Adamo nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



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Adamo vive e lotta insieme a noi

Le celebrazioni darwiniane di questo 2009 hanno il pregio, più unico che raro, di celebrare una materia viva. Non il solito mito inoffensivo cui si rende omaggio per riflesso condizionato, ma un mito offensivo sul quale oggi ancora si battaglia. Oggi ancora? Sarebbe più esatto dire oggi soprattutto. A leggere sui giornali certe ricostruzioni dell’impatto de L’origine delle specie sulla società dell’epoca, pare davvero che il testo fosse stato scritto e scagliato contro i creazionisti. I quali, invece di arrendersi all’evidenza, hanno voluto perseverare nella loro arcaica superstizione. Sfortuna vuole che i creazionisti siano un’invenzione piuttosto recente, e che il testo di Charles Darwin reagisse piuttosto contro i lamarckiani, che non erano superstiziosi ma scienziati. L’ingegnosa soluzione del naturalista inglese – la selezione naturale – risponde a un problema che non ha nulla a che vedere con l’ermeneutica biblica. Che gli occidentali abbiano creduto fino al 1859 che il racconto del Genesi fosse storicamente vero, poi, è una colossale panzana.

Qui il problema è ovviamente che cosa significhi credere. Prendete Origene: quando parla di Adamo, ci tiene a precisare che questa balzana leggenda ebraica è vera in senso non storico bensì spirituale, e questo è chiaro se la si interpreta correttamente. L’opinione è ovviamente personale, ma ci mostra in che modo veniva considerata – nel terzo secolo – una storia di creazione, costole, serpenti e alberi: assai poco plausibile, magari ridicola. Roba da ebrei. Origene era cristiano, cioè un pagano sedotto dallo gnosticismo giudaico, e considerava quella storia come un messaggio in codice. Sotto la lettera di un mito grottesco, il significato vero e proprio. Dubito che nella società ottocentesca si pensasse esattamente come il vecchio Origene, ma come lui si era capaci di giostrarsi tra diversi registri interpretativi, e sono certo che lo siamo ancora oggi. Io posso affermare, ad esempio, che la teoria dell’evoluzione riguarda il piano storico e che il racconto biblico sviluppa un discorso ontologico-tassonomico: ogni singolo animale “discende” da un archetipo: il cane, il gatto, l’uomo (Adam Kadmon). E buona notizia, questa versione è già insegnata nelle scuole: nelle ore di filosofia, alla voce platonismo.

Oggi, contrariamente al terzo e al diciottesimo secolo, il conflitto tra questi registri è diventata una posta in gioco politica locale: in America, catalizza la tendenza autarchica e anti-federale dei WASP repubblicani; nel mondo islamico (in Turchia, ad esempio) la lotta contro i regimi militari laici. Certi politici italiani, da parte loro, seguono la moda: un po’ per farsi notare dagli elettori cattolici, un po’ anche per rompere i coglioni. Non è un conflitto tra passato e presente, tra superstizione e ragione. Entrambe le posizioni nascono in seno al presente, disegnate e definite dai conflitti in atto.



Origine della Lingua

A secolarizzare il mito della lingua di Adamo giunse un programma di ricerca che finì per dare i natali alla linguistica moderna. Dopo secoli di dispute, animate tra l’altro dall’orgoglio nazionalista di schiere di aspiranti possessori della pregiata favella, Johann Gottfried Herder pose alla fine del Settecento le basi di un’archeologia del linguaggio il cui punto di fuga, pienamente storico, chiamò Ursprache. Nel Trattato sull’origine della lingua (1770) Herder nega decisamente ogni ipotesi d’origine divina del linguaggio, poiché il reciproco legame di dipendenza tra lingua e ragione impedirebbe all’uomo pre-linguistico di accogliere un insegnamento divino. Malgrado ciò, Herder conserva un paradigma “monogenetico” che a fatica cela il suo fondamento teologico, ponendosi in continuità con le speculazioni d’ispirazione biblica sulla degenerazione delle lingue.

Le prime indagini sull’origine indoeuropea trasudano di malcelata nostalgia delle origini, e non sono in fondo altro che variazioni sul tema del paradiso terrestre. In una conferenza di William Jones del 1786, considerata come atto fondatore dell’indoeuropeismo, è un tripudio di “lingua più perfetta”, “più ricca”, “più raffinata” per definire il sanscrito. Sono gli anni in cui si sogna la saggezza antica, lingue pure di popoli orientali (la Persia, la Mesopotamia, l’India di Friedrich Schlegel, la Samotracia di Schelling), luoghi che si continuerà a sognare almeno fino alla metà del Novecento. Come lucidamente nota il giovane Saussure: “Vi è certamente, a fare da sfondo a queste ricerche sugli arii, questo popolo dell’età dell’oro ricostruito col pensiero, il sogno quasi cosciente di un’umanità ideale”. E d’altronde già nel 1830, nelle sue lezioni sulla filosofia della storia, Hegel aveva individuato e contestato (“supposizioni che non hanno base storica”) il legame segreto tra mito adamitico e indagine scientifica: “Vi è ripresa, ma trasformata in conformità di esigenze di altro genere, l’idea del primiero stato paradisiaco degli uomini, già prima sviluppata dai teologi a modo loro, per esempio nel senso che Iddio avesse parlato con Adamo in ebraico”.

Paul Ricoeur non esitò a definire il paradigma come “perfido antisemitismo linguistico”: va infatti ricordato che che il concetto di razza aria si sviluppa nella sfera della linguistica prescientifica. Il nazionalismo romantico è innanzitutto una teoria della lingua, e del legame tra Sprache e Volk. Proseguendo sul sentiero indicato da Herder, la gran parte dei linguisti si accordano oggi sull’esistenza di svariate “grandi famiglie” di lingue (dalle venti alle duecento), ma negano strenuamente l’ipotesi monogenetica, l’idea di una discendenza universale, scientificamente desueta già nei primi anni del Novecento.



Puttana Eva

Sulla questione della cacciata dal Paradiso Terrestre emergono nuove, scabrose verità. Si legge nel Sefer ha-bahir (il libro fulgido), testo fondamentale della Qabbalah medievale, dell’unione tra Eva e il serpente. La sedusse, e si unì ad essa. L’ipotesi di una progenie serpentina è suggestivamente horror, roba da David Cronenberg in crisi mistica (immaginate la scena con Eva che partorisce serpenti, li accudisce, li allatta). La morale della vicenda è comunque inequivocabile: l’inadempienza di Adamo ai doveri coniugali costrinse la consorte all’adulterio con il rettile, che la natura (o l’ingegno del tentatore) fece maliziosamente fallico. Insomma, siamo caduti non per orgoglio, ma per castità. Aggiornata quanto basta, la trama è perfetta per una commedia di corna, con Adamo che guarda Portogallo-Inghilterra mentre Eva si fa trombare dall’idraulico. Ma forse Eva scopriva le gioie della zoofilia mentre Adamo si trastullava con la prima moglie Lilith: e allora non siamo caduti per orgoglio, ma per adulterio. Lilith facendo ormai coppia fissa con Satana, è suggestiva l’ipotesi scambista, magari in versione omosex (Satana-Adamo e la mirabolante accoppiata Eva-Lilith), l’amour à trois o direttamente l’orgia. E non ho nemmeno parlato di Tanin’iver, strumento sessuale delle unioni tra Satana e Lilith. Forse siamo caduti perché eravamo in troppi, e facevamo casino fino a tardi.



Il nome di Dio, invano

Ma cosa dice, nella sua essenza profonda, la lingua perfetta di Adamo? La verità soprannaturale che i nomi esprimono (la vera conoscenza, nascosta ed esibita dal mondo delle cose) è Dio. La dimensione segreta della lingua è dimensione divina: tutte le parole – e perciò tutte le cose – derivano da un nome, come scritto nel Sefer Yesirah, e questo nome è il nome di Dio.

Nello Zohar, the most powerful spiritual tool (25 b e 75 a) si giunge a dire che “Nome” significa anche Dio. Nella Cabbala “la parola è l’essenza del mondo, e ogni cosa ha esistenza solo in virtù della sua partecipazione al gran nome di Dio” (Scholem). La costruzione dell’albero sefirotico esibisce l’universale dipendenza di ogni cosa e parola dal nome supremo (oggetto d’indagine prediletto, sommo segreto), come la descrive Isacco il Cieco: “La radice [della lingua e delle "cose spirituali" che sono le parole di Dio] consiste in un Nome, poiché le lettere [nelle quali esso si articola] sono come rami dall’aspetto di fiamme che si muovono tremolanti, sono come le foglie dell’albero, come le frasche e i rami che nell’albero hanno pure sempre radice … e tutti i devarim [cose, parole] pervengono alla forma e tutte le forme [in ultimo] derivano dall’unico Nome, così come il ramo procede dalla radice. Perché tutto è contenuto nella radice, che è l’unico nome”. Il rapporto paradisiaco con la lingua è perciò anche rapporto diretto con la divinità. È ovvio infatti che il Nome supremo non può essere pronunciato che nella lingua pura. “Le cose – scrive Walter Benjamin - non hanno nomi propri al di fuori che in Dio”. Reciprocamente nel nominare “l’uomo si comunica a Dio”.

Nella lingua dei nomi perciò l’uomo conosce Dio, e si rende conosciuto a Dio. Ogni relazione linguistica è sempre reciproca, ogni nominare è sempre anche essere nominato. Solo il peccato originale ha distrutto l’immediato contatto tra Dio e l’uomo – cioè l’affinità tra le loro lingue – disegnando una frattura che giunge a distruggere l’unità originaria del Nome divino (Isacco Luria parla delle lettere YH che si separano da WH).