Aby Warburg nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



La musa impossibile. Mario Praz ipertesto

[Questo articolo è stato pubblicato nel numero 2 della rivista Post, Mimesis 2010.]

Nello schizzare un ritratto di Mario Praz, facilmente potremmo essere indotti nella tentazione di scinderlo in due: da una parte lo studioso di letteratura, ovvero l’autore de La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica; dall’altra il prosatore ingegnoso, che scivola tra le arti e le discipline esercitando il suo “genio migliore” nel genere del saggio breve1. E tuttavia, questa tentazione – cui lo stesso Praz soccombeva – è necessario scacciarla poiché non sorge da un’intrinseca scissione bensì piuttosto dall’asimmetria tra questo corpo letterario lussureggiante e grandioso, anomalo, e la norma angusta della “divisione del lavoro” cui oggi è costretta la ricerca scientifica e letteraria. Laureato in Giurisprudenza e in Lettere, professore di letteratura a Manchester, Liverpool e Roma, traduttore, storico, esperto d’arte, iconologo, collezionista, viaggiatore, Mario Praz fu soprattutto scrittore: tra i più grandi del secolo. Ed è proprio nella scrittura che si ricompongono i frammenti di quel sapere umanistico che l’autore di Gusto Neoclassico volle tenere unito, mentre altri suppliscono alla propria incompetenza circoscrivendo minuscoli campi, presidiando a cattedre universitarie dai nomi vieppiù fantasiosi e stando ben attenti a non varcare alcuna soglia. Tutt’al contrario la prosa di Mario Praz non ha limiti, se non quelli temporali di una Modernità cui si è fedelmente dedicato2 e che ha sezionato in lungo e in largo, inseguendo il significato di alcune “approssimazioni”3: Rinascimento, Secentismo, Barocco, Neoclassicismo, Romanticismo. Leggere il seguito »



Progetto di riforma dell’alfabeto

Nel comporre la sua biblioteca, Aby Warburg non seguì le regole con cui solitamente si dispongono i volumi per facilitarne il reperimento. Piuttosto che seguire un “ordine”, piuttosto che affidarsi a un’economia, Warburg dispose i tomi secondo il proprio sentimento, disegnando un percorso segreto e personale. Rifuggì l’ordine alfabetico, il più arido e vuoto degli ordini, il più meccanico, dunque il più stupido. Tuttavia, tale ordine non ha cessato di turbare le nostre esistenze. Anzi! Si tratta forse dell’ultimo e unico ordine cui siamo disposti a sottometterci, probabilmente proprio in virtù della sua stupidità.

Ma noi contestiamo la tirannia della forma nella quale, da secoli, i nostri nomi e le nostre parole si dispongono, con il pretesto di un più agile reperimento: la sequenza insignificante chiamata alfabeto. Rivendichiamo il diritto di scegliere il nostro posto all’interno di dizionari, liste, agende addirittura. Non secondo il caso, ma secondo criteri morfologici che guidino il lento divenire dell’uno nell’altro, tra sfumature infinite, confusione, mescolanza, entropia. Secondo i criteri sempre mutanti dello sguardo di coloro che compilano l’insieme, all’interno della riconfigurazione infinita delle strutture. Sparpagliati, qua o là, talvolta anche nascosti, talvolta in primo piano, secondo le logiche segrete di ogni nuova combinazione. Persi nell’enorme biblioteca di Babele, il nostro filo d’Arianna non sarà l’architettura arbitraria di un ordine asettico, ma l’arcobaleno che disegneranno le nostre interpretazioni.