal.
Ω E infine, per ragioni tecniche, l’assenza della POSTFAZIONE DI RICCARDO RACCIS che in compenso potete leggere qui.

PER NATALE, REGALATI LE ULTIME AVVENTURE DI GUMMO.
RICORDA, HAI SOLO POCHI GIORNI.
ACQUISTALO SUBITO O RIMPIANGILO PER SEMPRE!





La crocifissione in rosa

Quando nella Chiesa cattolica si parla di martirio, la principale difficoltà sta nello stabilire se la morte sia effettivamente «per causa della fede»: non è martirio se il prete cade dalle scale e si spacca il cranio e non è martirio, ovviamente, se gli spara un amante geloso. Nella maggior parte dei casi, la situazione è completamente ambigua. Lo si è intravisto nel recente Uomini di Dio di Xavier Beauvois, che racconta la storia vera di un gruppo di monaci cistercensi uccisi a Tibhirine in Algeria nel 1996, in un contesto più simile al rapimento con domanda di riscatto — del quale avrebbero potuto essere ugualmente vittime dei diplomatici o degli ingegneri — che al martirio inteso come testimonianza estrema della fede in Cristo. La procedura di beatificazione, domandata da più parti, dovrà affrontare questi scogli.

Ma esiste alla fine il martirio perfetto? Forse no. E tuttavia i martiri sono necessari. Alle origini del cristianesimo, il martirio valeva come testimonianza inoppugnabile della verità del Vangelo: se tanti uomini erano disposti a morire per Cristo, allora doveva veramente esserci una vita dopo la morte. Ma se non esiste il martirio perfetto, esistono invece innumerevoli martìri imperfetti, arruolati alla causa per ragioni sbagliate. Prendiamo il caso del «ragazzo con i pantaloni rosa», suicida a quindici anni ed eletto Martire dell’Omofobia a forza di semplificazioni giornalistiche e catene su facebook.

Come racconta Manuel Peruzzo sul suo blog, tutto inizia con un articolo sull’Huffington Post firmato dall’ineffabile Marco Pasqua. Il giornalista, già noto per i suoi metodi sbrigativi (cf. Martinez e Leonardo), apre e chiude il caso in poche ore: «Omofobia, un ragazzo di 15 anni si impicca, a Roma: i compagni lo prendevano in giro a scuola e sul web». Tutto questo prima di sapere se il ragazzo fosse effettivamente omosessuale; ma soprattutto ignorando il rapporto tra le presunte prese in giro e la decisione di togliersi la vita. Sarebbe bastato attendere qualche ora per notare che la storia era più complessa, anzi completamente diversa.

Troppo tardi: la macchina del martirologio si era messa in moto, mentre la madre del ragazzo si sgolava a smentire (magari con eccessiva ingenuità) che il figlio fosse gay. Gli svitati dell’Internet si sono scatenati insultando, accusando di omicidio e invocando leggi speciali. Quando la ricostruzione dei fatti ha cominciato a sgretolarsi, gli indignados della prim’ora hanno sostenuto che l’importante fosse comunque difendere la Buona Causa — la lotta contro l’omofobia — indipendentemente dal caso particolare. Già, il fine giustifica i mezzi. Personalmente trovo che sarebbe molto più utile, partendo da questo caso particolare, difendere una causa ancora migliore: quella contro l’isteria collettiva e le lapidazioni mediatiche. Chi sostiene che così facendo ci si mette dalla parte degli omofobi non è diverso da coloro che ai tempi della montatura di Rignano Flaminio accusavano i più cauti di essere «amici dei pedofili» (o i pacifisti del 2003 «amici di Saddam»).

Sappiamo che l’umiliazione può spingere una persona al suicidio, soprattutto se ha 15 anni. Sfortunatamente non possiamo presidiare tutti i rapporti sociali con forze armate, troupes televisive e magistrati per evitare che questo accada. Soprattutto, non vogliamo criminalizzare questi comportamenti per doverli poi regolare giuridicamente. E se possibile, nemmeno accusare i ragazzini d’induzione al suicidio come fanno certi bulletti nelle redazioni dei giornali. Ma questa è la bella società che abbiamo costruito: dopo avere proceduto al meticoloso smantellamento dell’autorità scolastica «repressiva», adesso di fronte alle conseguenze invochiamo a gran voce la forza «emancipatrice» dello Stato. Come scrive Peruzzo: «Siamo in una puntata di South Park? Ragazzini che hanno preso in giro un compagno che finiscono in prigione per istigazione al suicidio?» La cura rischia di essere molto peggio del male. Se vuoi vestirti di rosa (o indossare un cappello eccentrico o tatuarti in faccia il nome del tuo rapper preferito) la tua è una battaglia culturale, una forma di negoziazione quotidiana, ma non possiamo militarizzare la società per imporre agli altri di accettare la tua diversità.





Illuminazioni

Cinque dischi bellissimi per il nostro autunno, e non ho nulla da aggiungere.

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Tom e Jerry e la guerra giusta

Una guida illustrata alla chiacchiera geopolitica

Poiché passiamo la porzione più dilettevole della nostra esistenza di cittadini democratici a «prendere posizione», a «giudicare», ad «aderire», spesso a «condannare» e ovviamente ad «argomentare», come passeremmo le giornate se non fossimo informati d’un numero congruo di rivoluzioni, esecuzioni, attentati e varie catastrofi? Ma soprattutto chi saremmo, se non potessimo definire noi stessi per mezzo d’una guerra lontana? Per fortuna di conflitti se ne trovano a ogni angolo e anche di giornali, documentari, flussi RSS, twitter per raccontarne i sordidi dettagli. A noi spettatori resta l’onere di soppesare a mente fredda le ragioni dei contendenti, documentandoci quanto basta — cioè pochissimo. In fondo la regola dello spettacolo è semplice: tra gatto e topo, ha sempre ragione il topo. Ma chi è il topo?

Il conflitto tra gatto e topo è uno dei temi narrativi più fortunati del Novecento: da Krazy Kat e Ignatz, passando per Topolino e Gambadilegno, fino ad ebrei e nazisti in Maus di Art Spiegelman, o la storia alquanto simile di Fievel; senza dimenticare Squeak the Mouse di Massimo Mattioli, versione sadico-erotica della coppia. La fortuna di questa forma narrativa è forse nella sua capacità di rappresentare in modo essenziale la struttura dei conflitti umani, fornendo a grandi e piccini un modello maneggevole, e a noi un punto di vista inedito sul modo in cui grandi e piccini si rappresentano i conflitti. La storia del gatto e del topo, nella cultura popolare del secolo passato, mette in scena lo stesso elementare dispositivo argomentativo cui ricorriamo nel giudicare le ragioni dei contendenti in una guerra o in una rivoluzione: il predatore da una parte, dall’altra la preda. Il paradossale rovesciamento dei ruoli tra gatto e topo (Ignatz molesta Krazy Kat, Topolino arresta Gambadilegno, ecc.) sottolinea con tanta più forza la condizione del topo come vittima naturale, che ottiene la sua irreale rivincita per la sola gioia dello spettatore. Così accade in Tom & Jerry.

Lo schema narrativo ricorrente nelle avventure di Tom & Jerry – probabilmente la serie animata più fortunata del secolo – è costituito dai vani tentativi del gatto Tom di catturare il topo Jerry. Ovviamente, per ucciderlo e divorarlo. La naturale propensione dello spettatore a parteggiare per la preda è controbilanciata dalla simpatia del predatore, nel momento in cui appaiono (comicamente) invertiti i rapporti di forza. Il gatto è la vera preda, e attira tanta più simpatia quanto più si palesa la sua condizione d’inferiorità. Il risultato è che entrambi i personaggi appaiono «moralmente» uguali, oltre che bilanciati in termini di forza: per cui nessuno dei due è in grado di distruggere l’altro. Il loro conflitto è ineluttabile non dunque per via di un giusta causa ma perché gatto e topo sono giusti nemici. La loro è un’inimicizia stabile e perpetua, non rivolta all’annientamento: Tom non lancerà mai una bomba atomica nella tana di Jerry. E Jerry non sgozzerà Tom mentre dorme. Una strana e spontanea forma domestica di diritto internazionale – di jus publicum Europaeum – regola i loro rapporti. Lo spettatore, da parte sua, ha un atteggiamento complesso: da una parte spera che Jerry non venga divorato, dall’altra confida che Tom non venga distrutto. Si può dire che in sostanza parteggia per il topolino, riconoscendo comunque le ragioni del gatto. Questa è una guerra in cui nessuno ha diritto di vincere – in effetti, questo diritto non esiste. Così, il conflitto tra gatto e topo procede in una relativa monotonia. L’escalation («montée aux extrêmes») di cui parla René Girard nel suo ultimo Achever Clausevitz non raggiunge mai il punto di non ritorno.

Tuttavia, Tom & Jerry partecipano anche a un altro schema narrativo, del tutto differente, e molto più ambiguo. Solitamente il piccolo roditore si affida all’astuzia per sfuggire al suo naturale predatore, ma capita che questa non basti. Prossimo alla morte, Jerry appare allora effettivamente come il più debole, così richiamando a sé tutta la simpatia dello spettatore. E in quel momento interviene un terzo personaggio, il burbero bulldog Spike, a prendere le difese del topolino. Lo schema narrativo, più articolato, consiste allora in una partita a tre. Si complica anche la posizione dello spettatore, che parteggiando per il più debole si trova a parteggiare per il più forte. Venendo a svolgere la funzione di terzo, e quindi di arbitro, Spike si comporta come un’autorità nazionale o soprannazionale che interviene nel conflitto. Il cane fa in modo che l’equilibrio venga conservato, esercitando la propria violenza sul gatto per difendere il topo.

Spike svolge imparzialmente il proprio compito di defensor pacis. O meglio, così pare. Perché è evidente che il mastino – con il quale lo spettatore non simpatizza – difende il topolino soprattutto perché gli serve un pretesto per aggredire il gatto. Spike non è effettivamente neutrale. In questo caso il più debole, schiacciato tra cane e topo, è il gatto. Il perseguimento dei suoi interessi non è un motivo sufficiente per condannare l’intervento di Spike e tuttavia ci costringe ad interrogarci: perché il cane avrebbe ragione a perseguire il gatto e il gatto non avrebbe ragione a perseguire il topo? L’unica risposta possibile è la seguente: perché il topo è innocente, perché il topo è la prima vittima. Ma che dire, allora, del formaggio, che è pur sempre la fonte di sostentamento di un’anziana signora che vive in un tugurio infestato dai topi? Povera nonna!

In realtà, questo modello è del tutto ricorsivo. La padrona di Tom difenderebbe senza dubbio il gatto dal cane, il padrone di Spike difenderebbe il cane dalla padrona, eccetera. E Jerry non diventerebbe forse anch’esso un predatore, se non potesse più rubare il formaggio malamente custodito da Tom? In tutto questo, lo spettatore, che vuole tifare per il più debole, avrebbe un gran daffare a capire quale sia, effettivamente, «il più debole». Come si distingue la violenza legittima da quella illegittima? Esiste una soluzione «giusta» del conflitto? Per quanto assurda, tutta la questione non lo è certo più della danza delle opinioni che tocca leggere sui giornali e sui blog in materia di politica estera – variante impegnata del tifo calcistico. Ridurre la realtà ad un cartone animato può essere utile, ma anche pericoloso.

Nei conflitti asimmetrici, come nei cartoni animati, l’osservatore ama riconoscere legittimità alla violenza esercitata dal più debole o da chi subisce l’aggressione. Solitamente queste due figure – il debole e l’aggredito – si sovrappongono. Non potrebbe essere altrimenti: se l’apertura del conflitto procede da una decisione razionale, solo il forte può permettersi di aggredire, mentre il debole si limita alla difesa. I casi che sembrano contraddire questa regola presentano l’assenza del criterio di razionalità della decisione (la strategia bellica della Germania nazista è il classico esempio di condotta apparentemente irrazionale), una stima errata delle forze in campo, oppure semplicemente l’assenza di una decisione (la guerra non viene decisa, accade: come nel Dottor Stranamore). Una variante di questo secondo caso potrebbe essere la reazione difensiva ad una presunta aggressione precedente, in qualche modo «dissimulata». Questo è lo schema invocato (ad esempio) dai guerriglieri arabi di Palestina, per i quali la guerra è sempre già in atto dall’alba del sionismo.

Qui già vediamo emergere il problema fondamentale di ogni ermeneutica del conflitto, ovvero di ogni strategia di giustificazione delle parti in causa: il problema dell’origine. Non è questione di poco conto, perché la definizione dell’origine del conflitto include in sé un giudizio sulle ragioni dei contendenti e sulla legittimità della violenza impiegata. Come ha ben mostrato Michael Walzer, la teoria dell’aggressione fonda ogni giudizio sulla guerra: «Aggressione è il nome che si dà a quel crimine che è la guerra». Una concezione simile l’aveva già enunciata Carl Schmitt, nel 1938: «Il senso di tutte queste preoccupazioni riguardo alla definizione dell’aggressore e alla precisazione della fattispecie dell‘aggressione consiste nel costruire un nemico e nell’attribuire in tal modo un significato ad una guerra altrimenti priva di senso». L’aggressore ha sempre torto, ma chi è l’aggressore? Forse non c’è limite alla catena delle cause. La vittima ha sempre ragione, ma chi è la vittima? Forse non c’è limite alla catena delle vittime. Si penetra così all’interno di un conflitto storiografico che può apparire grottesco, dove l’insediamento altomedievale di un certo clan in una certa valle, o quella o quell’altra aggressione antichissima, diventano di fatto dei criteri di legittimazione della violenza; qui però la storia sfuma rapidamente in leggenda, e poi direttamente nel mito.

Le strategie argomentative rivolte a difendere le ragioni di una parte in un conflitto, si riducono, in fin dei conti, all’identificazione di un’aggressione originaria da parte dell’avversario, una decisione libera da cui fatalmente discende tutto il resto – Thou great Primus Motor! Questa narrazione è senz’altro metafisica perché fa sorgere il conflitto dalla categoria metafisica della libertà. All’origine del conflitto starebbe la decisione indeterminata di un soggetto. Stabilita l’identità dell’aggressore, si distribuiscono poi le pretese di legittimità e illegittimità, nonché i ruoli – in fin dei conti per nulla neutrali – del «debole» e del «forte». Cosa significa che si tratta di ruoli «non neutrali»? Forza e debolezza non sono forse fattori oggettivi e in un certo senso misurabili? Ebbene, è vero che tra due soggetti è possibile stabilire una gerarchia delle forze in campo, ed è dunque relativamente facile distribuire i ruoli, tuttavia non è assolutamente detto che le parti in causa siano soltanto due. Il debole e il forte – per via di un intervento esterno – potrebbero scambiarsi i ruoli. Lo schema più adeguato a comprendere il conflitto non è binario, ma triadico. In effetti, un conflitto asimmetrico tra due parti non può sussistere nella forma del conflitto, ma tende all’equilibrio ovvero alla vittoria di uno dei contendenti.

La logica del conflitto é invece costituita dal continuo cambiamento delle parti coinvolte, attraverso la mobilitazione e de-mobilitazione di agenti interni ed esterni, che, oltre a rispondere al calcolo dei costi e dei benefici, avviene in base a giudizi sulla legittimità delle parti già coinvolte. Questo é il motivo per cui l’esito del conflitto non é mai certo: perché dipende meno dalla risorse militari che dalle strategie retoriche politico-diplomatiche che ne modificano la forma. Nella sua forma triadica, il conflitto presenta tre forze in ordine crescente che abbiamo chiamato topo, gatto e cane. Il topo è più debole del cane, ma il cane è più forte del gatto. Chi sono in questo caso i forti e deboli? Chi esercita una violenza legittima e chi una violenza illegittima? Se la storia è (come per Tom & Jerry) che il gatto aggredisce il topo e il cane difende il gatto, potrebbe anche essere semplice riconoscere la ragione del topo e del cane e il torto del gatto. Varrebbe il principio per cui la ragione ultima è quella della prima vittima, il soggetto che si trova in fondo alla «catena alimentare». La prima vittima è il soggetto politico che subisce la violenza illegittima senza esercitarla su alcun altro soggetto. Tuttavia, se la catena alimentare avesse un fondo non sarebbe una catena. E poiché ogni conflitto è triadico, lo schema è ricorsivo.

La prima vittima è un puro e semplice mito politico. In effetti, è possibile spostare sempre altrove la mitica fine della catena delle vittime, attraverso strategie di vittimizzazione e de-vittimizzazione. Così, le pretese della dominazione cinese in Tibet possono essere difese in ragione del carattere teocratico e feudale del sistema politico tradizionale, l’intervento russo in Georgia in ragione dei crimini georgiani contro gli ossezi, e l’esistenza dello Stato d’Israele in ragione dell’arretratezza della società araba autoctona, rappresentata – esempio celebre – dalla condizione degli omosessuali nei paesi arabi. Nello stesso modo, però, potremmo ricordare che gli ossezi non sono stanziati uniformemente in un territorio, ma intrecciati con piccoli insediamenti minoritari di non-russofoni, con i quali intrattengono un rapporto conflittuale; e che nelle comunità GLBT sussistono rapporti di potere e dominazione, incarnati anche dall’arbitraria distribuzione dei ruoli tra attivo e passivo. Il problema è che ogni rapporto di potere ne neutralizza un altro, ma è impossibile immaginare un aggregato sociale che non sia solcato da simili rapporti. Le varie guerriglie territoriali, in America Latina o in Medio Oriente, sono lungi dall’essere vittime ultime, poiché quello che rivendicano (e quello che già esercitano) è un certo ordine, un certo sistema di potere – spesso orrendo.

Soprattutto, l’inganno della prima vittima si basa sull’inganno del soggetto politico. Per costruire un’unità politica – un popolo, ad esempio – a partire da un aggregato di singoli è spesso necessario «semplificare» la complessità dell’aggregato in questione (e questo procedimento, come ha ben mostrato Ernesto Laclau, è sostanzialmente retorico). Parlare di una volontà dei tibetani o degli ossezi significa dimenticare che la «volontà del popolo» è sempre la volontà di una certa parte che viene fatta valere come unanime. Parlare di un territorio occupato da un certo gruppo etnico, e colorarlo su una mappa, significa spesso trasformare la prevalenza in totalità. La rappresentazione (o la rappresentanza) è sempre «imprecisa». La soluzione dei conflitti appare tanto più semplice tanto meno è dettagliata la mappa dei soggetti coinvolti: se però potessimo effettuare uno zoom su una mappa che delimita chiaramente i territori occupati da croati bosniaci serbi montenegrini macedoni albanesi bulgari ungheresi turchi rumeni, scorgeremo soggetti tutt’altro che integri, e zoomando ancora fin dentro i rapporti e le relazioni noteremmo come ad ogni livello (etnico, politico, economico, culturale) una certa parte ha il monopolio della rappresentazione. Certo c’è un limite a questo ingrandimento infinito, l’individuo: la soluzione giusta é quella giusta per me. Sennonché anch’esso (anche me) potrebbe essere solcato da conflitti identitari, e internamente scisso, per via delle sue molteplici appartenenze: famiglia, clan, etnia, religione, stato, ideologia.

Se la prima vittima non esiste, o meglio esiste soltanto come mito, appare del tutto vana la pretesa di rivendicare un ordine politico neutrale o una soluzione neutrale del conflitto. Se esistono ciò malgrado ordini e soluzioni «preferibili in assoluto» (dal punto di vista di un osservatore esterno, o sotto un «velo d’ignoranza» rawlsiano: ovvero senza sapere in quale ruolo ci troveremmo noi), di certo io non so quali siano, né saprei a quali criteri ricorrere per formulare una preferenza. Questi criteri esistono? Ecco materia per un ulteriore dibattito, che non ce n’è mai abbastanza.





L’antifilosofia della storia di Karl Marx

“Il faut une exposition, un noeud et un dénouement dans une histoire, comme dans une tragédie.” Voltaire

Marx senza fine

Uccidere la Storia. Porre fine alla fine. Se Karl Marx ha inteso un senso al suo cammino intellettuale, era nient’altro che questo. Un cammino che partiva da Hegel, certo – ma per scappare il più lontano possibile. Lasciare lì morto il padre crudele che l’ha cresciuto a cinghiate di metafisica, e mai più tornare sul luogo del delitto.

Ma sul luogo del delitto si torna continuamente. E la cosa peggiore è che quando sulla scena arrivano i testimoni, nessuno crede alla confessione, mista di orrore e fierezza. – Si, l’ho ucciso io! – Ma no, si calmi, lei è sotto shock, non ricorda, ha fatto il possibile, ma ora è troppo tardi: Hegel è morto. – Certo che si, l’ho ucciso io! – Suvvia, se ne vada, lei intralcia le indagini. Questo è un lavoro da professionisti. E pensano: dovevano fare fuori anche lei. – Guardate almeno, le mie mani lorde del suo sangue, e guardate come l’ho rovesciato, con la testa in giù. [1] – La testa in giù? E loro tranquillamente: ma certo, per la circolazione. Un uomo rovesciato resta pur sempre lo stesso uomo.[2] – Lo stesso uomo, si; però morto.

Alcuni furono così commossi dalla vicenda che dedicarono la vita a dimostrare l’innocenza di Karl Marx, e l’amorevole cura con la quale aveva accudito il padre morente, tenendo viva la fiamma della dialettica hegeliana. Presero il nome di marxisti. Marx aveva scritto il Capitale pensando a loro: aveva scritto un tomo bello grosso, così che fosse doloroso da ricevere sui denti. Ma era davvero troppo grosso, e si faceva fatica ad armeggiarlo. Sicché i marxisti restarono integri, fecero la rivoluzione, e aspettarono con fiducia la fine della Storia – la fine che avrebbe “ridotto al nulla ogni principato, ogni potestà e ogni potenza”, come da lettera ai Corinzi. Marx aveva fondato scientificamente il cristianesimo paolino! Oggettivamente dimostrato il mito del progresso! La fiamma della dialettica hegeliana era in buone mani.

Uccidere la Storia. Porre fine alla fine. Se questo era il senso, Marx ha fallito. La sua critica radicale si è risolta in una correzione: via Dio, entri la base materiale; via la Provvidenza, entri una teleologia determinista; via la Dialettica, entri la lotta di classe. E ancora, di male in peggio: via Adamo ed Eva, ed ecco l’uomo prima del Capitale; via la seconda Venuta, ed ecco la Rivoluzione. Via Marx, lunga vita al marxismo! Cambiano gli attori, ma lo spettacolo è lo stesso: secolarizzato al gusto fin de siècle, una mistica positivista per il secolo a venire. E questo spettacolo ha un nome: filosofia della Storia.

Marx aveva fallito: la fine era sopravvissuta. E la Storia avrebbe vissuto l’ultimo suo periodo di fulgore. Un secolo nel quale titaniche congetture sull’avvenire avrebbero guidato la condotta delle masse. Ma se la fine era sopravvissuta, era malgrado Marx.

L’avventura del marxismo è la vicenda di un ricongiungimento con la metafisica hegeliana, un ricongiungimento mostruoso con l’idea di fine. Non stupisce l’interesse per Hegel da parte dei marxisti sovietici: se non ci sono i fini, i mezzi con cosa si giustificano? E (di rimbalzo) da parte comunisti europei, folta schiera di marxisti più o meno immaginari[3]: le storture al materialismo vengono compensate dal buonumore della dialettica, e il finalismo è sempre più rassicurante della sola causalità. Gli intellettuali francesi del Novecento si formano sulla lettura kojèviana di Hegel[4]: premessa a una lettura hegeliana di Marx, e quindi marxista. Senso della Storia, filosofia della Storia, fine della Storia. Teleologia. Escatologia, addirittura: è la lettura löwithiana[5]. Una lettura che lucidamente coglie i presupposti metafisici della filosofia marxista: ma non una lettura di Marx. Versione materialista della dialettica dello Spirito. La filosofia hegelo-marxiana.

Può darsi che il pensiero di Marx sia stato schiacciato su altri: da una parte su Hegel, da una parte su Engels, con le sue grandi ali piumate – poi Marx è ebreo, e lo si schiaccerà pure sul messianismo ebraico (è il marxismo utopista di Ernst Bloch[6]). Ed ecco, metafisica al punto giusto, e convincente come un’equazione. Ma già il fatto che la definizione ‘materialismo dialettico’ l’abbia coniata Engels nel 1892[7] qualcosa suggerisce. Può darsi che Marx non cercasse un nome perché fosse convinto di non dovere nominare nessuna filosofia: era certo d’avere debellato la filosofia della Storia.

Ne era convinto perché aveva proposto un’alternativa: lo studio causale dei fenomeni economico-sociali. Aveva cancellato ogni interpretazione finalistica, metafisica ma anche umana (determinando anche i processi politici, ovvero di matrice teleologica, a partire dalla base materiale). Aveva eliminato ogni idea di origine e di fine, ogni norma metafisica. Non soltanto Dio, ma ogni suo surrogato.

Nessun destino che guidi il corso degli eventi umani. Ma processi, regole, cause, necessità. Non profezie, ma teorie ‘scientifiche’ (e in quanto tali falsificabili, magari falsificate[8]): sarebbe dunque “empirico” rilevare, scrive Marx ne L’ideologia tedesca, che gli individui sono sempre più asserviti a un potere a loro estraneo, il “mercato mondiale”. E sarebbe altrettanto fondato empiricamente che questo potere, così misterioso per gli studiosi tedeschi, svanirà dopo il rovesciamento dell’ordine sociale con la rivoluzione comunista[9]. Infatti il comunismo “non è un sistema (Zustand) che debba venire istituito o un ideale secondo il quale la realtà debba essere diretta. Noi chiamiamo comunismo il movimento reale che toglie di mezzo il sistema attuale. Le condizioni di questo movimento risultano da presupposti attualmente esistenti”[10]. La retorica della scientificità è centrale per comprendere la specificità del programma marxiano.

Il processo studiato secondo gli strumenti della scienza empirica esibisce un punto di collasso, una caduta esponenziale rilevata in pagine di occulte simbologie matematiche – differenziali, incremento, plusvalore. Il capitalismo testimonia in ogni sua manifestazione il prossimo avvento della rivoluzione – in un senso quasi copernicano, quasi astronomico (ma i maligni suggeriscono: astrologico). È la “tendenza storica dell’accumulazione capitalistica”, come descritta nel capitolo ventiquattresimo del Capitale:

Il monopolio del capitale diviene un ostacolo al progredire del modo di produzione, sorto insieme ad esso e sotto di esso. L’accentramento dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro arrivano a un punto in cui entrano in contraddizione col loro rivestimento capitalistico. Ed esso viene infranto.[11]

Le contraddizioni interne del sistema sono un veleno che già circola, divora e fa marcire volte e pilastri, tremare l’intera struttura. Allo stesso modo, all’esame medico di un animale malato si conclude la prossima morte.

Qui è la rottura, o piuttosto la partecipazione di Marx a una rottura più grande, che scaccia il significato dall’interpretazione dei processi, liberandoli dalla loro forma narrativa. Così come il concetto d’evoluzione, nella teoria darwinista, ha permesso di fare a meno delle oscure teorie (finalistiche) del progresso, nello stesso modo Marx scardina l’idea che gli eventi umani e naturali, articolati nel tempo, siano partecipi di una Storia universale e con ciò complessivamente diretti ad uno svolgimento. La Storia resterà semmai come modello, arrivando a cose fatte per descrivere secondo le sue forme processi le cui leggi sono ben altre.

Le teorie che Marx formula, le ha tratte secondo il metodo della scienza: osservazione e generalizzazione. Fa continuo riferimento all’empirico e al causale, per smarcarsi dalla filosofia della Storia, con i suoi modelli metafisici e ideologicamente determinati, che saccheggiano gli archivi della memoria umana per rimontare la realtà come una favola a lieto fine. Marx compie quindi quello stesso salto che nello studio della filogenesi s’era fatto abbandonando l’idea di sviluppo per l’evoluzione: la rinuncia al modello finalistico d’interpretazione del divenire. Nel caso del divenire sociale e culturale, questo significa rinunciare all’idea di Storia.
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Le colonne d’Ercole

Quando si può immaginare che la contraddizione giungerà a un nodo di Gordio, insolubile normalmente, ma domandante l’intervento di una spada di Alessandro? Quando tutta l’economia mondiale sarà diventata capitalistica e di un certo grado di sviluppo; quando cioè la «frontiera mobile» del mondo economico capitalistico avrà raggiunto le sue colonne d’Ercole.
Antonio Gramsci

E così Disney e LucasFilm si sono fuse, come pochi giorni prima Random House e Penguin (ora primo gruppo editoriale del mondo), un mese prima Universal e EMI (ora primo gruppo musicale del mondo) e pochi mesi prima Gallimard e Flammarion (ora terzo gruppo editoriale di Francia). L’industria culturale non è nuova a questi fenomeni di concentrazione — Warner e Time festeggeranno presto le nozze d’argento — ma una simile frenesia non dovrebbe cominciare a preoccuparci? Sarebbe ancora rassicurante se si trattasse soltanto di avidità o mania di grandezza, come quella che nel 2000 spinse Jean-Marie Messier a trasformare l’antica compagnia francese di distribuzione dell’acqua in una multinazionale della comunicazione, con gli esiti catastrofici del caso. Ma in gioco c’è ben altro, ovvero la competitività di questi colossi, letteralmente costretti a crescere a dismisura per non collassare.

Le economie di scala, su scala sempre più imponente, vengono a compensare una tendenza al rendimento decrescente del capitale che deve a Karl Marx un nome altisonante, «caduta tendenziale del saggio di profitto», e un articolato tentativo di spiegazione. Marx considera che gli aumenti di produttività legati all’innovazione tecnologica (capitale costante) non generano profitto, poiché il solo profitto è quello estorto al lavoratore (capitale variabile): ma poiché inoltre l’innovazione provoca una diminuzione della parte variabile nella composizione organica del capitale, allora anche il profitto estorto (il plusvalore) tende a diminuire. La spiegazione marxiana è stata oggetto di innumerevoli critiche (oltre che di un recente dibattito) e non è certo qui la sede per discuterne la validità. Non dobbiamo accettare l’intero apparato dell’economia marxiana per ammettere l’esistenza di una forza, già descritta dagli economisti classici, che smorza progressivamente il rendimento del capitale: di fatto, lo misuriamo empiricamente. Per la precisione, misuriamo l’emergenza frenetica di fattori compensativi che stemperano e attutiscono l’impatto di questa tendenza, la mascherano, la nascondono quasi del tutto — e tuttavia la presuppongono. Può anche darsi che la teoria della caduta tendenziale sia del tutto scorretta, eppure è in grado di collegare una serie impressionante di fenomeni storici.

Elenchiamoli pure.

  • Innanzitutto, la propensione del sistema a inciampare in periodiche crisi di sovrapproduzione (o di sotto-consumo?) per inseguire le economie di scala necessarie a generare profitto.
  • Secondo, l’aumento del cosiddetto tasso di sfruttamento (compressione dei salari, prolungamento degli orari, intensificazione del lavoro) per compensare la diminuzione del saggio di profitto: tendenza misurabile e misurata negli ultimi trenta-quarant’anni di crisi a bassa intensità.
  • Terzo, la tentazione dell’imperialismo, commerciale o militare, per trovare sbocchi alla sovrapproduzione su nuovi mercati: straordinaria visione hegeliana nella Filosofia del Diritto («la società civile malgrado il suo eccesso di ricchezza non è ricca abbastanza (…), la sua dialettica interna la porta a spingersi oltre i propri limiti e cercare nuovi mercati»), forse ispirata dalla lettura di Sismondi, ripresa da Rosa Luxemburg e poi da Lenin. Sono queste frontiere le colonne d’Ercole di cui parlava Gramsci nel passo sopracitato, presagendo il loro naturale esaurimento.
  • Quarto, la creazione di nuovi mercati attraverso la trasformazione dei rapporti sociali e la distruzione di altre colonne d’Ercole, etiche e culturali questa volta, come accadde col Sessantotto. Nulla di male in ciò se il mercato riesce a sostituire efficacemente, e in maniera sostenibile, il sistema tradizionale: ma sembra non essere sempre il caso.
  • Quinto, come argomentava Malthus affrontando prima di Marx il problema del sottoconsumo, la dipendenza del sistema da una classe di rentiers impegnati a consumare il surplus prodotto: rappresentata oggi da quei semi-rentiers impoveriti che sono i prosumer culturali.
  • Sesto, la finanziarizzazione che permette di valorizzare gli attivi nell’attesa (campa cavallo…) di produrre profitti reali sul mercato, nonché di erogare titoli di credito per stimolare il consumo.
  • Settimo, lo sviluppo ipertrofico dello Stato e le cure palliative keynesiane in generale.
  • Infine ottavo, la tendenza del capitale a concentrarsi sempre di più, per mezzo di continue fusioni, al fine di recuperare il massimo di briciole sulle code lunghe del mercato — come scriveva Lenin, code lunghe a parte, ne L’imperialismo, fase suprema del capitalismo.

Questi diversi fenomeni sono i fattori compensativi che hanno permesso all’economia capitalista di crescere malgrado tutto, superando ogni crisi con maggiore ottimismo. Come notava Piero Sraffa, «la caduta tendenziale del saggio di profitto costringe i capitalisti a continue rivoluzioni tecniche per evitare la caduta tendenziale del saggio di profitto» ed essa si manifesterebbe concretamente soltanto a condizione che altre forze non operino. Questa possibilità ha iniziato a concretizzarsi negli ultimi trenta-quarant’anni. Oggi sembriamo molto vicini all’ultima «frontiera mobile» di cui parlava Gramsci: geograficamente, eticamente e culturalmente resta poco da conquistare. Per tutte queste ragioni, mi vedo costretto a dare ragione a Marx quando afferma che la caduta tendenziale del saggio di profitto è «la legge economica fondamentale» — in grado di fornire un quadro interpretativo anche per le grandi trasformazioni culturali che racconto su questo blog. Per il resto, poteva anche spiegarla per mezzo di marmotte che incartano il cioccolato: anything goes.





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