la fine dei tempi nell'epoca della sua riproducibilità tecnica
LINKS



Choosy

It’s important to have a job that makes a difference, boys. That’s why I manually masturbate caged animals for artificial insemination. (Clerks)

Il ministro Elsa Fornero sbaglia nella forma ovviamente, ma anche sul fondo, puntando il dito contro i giovani « schizzinosi » di fronte al mercato del lavoro. Se l’inesorabile destino di molti figli del ceto medio è il declassamento, e trattandosi di un destino piuttosto infausto, non si capisce perché questi dovrebbero accettarlo col sorriso. Sull’argomento ho detto tutto quello che avevo da dire in una serie di post che inizia qui. Nel caso del ministro, l’errore sta nel credere che una classe disperata, composta da individui disperati, sia in grado di produrre comportamenti razionali quali smettere di combattere una guerra già persa. E che si possa dunque spronarli in tal senso, invitandoli alla rassegnazione con la sola forza degli anglicismi. Al contrario, la crisi del mercato del lavoro italiano è il risultato di una serie ostinata di scelte (innanzitutto formative) irrazionali, e tanto più irrazionali quanto più la crisi si aggravava. Il tumblr Choosy sarai tu è uno straordinario florilegio di scelte di vita assurde, inspiegabili, controproducenti, che spiegano un pezzetto di crisi:

• Quelli che “Ho tre lauree (…) Sto ancora pagando i debiti dell’università” (genio)
• Quelli che si vantano di avere dato esami quando erano in Erasmus (eroe)
• Quelli che lavorano gratis o quasi, gli viene il sospetto che qualcosa non quadri, ma continuano a farlo
• Quello che scarica cassette della frutta sei volte al mese per una paga mensile di 50 € e quell’altra che raccoglie rape nel campo del nonno (allora forse il problema non è che i giovani sono schizzinosi: ma che non lo sono abbastanza)
• Quello che s’indigna perché ha dovuto fare l’assistente fotografo (assistente fotografo! ma nemmeno gli albanesi!) e quella che fa la segretaria ma ciò la “avvilisce come persona e come professionista“.
• Le vittime di una cospirazione
• Quelli che hanno messo dieci anni a laurearsi
• Quella che sottolinea due volte “pulisco e sbuccio la frutta” e quello che scrive con paint visto che non ha la webcam (chissà se fa con paint anche i curriculum)

Nel frattempo prosegue la campagna Unemployee of the year di Benetton, con i suoi fantastici progetti: combattere la camorra insegnando le arti visive ai ragazzini, creare momenti di armonia giocando con zucchero, uova e cioccolato, eccetera.





Il falò delle vanità

Talvolta davanti ai miei occhi sfilano terribili visioni del futuro: miseria, malattia, violenza, distruzione, morte. Allora per tranquillizzarmi penso alla Decrescita Serena. Nel mio sogno Serge Latouche e Beppe Grillo riescono a convincere abbastanza persone che la povertà è una cosa fantastica: via il superfluo e sarà tutti i giorni slow food. Adorabile Grillo, che invita a “fare una lista dello stretto necessario ed eliminare il resto” vantando la bellezza del sacrificio, sobrio e austero come un vero finto tweet di Mario Monti. Io temo che prima di “tornare alla sostenibile leggerezza dell’essere” passeremo qualche decennio a sbranarci come cani, ma lasciami stare. Dimmi piuttosto nella lista che ci metti, a parte l’erba del vicino.

La verità è che una simile lista pochi sono disposti a farla davvero, perché la totalità dei nostri consumi — dalla buona e cattiva letteratura agli smartphones — ha finito per appartenere alla sfera dell’indispensabile. Basta vedere l’isteria collettiva scatenata da una legge che limita gli sconti sui libri… Noialtri, ultima o penultima generazione di borghesi occidentali prima dell’estinzione, abbiamo una lista di necessità lunga come il Mahābhārata. Se invece ci chiedi la lista del superfluo, la segneremo su un post-it (che irrimediabilmente perderemo). Siamo i campioni del mondo dell’occultamento dei rapporti di produzione, gli equilibristi della falsa coscienza. Ma piuttosto che rinunciare ai nostri usi e costumi, nemmeno poi tanto lussuosi, ci lasceremmo mangiare dai vermi: come le orde di neo-proletari in Mercedes che fanno la spesa da Lidl, ben descritti da Tommaso Labranca. Più cafoni ancora, noi ci recheremo al discount declamando interi passi di Borges.

Qui mi appaiono di nuovo miseria, malattia, violenza, distruzione, morte, accompagnati da rock indipendente, vernissage e diritti umani. Grillo dice che siamo stati educati a trasgredire i limiti. Dice che i limiti bisogna conoscerli e rispettarli. La tragedia, dico io, é che entro quei limiti non ci stiamo più. La nostra ideologia è semplicemente troppo costosa: verrà il momento di ripiegare su modelli più economici e funzionali, a forma di croce o di mezzaluna. Non ci sarà nessuna decrescita serena, amici. Ma lasciatevi dire che adoro, adoro, l’odore del vostro sangue.

— Allora non è per il tuo piacere che vieni al bordello stasera, disse madame Laura a Des Esseintes. Ma dove diavolo l’hai pescato quello? riprese, non appena il ragazzo si fu ritirato assieme alla bella Ebrea.

— Per strada l’ho pescato, cara mia.

— Mmmmm eppure non sembri ubriaco, mormorò la vecchia signora. Poi, dopo avere riflettuto, aggiunse con un sorriso complice: — Ma che, te lo vuoi fare? Accidenti se ti piacciono belli giovani !

Des Esseintes scosse la spalle. — Non ci sei proprio ; oh ! ma proprio per nulla, fece. La verità è che sto semplicemente costruendo un assassino. Segui bene, ti prego, il mio ragionamento. Questo ragazzo è vergine e ha raggiunto l’età in cui comincia a ribollire il sangue, a sfrigolare l’ormone. Potrebbe rivolgere questo desiderio verso le femmine del suo stato: in questo modo si divertirebbe senza compromettere la propria onestà. Questa è la piccola quota di monotona felicità che la società riserva ai poveri. Invece in questo bordello scoprirà un lusso che non avrebbe mai nemmeno immaginato, e che resterà scolpito per sempre nella sua memoria. Offrendogli un simile privilegio una volta ogni quindici giorni, il ragazzo finirà per abituarsi a piaceri che non può permettersi. Ora ammettiamo che in tre mesi questi piaceri siano divenuti per lui assolutamente necessari, e che la loro frequenza non sia stata sufficiente a saziarlo: ebbene, al termine di questi tre mesi, io cesserò di finanziarlo. E allora lui ruberà, pur di continuare a venire qui! Farà ogni sorta di follia per continuare a rotolarsi su questo divano! E portando le cose all’estremo finirà, io spero, per uccidere qualcuno durante una rapina! E così avrò ottenuto il mio scopo: creare un furfante, un nuovo nemico per questa odiosa società.

J. K. Huysmans, À rebours





Keynes è morto

Oggi siamo costretti a dare contemporaneamente ragione ai keynesiani che ci ripetono che l’austerità sta distruggendo l’Europa e ai contabili che ci segnalano che non è più possibile continuare a indebitarsi. Seguendo la via dei contabili ci rassegniamo alla catastrofe. Dando ascolto ai keynesiani, invece, potremmo rimandarla. Ma di quanto? Sappiamo come rispondeva John Maynard Keynes a chi gli chiedeva della sostenibilità a lungo termine della sua dottrina economica: «Il lungo termine è una guida fallace per gli affari correnti. A lungo termine siamo tutti morti». Tenendo conto del fatto che effettivamente Keynes è morto nel 1946, viene il sospetto che stiamo vivendo da oltre mezzo secolo nel lungo termine della sua teoria.

Per decenni abbiamo forzato i limiti dello sviluppo, drogando la domanda perché corrispondesse all’offerta, accumulando in questo modo un debito impressionante. Keynes è morto, e anche noi non ci sentiamo molto bene. La garanzia è scaduta e i nodi sono venuti al pettine: spesa colossale, indebitamento fuori controllo, consumismo, inquinamento, tecnocrazia, politiche imperialiste di espansione. La soluzione? Più spesa, più debiti, più bisogni indotti, più inquinamento, più burocrati ed eventualmente più guerre. Keynes scaccia Keynes.

D’altronde non si vede all’orizzonte nessuna soluzione migliore: meglio chiamare il servizio assistenza e tentare di riparare la macchina inceppata, provando a convincere qualcuno con un ultimo grande bluff. E lo staremmo già facendo, se soltanto fossimo riusciti a convincere qualcuno. Il caso dell’Italia, con il suo famigerato spread, è in ciò paradigmatico. I tassi d’interesse applicati ai suoi titoli di stato rispecchiano la sfiducia crescente degli investitori sul ritorno delle navi in porto. Se queste sono le condizioni, come si giustifica l’opportunità di un ulteriore prestito? Forse evocando i «muti sguardi d’amore» di Porzia e la sua immensa ricchezza, ovvero un improbabile jackpot alla portata di chi continua a spendere. Ma così la teoria dei keynesiani comincia ad assomigliare a un’antica religione pagana.

Molte critiche che vengono oggi rivolte al sistema cosiddetto capitalista potrebbero essere direttamente attribuite al paradigma keynesiano, come disperato correttivo delle contraddizioni del capitalismo, vero e proprio quadro generale nel quale trovano spazio anche le deregolamentazioni cosiddette neoliberiste. In cosa consista questo paradigma è presto detto. Keynes rompe con il capitalismo protestante descritto da Max Weber, caratterizzato dall’accumulazione e dalla ritenzione del Capitale, e promuove un nuovo tipo di economia fondata sulla spesa e sul consumo. Secondo Keynes, il risparmio delle famiglie e delle imprese è strutturalmente eccessivo ed è necessario stimolare artificialmente la domanda (anche per mezzo di debiti) al fine di stimolare la crescita. Se la ricchezza è una grossa ciambella, che senso ha tenerla da parte? Bisogna mangiarla tutta. E poi procurarsi un’altra ciambella. Sebbene non sia certo attribuibile ai discepoli di Keynes la deregolamentazione del mercato finanziario che ha portato alla bolla immobiliare, ma anzi ai suoi presunti avversari neoliberisti, è pur vero che l’intero sistema era precariamente fondato sull’illusione — keynesiana — di una domanda e di una crescita che si sarebbero alimentate a vicenda dal nulla, all’infinito. Che, tradotto dal keynesese, come sappiamo significa «finché dura».

Al di là delle questioni di teoria economica, si capisce che la rivoluzione keynesiana è innanzitutto un’epocale trasformazione ideologica. Keynes condanna la «grande congiura» del risparmio, questo «vizio pubblico» causato dalla virtù privata, considerando che una «cronica e tendenziale propensione al risparmio» caratterizza «tutta la Storia umana». La rivoluzione keynesiana si articola nel pensiero del ventesimo secolo seguendo due strade, solo in apparenza conflittuali: la prima mercatista-liberale e la seconda socialista-libertaria. Una vera e propria convergenza «liberale-libertaria», come scrisse Michel Clouscard per definire questo processo di estensione indefinita del mercato e di sollecitazione massiccia della domanda. Una rivoluzione dei costumi cui hanno contributo in ugual modo la propaganda pubblicitaria e la filosofia dei maîtres à penser della sinistra sessantottina, insegnando a «vivere senza tempi morti e godere senza limiti». Le nostre navi non avrebbero retto le onde, ma questo non era certo un problema loro. E così ci siamo indebitati fino al collo, perché ogni cosa ci sembrava necessaria, e in effetti lo era: necessaria e bella, anche se non ce la potevamo permettere — proprio come Porzia.

Nel Mercante di Venezia si capisce che il primo motore della sequenza tragica non è certo l’avidità di Shylock, semplice pretesto drammaturgico, bensì l’incontinenza di Bassanio e di Antonio, la loro incapacità di adattare le loro aspirazioni alle loro risorse. Il primo che accumula debiti e il secondo che lo foraggia senza controllo. E infatti quando Shylock trascina il mercante in tribunale per ottenere la propria libbra di carne, i giudici non trovano argomenti contro l’usuraio: Antonio ha controfirmato il contratto e accettato il rischio.

Simile al processo che oppone Antonio e Shylock sembra il dibattito contemporaneo sulla questione di chi debba «pagare la crisi». I creditori vogliono recuperare il loro prestito e i loro interessi. Ma i debitori, colpo di scena, sostengono di essere stati raggirati. Il debito che hanno contratto potrebbe essere illegittimo ovvero, come si dice in diritto internazionale, «odioso». Certo il prestito è stato formalmente accettato. Ma a che condizioni? Con quali margini di libertà? Celando quali informazioni fondamentali? Alcuni movimenti propongono oggi di rifiutare il debito, integralmente o in parte, denunciando una truffa ai danni del popolo. Secondo questa prospettiva, il debito avrebbe preso il posto del salario come forma principale dell’asservimento degli individui al capitale, nonché come strumento di governance geopolitica mondiale — il debito come nuovo contratto sociale che fonda una società iniqua e oscena. La verità tuttavia è che questa grande illusione collettiva è stata alimentata da più parti, e sembra davvero troppo facile pretendere di non avere mai voluto quel credito sul quale le economie occidentali vivono da venti o trent’anni.

Eppure come mi fa notare acutamente la blogger Olympe de Gouges sarebbe sbagliato, fuori dalla commedia shakesperiana, attribuire all’incontinenza degli uomini la responsabilità di una crisi strutturale. Se Antonio e Bassanio s’indebitano, è perché non possono fare altro. E se il correttivo keynesiano ha avuto tanto successo, è perché si trattava l’unico modo di rimandare il collasso, già previsto in agenda, dell’economia capitalista. Nella finzione di Shakespeare, una sofisticata arguzia giuridica salverà l’incauto debitore dal suo tragico destino, permettendo alla tragedia di finire in commedia. Questo salvataggio artificioso, dovuto all’intervento di Porzia, non deve tuttavia ingannare lo spettatore, che ha potuto assistere a un’illustrazione edificante dei rischi del vivere a credito. E nella realtà? Oggi ci resta da scegliere a che data fissare l’appuntamento con la catastrofe. Ma vediamo il lato positivo: a lungo termine siamo tutti morti. (continua)





Le quattro navi

Da come la raccontavano qualche anno fa, quella del lavoro culturale sembrava una fine piuttosto lieta. L’umanità intera si sarebbe convertita al prosuming come unico stile di vita e avrebbe eventualmente trovato lavoro tra le schiere di Umpa Lumpa che fanno girare la macchina. Il lavoro sarebbe stato ripetitivo e noioso ma si sarebbero tratte innumerevoli gratificazioni dal tempo libero: 15 minuti di celebrità — al giorno! La fine del lavoro culturale doveva essere una commedia, insomma. E invece è una tragedia, poiché a quanto pare non si può fondare un’intera economia sulla monocultura del terziario e sulla sola circolazione di informazioni, simboli e capitale virtuale.

Una tragedia che potrebbe finire come Il mercante di Venezia, anzi peggio. Nel dramma di Shakespeare, il primo motore della potenziale tragedia era l’amore di Bassanio per la bella Porzia, ereditiera di grandi ricchezze e meravigliosamente piena di virtù. Illustri corteggiatori vengono alla sua conquista dai quattro angoli del mondo e si rovinano per offrirle doni lussuosi, ma un uomo soltanto potrà sposarla. Il jackpot è allettante ma poco probabile: una sola donna per migliaia di pretendenti. Quello che Shakespeare non racconta, ma che possiamo immaginare, è che a causa della dolce Musa migliaia di principi e sultani si sono ridotti sul lastrico.

Non c’è nulla di razionale, in termini di probabilità, nella decisione di Bassanio di corteggiare Porzia. Eppure, per via di certi muti sguardi d’amore, il giovane è convinto che si tratti d’un investimento privo di rischi. La sedurrà, si accaserà e così rimborserà il cumulo di debiti contratti nel corso degli anni. Per partecipare alla costosa competizione, tuttavia, Bassanio deve chiedere un grosso prestito al suo amico Antonio. Lui accetta di buon grado, come tante volte in passato, a tasso zero e senza garanzie, come farebbe un padre. C’è tuttavia un piccolo, minuscolo, insignificante inghippo. Antonio è certo ricchissimo, ma le sue sostanze sono al momento tutte impegnate in mare, immobilizzate in forma di navi e di merci, ed egli non dispone di denaro liquido da prestare. Bisognerà perciò rivolgersi a una terza persona, con la quale Antonio si farà da garante. Questa persona è l’usuraio Shylock, nemico giurato di Antonio, ebreo malefico come imponevano le convenzioni teatrali dell’epoca — perfetto capro espiatorio per le colpe dei suoi debitori.

Shylock pone una condizione crudele: in caso di non riscossione del debito, l’usuraio avrà il diritto di asportare una libbra esatta di carne dal corpo del mercante. In effetti Shylock considera «ipotetici» i mezzi finanziari di Antonio: una nave che fa vela per Tripoli, un’altra per le Indie, una terza verso il Messico e una quarta in rotta per l’Inghilterra — tutte lontane da Venezia, tutte minacciate dai pirati, dalle acque, dai venti e dagli scogli.

L’osservazione di Shylock sulla ricchezza ipotetica del mercante è interessante. Non è forse sempre ipotetica la ricchezza di cui crediamo disporre nel futuro? Questa non dipende soltanto dal valore nominale degli attivi, ma dalle condizioni di liquidabilità delle immobilizzazioni, dalla redditività degli investimenti, dall’entità della spesa e dalla solvibilità dei debitori. Da questo punto di vista, un prestito è sempre un rischio, più o meno grande, e il tasso d’interesse remunera questo rischio. Non stupisce dunque che sia proprio l’usuraio a formulare un dubbio radicale sulla ricchezza del mercante, al fine di giustificare l’esorbitante prezzo del prestito. Le navi di Antonio perdute in alto mare sono come il gatto del paradosso di Schrödinger, chiuso in una scatola, del quale non possiamo sapere se è vivo oppure morto: le navi torneranno o non torneranno? E quindi il mercante, mentre attende con impazienza il loro ritorno, possiede virtualmente quattro barche oppure non ne possiede effettivamente nessuna?

Antonio firma il contratto senza pensarci un attimo perché il suo modello di rischio, per così dire, non prevede la perdita di quattro navi su quattro. Eventualmente una, nella peggiore delle ipotesi due: ma quattro? Una simile sfortuna non si è mai vista. Antonio esce di scena pronunciando le classiche ultime parole famose: «Non c’è da preoccuparsi: le mie navi saranno di ritorno un mese avanti la scadenza». Invece le navi tardano. Al secondo atto, gira voce che una sia affondata, e la tensione comincia a salire. Quando poi al terzo atto si scopre che tutte le navi sono colate a picco, ecco che il debito di Antonio è diventato un serio problema, e la commedia rischia di trasformarsi in tragedia. Ma come si è arrivati a un simile pasticcio, per il quale Antonio rischia di finire alleggerito di una libbra di carne e perciò morire dissanguato?

Un debito, per quanto colossale, non è mai un problema in sé, fintanto che si è certi di disporre, al momento opportuno, della somma necessaria per estinguerlo. Questo vale per i mercanti come per gli Stati. Il dibattito sul rifinanziamento del debito e sulla spesa pubblica, negli Stati Uniti e in Europa, non è un banale scontro ideologico tra neoliberisti amanti dell’austerità e keynesiani sostenitori del welfare: più profondamente, confronta diversi punti di vista sulla situazione di quella «economia reale» dalla quale dipende la solvibilità dei debitori. Di quante navi disponiamo? E quante torneranno in porto con il loro carico? Nessuno è in grado di stabilirlo, ma vari indizi portano a sospettare che siano affondate da tempo. Questi indizi si chiamano tasso di crescita del PIL, bilancia commerciale, redditività del capitale o produttività del lavoro. Questi indizi descrivono una situazione effettivamente tragica, nella quale allo stato attuale qualsiasi ulteriore prestito è destinato ad essere inghiottito in un buco nero, interamente consumato da interessi e costi di struttura, incapace di produrre la ricchezza necessaria a ripagarlo.

Il rifinanziamento del debito, in effetti, non è altro che una scommessa sulla crescita. Detto in altri termini, si chiede un prestito solo se si è convinti di poterlo estinguere. E ovviamente lo si ottiene solo convincendo il prestatore della proprio capacità. Hanno sicuramente ragione coloro che affermano che l’austerità porta alla rovina, proprio come la fame porta alla morte. Ma l’austerità non è una scelta ideologica: è una conseguenza dell’incapacità strutturale delle nostre economie post-industriali di produrre abbastanza ricchezza per praticare altre soluzioni. E al cuore di questa incapacità sta l’ostinazione con cui difendiamo il valore, oramai liquefatto, del lavoro culturale. (continua)





Cloaca

Il problema ormai lo conosciamo: producendo e immettendo contenuti su Internet gli utenti contribuiscono, senza ricevere alcuna remunerazione monetaria, a rendere attrattive delle piattaforme di scambio che da parte loro producono o sembrano produrre considerevoli profitti. Come se non bastasse, questo user generated content entra in concorrenza con il lavoro culturale, offrendo gratuitamente ciò che prima era venduto. Problema serio, dunque, che vorremmo chiarire in maniera scientifica con gli strumenti della coprolalia.

Nel settembre del 2011, Wu Ming 1 ha pubblicato un lungo articolo intitolato «Feticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto» che, oltre a criticare le condizioni lavorative nelle filiere dei prodotti Apple o dei servizi Amazon, denunciava inoltre lo sfruttamento (sic) subìto dagli utenti di siti come Facebook e Google. Impreziosito da formulazioni infelici – «Tu su Facebook di fatto lavori. Non te ne accorgi, ma lavori. Lavori senza essere pagato» – l’articolo si prestava facilmente a essere canzonato, ma sollevava questioni importanti sulle trasformazioni dell’economia culturale. Senza citarlo, Wu Ming evocava le tesi di Carlo Formenti, del suo articolo «Lavorare senza saperlo: il capolavoro del capitale» (2010) e del suo libro Felici e sfruttati: Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro (2011). Una metafora efficace di queste teorie di matrice marxista è stata realizzata nel film televisivo Black mirror: 15 milioni di celebrità di Charlie Brooker, ambientato in una futuristica prigione-officina dove uomini e donne videogiocano senza sosta per produrre energia, animati dalla speranza di pervenire un giorno alla celebrità.

Wu Ming tralascia il fatto evidente che come utenti di piattaforme di scambio consumiamo un servizio. I contenuti che produciamo, in questo senso, sono il prezzo che paghiamo per il servizio. Come mi ricorda la fondazione Elia Spallanzani, «la posizione di Facebook non è diversa da quella di chi organizzava una fiera medievale: era un luogo attrezzato in cui vari produttori-consumatori si scambiavano i pettini e le galline. Ora si scambiano le foto dei gatti e le opinioni. Chiaramente controllare la fiera consente un guadagno che può apparire ingiusto, specie a dei veteromarxisti come i nostri amici Wu, ma anche quello è un lavoro».

E che dire di chi pubblica gratuitamente i propri articoli in rete? Non basta fare qualcosa che assomiglia a un lavoro per pretendere un salario. Alla maggior parte delle attività professionali, anche alle più gravose e ingrate, corrisponde uno svago equivalente, che consiste nel praticare lo sforzo in forma o misura differente. In effetti non è la stessa cosa sollevare pesi in palestra alle sette di sera oppure al mercato ortofrutticolo alle sette di mattina, fare l’amore con il proprio ragazzo oppure farsi scopare da uno sconosciuto, cacciare il tordo di domenica oppure ogni santo giorno. Secondo il gusto personale, si può addirittura pagare per ottenere ciò che altri ricevono in cambio di un salario, come nel caso degli scrittori che si rivolgono agli editori «a spese dell’autore» per pubblicare, in perdita dunque, le proprie opere. Certo quando si parla di arte si entra in una zona grigia tra lavoro e diletto, e l’assenza di criteri chiari per distinguerli sembra condannarci a un’eterna confusione. Ma in fondo la confusione regna ovunque: perché ci sono uomini che pagano per essere frustati e altri che pagano per frustare? Quale dei due sta effettivamente lavorando senza saperlo?

Per risolvere la confusione, è necessario abbandonare l’antinomia tra consumo e produzione. In effetti, la produzione consiste in ogni caso nel consumare delle risorse per generare nuovi beni e servizi. Consumo e produzione, da questo punto di vista, sono esattamente la stessa cosa: ovvero la trasformazione di una cosa in un’altra cosa. Carne in cibo e cibo in forza-lavoro — e merda ovviamente, poiché ogni processo di consumo-produzione comporta una quota di scarti. Come ci ha ricordato Wim Delvoye con i suoi giganteschi macchinari digerenti (Cloaca), la fabbricazione di escrementi è un processo del tutto identico alla produzione industriale: la merda è un prodotto come un altro. Solo che (quasi) nessuno la vuole.

Potremmo dire che lo scopo della produzione consiste nel trasformare la materia prima in un bene utile o più utile, mentre il consumo consiste nel trasformare la materia prima in un bene inutile o meno utile; ma staremmo dando una definizione ancora troppo soggettiva. Rischiamo di tornare alla concezione moralista del lavoro culturale inteso come attività superflua. Dovremmo dunque dire che la «produzione» realizza qualcosa per cui esiste una maggiore domanda (rispetto alla domanda per la materia prima) e il «consumo» realizza qualcosa per cui esiste una minore domanda. Allora inizieremmo a capire il principio che regola la retribuzione delle attività di consumo-produzione culturale, il cosiddetto prosuming. La sovrapproduzione, come spreco non pianificato, è una forma di trasformazione per la quale non esiste sbocco commerciale: di conseguenza, il suo risultato è uno scarto. Le raffinatissime competenze di una generazione di ex-futuri intellettuali sono uno scarto. Questo stesso articolo è uno scarto.

Ma anche gli scarti possono essere reimmessi nel ciclo produttivo, come da sempre si riutilizzano gli escrementi per l’agricoltura. C’è gente che compra letame di cavallo, c’è gente che lo vende e nel frattempo la donna più ricca della Cina si occupa di riciclare spazzatura… Riciclare gli scarti del consumo cognitivo: e se fosse questo il business model di Facebook, del web 2.0 e della coda lunga dell’industria culturale? La merda è contemporaneamente l’antenato e il paradigma dell’user generated content. Ci pare già di sentire il Wu Ming di turno protestare col pugno alzato e ricordarci che «quando caghi, stai lavorando».

E invece non va da sé che ogni attività costituisca un «plus-lavoro» da remunerare. La retribuzione è il risultato di una negoziazione per stabilire innanzitutto quale sia il bene e quale sia lo scarto del processo di consumo-produzione. Una negoziazione che, prima ancora di stabilire il prezzo della prestazione, serve a stabilire chi si presta a cosa e quale delle parti debba remunerare l’altra. Io pago te per frustarti o te paghi me per farti frustare? Tu paghi me per scrivere o io pago te per pubblicarmi? Ho messo la mia merda in un barattolo, quanto mi dai? Piero Manzoni vendeva la propria a caro prezzo, e Wim Delvoye oggi la produce in serie. Ogni bene può essere considerato come uno scarto e ogni scarto può essere considerato come un bene: non esiste alcun criterio universale. Quante opere d’arte cancellate, nei tempi antichi e moderni, perché non significavano più nulla per i loro distruttori!

Il lavoratore culturale, oggi, si confonde sempre di più con il consumatore culturale. Lavoratore e consumatore si sono definitivamente fusi in una nuova creatura, il prosumer culturale. Producendo, egli consuma risorse. E consumando, egli produce certamente qualche cosa: ma chi vuole questa cosa? (continua)





Non toccate Martufello

Poiché la priorità di artisti, giornalisti e ricercatori è di salvare il lavoro culturale (e incidentalmente il proprio lavoro) ultimamente la questione ha avuto una certa visibilità nel dibattito in rete. Abbiamo così avuto modo di valutare due ordini di potenziali soluzioni al problema. La prima soluzione consiste nell’aumentare la quota di surplus reinvestita nella cultura e nella ricerca ; la seconda nel regolare e limitare l’offerta di forza-lavoro, reindirizzandola verso altri settori, per frenare la corsa dei salari al ribasso. Andiamo con ordine.

La prima soluzione consiste nell’aumentare la quota di surplus reinvestita nella cultura e nella ricerca. Si parla cioè di sovvenzioni pubbliche. Da questo punto di vista — avrete sicuramente letto qualche striscione sull’argomento – l’Italia non brilla tra i paesi europei: nel 2010, il finanziamento alla cultura equivaleva allo 0,20 % del PIL (1% in Francia). Tuttavia questa penuria viene ampiamente compensata dal contributo economico dei lavoratori, che in un certo senso si «auto-tassano» a valle accettando condizioni salariali minime. In questo modo, solo una parte della popolazione contribuisce allo sforzo, nella misura delle sue possibilità e delle sue aspirazioni. O per meglio dire, delle sue illusioni. In fin dei conti si tratta di un meccanismo di compensazione non del tutto malvagio. Troppo spesso con il pretesto di finanziare la cultura si finisce per sovvenzionare, a spese della collettività, i consumi cospicui della borghesia. Si dice che lo Stato, oggi il principale collettore di plusvalore, sia soprattutto l’esecutore degli interessi di una classe: ma si dimentica di aggiungere che la cultura, oggi, figura tra i suoi più ingegnosi dispositivi. In piena crisi economica, è quantomeno imbarazzante la tenacia con cui l’intellighenzia di sinistra sgomita per essere servita prima di tutti.

La seconda soluzione consiste nel regolare e limitare l’offerta di forza-lavoro, reindirizzandola verso altri settori, per frenare la corsa dei salari al ribasso. Ma questa non è una soluzione: è une necessità vitale, che riguarda non solo il lavoro culturale ma l’economia intera. La difficoltà sta nel riuscire a pilotare questo processo costituendo filiere formative efficaci, in grado di anticipare le trasformazioni del mercato o di adattarsi rapidamente ad esse. La verità è che nell’ultima generazione, in Occidente, il sistema stato-mercato ha completamente fallito nel pianificare la riproduzione della forza-lavoro.

Una variante surreale di questa soluzione regolatrice è l’appello lanciato dal giornalista Carlo Gubitosa «a chi scrive gratis tanto per farsi leggere». Secondo Gubitosa «è ora di smetterla»: noi blogger stiamo facendo «crollare il valore della professione giornalistica» e perciò faremmo meglio a trovarci un’altra occupazione. In realtà Gubitosa mescola varie cose, e innanzitutto giornalismo e opinionismo. Come già notava Leonardo qualche tempo fa, noi blogger grafomani minacciamo soprattutto il secondo. Ma quando ci capita di scovare delle vere e proprie notizie (come quando raccontai lo strano caso dell’editore automatico) che dovremmo fare, tacere per non rubare il lavoro a Gubitosa?  Se mi viene in mente una barzelletta, sto zitto per non rovinare la piazza a Martufello? Nel 2006 Gubitosa annunciava che «fra venti anni sarà del tutto normale scambiare in rete musica e cultura alla luce del sole» e oggi è spaventato da persone che scambiano informazioni? La verità è che il «valore della professione giornalistica» è crollato da solo, com’è crollato il valore del meretricio con la rivoluzione sessuale. Questa trasformazione è un dato di fatto, che ci costringe a ripensare il rapporto tra lavoro e consumo culturale. (continua)





Generazione Betamax

Immaginate un’azienda che fabbrica un certo tipo di macchina, in previsione di una domanda molto ampia. Si tratta di un gigantesco investimento, ma altrettanto gigantesco è il profitto atteso. Immaginate poi che la previsione si riveli completamente sbagliata. La domanda si è contratta e le macchine non si vendono. Immaginate allora tutte queste belle macchine, oramai inutili, abbandonate nei magazzini. O svendute. Smontate. Distrutte.

Bene. Ora immaginate di essere una di quelle macchine.

Come un tempo nelle scuole militari si studiavano le grandi battaglie per trarne insegnamento, oggi nelle Business School gli aspiranti manager analizzano successi e fallimenti commerciali in forma di exempla edificanti. Impareranno così che il mercato è in continua trasformazione ed è necessario trasformarsi con esso: innovando se necessario, ma senza compromettere la propria posizione. Alcuni di questi casi sono oramai proverbiali e in particolare quelli negativi, le cosiddette brand failures. In tempi recenti ricordiamo Kodak, che sottovalutò l’impatto della fotografia digitale e continuò a investire nella pellicola, acquistando nuovi stabilimenti fino al 2003. Ma la parte da leone nel pantheon delle brand failures la merita forse il Betamax, il sistema di videoregistrazione domestica lanciato da Sony nel 1975 e naufragato nello scontro con il VHS.

Il fallimento, s’insegna ai giovani ambiziosi, fa parte del gioco: un gioco darwinista che si chiama mercato, nel quale ogni trionfo costa cento errori. Alcune aziende falliranno e altre prospereranno, ma nel complesso il meccanismo è virtuoso: Joseph Schumpeter parlava perciò di «distruzione creatrice». Ma cosa succede quando un’intera economia sbaglia direzione, allocando i fattori produttivi su settori sbagliati? Cosa succede se, invece di essere assorbito dalla statistica, l’errore risulta sistemico? Avremmo forse l’occasione di scoprirlo nei prossimi anni: poiché questa è appunto la nostra storia. Storia di un epocale «civilization failure», come quelli raccontati da Jared Diamond in Collasso. Storia di un’economia che ha investito in un miraggio le sue migliori risorse, contando sull’arricchimento ex nihilo di un terziario ipertrofico. Storia di un’economia che ha fabbricato un’intera generazione di macchine inutili, che poi siamo noi, la generazione Betamax.

Una classe si costituisce non solo nel suo rapporto con il capitale ma inoltre nel suo essere capitale essa stessa. Ogni uomo è una macchina, per così dire, in grado di svolgere certe funzioni. L’uomo libero, a differenza dello schiavo, è capitale che si possiede in quanto capitale. E il borghese, a differenza del proletario, è capitale che possiede capitale altro da sé. La borghesia dispone di un eccesso di capitale che gli è assolutamente necessario per riprodursi e mantenersi entro la classe di provenienza. Questo investimento riproduttivo si chiama formazione e include l’educazione scolastica e universitaria, l’apprendimento di codici e linguaggi, la costruzione di un network. Se non investe capitale sufficiente, la borghesia condanna i propri figli al declassamento. Ma se non dispone di abbastanza capitale, spontaneamente la sua demografia si adatta al ritmo della crescita economica e con esso precipita. E così precipita anche la domanda di beni borghesi, e così il valore della borghesia in quanto capitale.

La cosa più assurda che possa fare la borghesia, a questo punto, è scommettere tutto quello che le resta sulla monocoltura del terziario e dei consumi posizionali. Eppure lo ha fatto! Ha formato i propri figli a fare cose raffinatissime e li ha educati a consumarle. Sembrava l’invenzione del moto perpetuo, la grandiosa abolizione del lavoro. Ma era solo un sogno. Ora milioni di macchine si stanno svegliando.

Molti sostengono che il Betamax fosse una formato migliore del VHS, ma questo non è bastato. Che fine hanno fatto quei vecchi videoregistratori? I più fortunati vengono oggi venduti su Internet come oggetti d’antiquariato, testimoni di un’epoca piena di ottimismo. Gli altri sono stati smembrati e riciclati, diventando macchine più utili: bippano, scaldano, frullano. Impegnati in mansioni banali, non possono fare a meno di ripetere indignados: «Io sono un Betamax, che ci faccio qui?». Alcuni si radunano per occupare i comodini e sperimentare esperienze di democrazia reale. Tutti ricordano con malinconia gli anni bellissimi in cui pareva davvero che il Betamax avrebbero conquistato il mondo. (continua)





Il fantasma di Tom Joad

Immaginiamo di essere i protagonisti di Furore, il romanzo di John Steinbeck sulla grande depressione degli anni 1930. Naturalmente non saremo contadini ma, diciamo, braccianti cognitivi. Siamo a bordo del nostro autocarro cognitivo e ci dirigiamo verso la California in cerca di lavoro, sponsorizzati da Benetton che ha lanciato la campagna Unemployee of the Year. Ovviamente non andiamo a cogliere arance: Tom Joad è un aspirante film-maker, il fratello Al suona in una band indie-rock, mamma è una hacker, Connie e Rosa vogliono aprire un concept store vegano e Marty la zebra sogna di esibirsi in un circo. Durante il viaggio incontriamo centinai di braccianti cognitivi come noi, tutti diretti in California, attirati da volantini e cartelli e tweet che promettono lavoro.

In California di lavoro ce n’è, ma a furia di twittare è arrivata troppa gente. Un surplus relativo di popolazione, direbbe Marx, che fa precipitare il costo e le condizioni del lavoro. Alcuni, accidenti a loro, bloggano gratis! Ma ecco, fermiamoci un attimo: siamo sicuri che tutta questa farraginosa analogia con i personaggi di Steinbeck abbia senso? E cosa c’entra Marty la zebra?

La nostra è una tragedia borghese, dicevamo: nel senso che la sua logica (difettosa) è quella della trasmissione del patrimonio in seno alla borghesia. La famiglia Joad in Furore possiede il proprio autocarro e per il resto si sostenta con ciò che guadagna alla giornata cogliendo arance. Non esiste un lavoro più umile che Tom possa fare per portare a casa qualche soldo. Il bracciante cognitivo dei giorni nostri, invece, dispone di risorse patrimoniali che può investire in un progetto formativo. Paradossalmente, è proprio la sua copertura economica, e quindi la possibilità oggettiva di accettare stipendi bassi e contratti precari, che spinge verso il basso le condizioni salariali. Pur di partecipare a un processo di selezione professionale sempre più lungo e costoso — e così evitare la minaccia del declassamento — i figli della borghesia erodono il proprio patrimonio e scompigliano il mercato del lavoro praticando anche quella che gli economisti neoclassici chiamano disoccupazione volontaria. Le prime vittime sono, come mi ricorda Federico Gnech, «tutti quei ceti emergenti cui l’istruzione e l’università di massa hanno promesso cose che il sistema produttivo non poteva mantenere».

Più che come Tom Joad siamo dunque come Leandro, il figlio di Pantalone ne La bancarotta di Goldoni, storia edificante di un default pilotato. Il padre mercante sta fallendo e il giovane s’interroga sul proprio destino. Indignato proclama: «Andar a servir non mi conviene», vale a dire: «Lavorare non fa per me. Non ne sarei capace, ne soffrirei troppo, e poi a dirla tutta non sarebbe nemmeno giusto». Leandro esclude per principio l’ipotesi di andare a lavorare, e il servo Truffaldino commenta: «Gnanca a mi sfadigar non me piase», vale a dire: «Caro il mio padroncino, sappi che nessuno è portato per il lavoro, e anch’io che  sono costretto non ne sono certo felice, inoltre sono mesi che non mi paghi. Non per questo vado per strada a sfasciare le macchine, giusto?» (Un bel moralista, questo Truffaldino.)

Del pasticcio in cui la borghesia occidentale si è cacciata, il sociologo marxista Michel Clouscard aveva descritto il meccanismo nella sua Critique du libéralisme libertaire del 1986:

La classe borghese offre più figli di quanti sono i mestieri borghesi richiesti dal capitalismo. Questo surplus farà le rivoluzioni. Ma rivoluzioni borghesi.

La condizione del figlio borghese è paradossale: se da una parte il suo ruolo è di consumare eccessivamente, e dunque anche consumare un certo capitale ereditato, d’altra parte egli è esso stesso un eccedente: non c’è per lui alcun lavoro borghese da svolgere, e perciò nessun modo di accumulare nuovo capitale. Secondo Clouscard il borghese non è in grado di derogare alla propria condizione: «Per quanto profondamente escluso dal possesso del capitale, dai mestieri e dalle funzioni proprie della sua classe, il borghese non può scivolare nella classe operaia e svolgere la professione di operaio». Ed è appunto questa sua incapacità di derogare che lo condanna. (continua)

Ah, dimenticavo: Marty la zebra ha realizzato il suo sogno.





Pages: Prev 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 ...112 113 114 Next