Agostino d’Ippona nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



La progenie del drago

A Bruxelles c’é un dipinto anonimo della fine del Cinquecento, intitolato Virgo inter Virgines, che colpisce per l’utilizzo ingegnoso degli attributi iconografici come ricami sugli abiti di due sante. Invece della ruota del suo martirio, santa Caterina ha un elegante vestito decorato da ruote; Santa Barbara ce l’ha ricoperto di torri. Tuttavia é un minuscolo dettaglio sullo sfondo della tela a risvegliare la nostra curiosità. Tra san Giorgio e il drago appare una bestiola che sembra un cucciolo di drago. San Giorgio, il drago e il draghetto: un’iconografia bizzarra, di cui sfugge il senso. Il pittore voleva forse intenerirci sulla sorte del mostro, che brutto e cattivo pure lui tiene famiglia? Ricordarci che “ogni scarrafone é bello a mamma sua”, come nell’antico detto fiammingo? Oppure evocare un segreto che scuote le fondamenta del cristianesimo occidentale?


Di certo non c’é nulla. Nemmeno che la bestiola sia effettivamente un drago; e non piuttosto una puzzola o un ermellino. Proprio su questo aspetto il dibattito ha fremuto su Friendfeed, l’assolato patio della blogosfera italiana. La mia prima congettura secondo cui il piccolo drago evocherebbe la pianta di dragoncello (dracunculus in latino), nota secondo la dottrina delle segnature per guarire dal morso degli animali velenosi come serpenti e draghi, non ha convinto nessuno. È stato Tamas il primo a orientare la riflessione verso i mustelidi: la bestia sarebbe una faina (o gattopuzzo in marchigiano) oppure un ermellino.

La teoria si é fatta strada a forza di prove documentarie, tentandoci con una simbologia credibile: in assenza di una principessa da salvare, l’ermellino — simbolo di purezza, nobiltà e verginità — ne fa le veci, la sostituisce come vittima sacrificale del drago. Giorgio si presenta dunque come custode della verginità delle sante rappresentate in primo piano. Tutto bello, se non fosse che l’ermellino é solitamente rappresentato con un manto bianco. E se la piccola bestia misteriosa fosse piuttosto una donnola — ovvero “piccola donna”, sempre intesa come rebus sostitutivo della verginità? La Fondazione Elia Spallanzani partecipa allo scompiglio zoologico tirando in ballo una pecora, ma é Leonetto a fornirci la spiegazione più convincente, non senza prima avere ricapitolato la stato della discussione in uno schema.

Una solida tradizione iconografica sembra confermarlo oltre ogni ragionevole dubbio: l’animale sarebbe proprio una donnola, capace con il suo puzzo di uccidere il basilisco. E perciò, si suppone, i mostri squamosi in generale. Insomma la donnola, lungi dal rappresentare una vergine indifesa, starebbe piuttosto dando man forte a san Giorgio per sconfiggere il suo avversario. Astridula conforta la tesi citando una descrizione della simbologia della donnola: “Nei tempi antichi, animale domestico popolare, elogiato per la sua lotta coraggiosa contro serpenti, ratti, basilischi, per essere esperta in medicina e in grado di far rivivere i propri piccoli morti, simbolo di Cristo e dei credenti.”

Molto bello anche questo, bravo Leonetto, ma restano due problemi. Che il basilisco non é un drago, e che il dinamico duo composto da san Giorgio e dalla donnola risulta piuttosto inedito — oltre che imbarazzante. E se alla fine l’animaletto che sguazza nel laghetto con il drago, con il manto dello stesso colore del drago, fosse semplicemente, come sembrava fin dall’inizio… un drago? Sebbene poco diffusa, l’iconografia del cucciolo di drago é attestata. Nell’Enigma di Piero, Silvia Ronchey cita la testimonianza quattrocentesca del viaggiatore ispanico Pedro Tafur secondo cui, in Libano, dei piccoli rettili venivano considerati progenie del drago ucciso da san Giorgio. Poi attira la nostra attenzione sopra un dettaglio in un affresco del Pisanello di metà Quattrocento, che rappresenta Giorgio, il drago e ben due cuccioli.

Da parte sua Vittore Carpaccio, in una tela del 1502 custodita alla Scuola degli Schiavoni a Venezia, dipinge un piccolo rettile vicino al drago trafitto da san Giorgio. Se crediamo all’interpretazione di Michel Serres questo piccolo animale, drago in potenza, starebbe a simboleggiare l’impossibilità di sconfiggere definitivamente il drago e perciò d’interrompere con la violenza il ciclo della violenza. La vittoria di san Giorgio, insomma, non é definitiva: proprio come in alcuni finali aperti nei film dell’orrore, il cucciolo di drago ci ricorda che il Male sopravvive. Anche in questa Virgo inter Virgines si nasconde un finale aperto; un adorabile criaturo che potrebbe sembrare una donnola o un ermellino… E invece porta in sé il germe del Male.

Intanto Serres, partito dal ciclo di Carpaccio per un trip ermeneutico alquanto suggestivo, ha concluso che il Male non va trafitto e bastonato, visto che poi si riproduce e ritorna — ma addomesticato. La successione delle tele nella Scuola degli Schiavoni porta a una conclusione inoppugnabile. La vera vittoria sul Male non é quella di san Giorgio sul Drago, ma piuttosto quella di san Gerolamo sul Leone, per non parlare di quella di sant’Agostino sullo Yorkshire. Che poi anche qui: Yorkshire? Bichon frisé? Maltese? La questione resta aperta



Credere quasi la stessa cosa

Così, il sacramento del Corpo di Cristo è in certo qual modo (quemdam modum) il Corpo di Cristo, il Sacramento del Sangue di Cristo è lo stesso Sangue di Cristo e il sacramento della Fede è la fede stessa. (Agostino, Epistola 98, 9.)

“Quemdam modum” é una locuzione latina che attutisce il significato di un enunciato, specificando che le parole descrivono in un certo modo la verità. In un certo modo, ad esempio, si ripetono il corpo e il sangue di Cristo nel rito eucaristico. E in un certo modo altrettanto misterioso, nel corso dei secoli, si ripete la credenza nella ripetizione sacramentale. Il tema teologico ne nasconde un altro, storico ed ermeneutico: di più, politico.

La credenza eucaristica non riguarda soltanto la presenza del sangue di Cristo nel nutrimento rituale dei cristiani, essa è inoltre il sangue stesso che scorre nel corpo della comunità. Nei secoli questa comunità cambia forma ed estensione – cambia il mito, cambiano le parole, cambiano le ontologie, cambiano i riti, e ogni epoca è in qualche modo straniera a quella precedente – mentre dietro permane la figura ideale di un discorso eucaristico originario, sempre più vago, sempre più contraddittorio, insomma sempre più credibile e sempre più incredibile.

Tutto questo per dire che, poiché tutto sommato mi spiaceva tenerla nel cassetto, ho deciso di pubblicare con Lulu la mia tesi di laurea: Quemdam modum. Indeterminatezza della dottrina della presenza eucaristica tra Antichità e Medioevo.

Per coloro che fossero spaventati dall’argomento (ma allora che ci fanno qui?) preciso che si tratta del tentativo di un moderno di penetrare nel significato di una credenza apparentemente assurda, cercando d’illustrarne la credibilità. Per gli altri, che temono un trattamento crudele della dottrina cristiana (e loro pure, che fanno qui?), preciso che ho intenzionalmente aggirato la tentazione “protestante” di ridurre ogni credenza sul piano metaforico-figurale. Mi preme segnalare a chi fosse interessato un breve estratto in pdf nonché il prezzo stracciato del volume: 321 pagine in formato tascabile a €12,68. Chi proprio non si fidasse mi puoi scrivere per avere il pdf completo, ma rimango convinto che sia più facile sfogliare il volume.

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Il regno contraffatto

[De spectaculis, I]

Se un collare, uno scettro, un abito purpureo e una schiera di adulatori bastassero a fare un sovrano, che cosa dunque impedirebbe agli attori tragici, che sulla scena si presentano così agghindati, d’essere effettivamente considerati come dei re? Come si distingue il principe dall’attore?

Così chiedeva Erasmo nella Institutio principis christiani (1, 27), del 1515, esibendo l’esistenza di uno scarto tra la liturgia che fonda il potere e il potere effettivo e legittimo. E presto rispondeva, in continuità con la secolare tradizione politica cristiana: è la giustizia che distingue un regno dalla sua imitazione. Altrimenti che altro sarebbero i regni, se non grandi latrocini?

Questa risposta, tuttavia, non risolve il paradosso della domanda, che si ricapitola nella seguente: che cosa distingue, tra i diversi tipi d’imitazione, l’usurpatore dall’attore? Oppure, similmente: che cosa impedisce al giuramento di Romeo d’essere lo spergiuro di un attore, che mai sposerà la sua Giulietta? È un fatto che a teatro gli spettatori sono consapevoli dell’inganno, tuttavia non va da sé che lo siano. La questione, che potrebbe sembrare oziosa, è invece seria: riguarda l’essenza del ‘politico’ come spazio della sovranità e del diritto, e il ‘teatrale’ come spazio eccezionale della sua sospensione. Perché in scena i finti re e i finti cittadini, proprio come quelli veri, dichiarano, giurano, nominano, invocano, promettono, condannano, talvolta bestemmiano, compiono cioè degli atti linguistici. Questi atti valgono, se valgono, per la sola durata dello spettacolo e nel solo spazio dello spettacolo. Ma come si distingue lo spazio politico dallo spazio spettacolare? I rituali del potere essendo per natura mimetici e ripetitivi, risulta del tutto paradossale una distinzione sostanziale tra “autentico” e “apocrifo”. A questo proposito la pragmatica linguistica contemporanea ha formulato ipotesi e congetture, ma non minore è stato l’impegno con cui si è tentato, fin dagli albori della Modernità, di disciplinare e governare questo limite, sussumendo lo spazio teatrale entro lo spazio politico.

C’è un gradino, innanzitutto, che si chiama scena; uno spazio fisico, un limite distinto; una O di legno; c’è un teatro. Tuttavia il luogo dello spettacolo non nasce assieme allo spettacolo – ovvero all’impiego dilettevole dell’umana facoltà mimetica – ma sorge e si sviluppa nella storia; nasce per isolare lo spettacolo dalla realtà; forse per evitare un contagio, un’oscena confusione. La storia inglese racconta l’invenzione o la re-invenzione di questo luogo necessario che, mentre già si cova la guerra civile, prelude all’età d’oro del dramma elisabettiano. Come per rispondere alla domanda di Erasmo, nel 1576 viene edificato il primo teatro di Londra – The Theatre – nel quale il genere spurio dell’Interlude assume una forma compiuta e autonoma. Con la separazione dello spazio della rappresentazione dallo spazio della reale presenza, fu assai più semplice distinguere tra un atto linguistico effettivo e la messa in scena di un atto linguistico. Precauzione inutile? Eppure nei decenni precedenti erano stati bruciati attori per le colpe dei personaggi; addirittura – ancora più atroce – era morto un genere di tradizione secolare, il mystery play, che rappresentava il sacro nelle piazze e nelle strade. Idolatria, secondo i protestanti: perché rappresentare è osceno, e rappresentare il divino ancora di più. La libertà spettacolare, configuratasi come emergenza sociale e problema di ordine pubblico, fu la prima, necessaria, vittima sacrificale del bellum omnium contra omnes; e fu sotto questa costrizione, entro questi limiti, in equilibrio tra forze e dispositivi, che si plasmò il genere nel quale eccelsero Marlowe, Shakespeare, Jonson e tanti altri.

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Nel 1642, i protestanti vittoriosi chiusero i teatri di Londra. Fino ad allora erano fioriti, i teatri; ed aveva prosperato, a partire dalla Riforma del 1532, il Master of the Revels, censore ufficiale della Corona, principalmente indaffarato a sanzionare le invocazioni nel nome di Dio. La bestemmia è in effetti l’unico atto linguistico che non può essere citato senza essere effettivamente compiuto. Per tutto il resto, il teatro è lo spazio dell’eccezione, della sospensione della Common Law sugli atti linguistici; corrispettivo spaziale di quella sospensione del tempo che è il Carnevale. Ed è perciò – Schmitt docet, “sovrano è colui che decide sullo stato d’eccezione” – che le licenze per gli spettacoli venivano concesse direttamente dalla Corona, per mezzo del suo ministro, che amministrava con attenzione questi spazi di vuoto giuridico, di spergiuro non sanzionato, di usurpazione controllata. Non stupisca dunque se questo addetto agli spettacoli, che dapprima si occupava semplicemente di organizzare le feste a corte, finisce per confondersi (1624) con il primo dei ministri del regno, il Lord Chamberlain, prova della centralità di un ruolo apparentemente marginale: censurare, distribuire licenze, approvare date. Il secolo di Shakespeare, che coglie la sostanziale drammaticità del politico (offrendo il teatro stesso come suo ideale paradigma conoscitivo), inventa anche le leggi, le sentenze, i dispositivi che pongono lo spettacolo sotto una specifica giurisdizione. E quanto più lo spettacolo tenta di rendersi indistinguibile dal politico, tanto più il politico lavora a costruire questo confine. Così, l’attività legislativa manifesta una filosofia politica: la definizione dello spazio spettacolare finirebbe in realtà per essere, in negativo, una definizione dello spazio politico e giuridico.

La storia di questa particolare giurisdizione, che vive la sua prima stagione tra il 1532 e il 1642, è la storia di una serie di disposizioni politiche e legali che da una parte regolamentano i modi della rappresentazione per delimitarla (spazi, tempi, licenze, registri) e dall’altra intervengono su determinate espressioni linguistiche (principalmente invocazioni del nome di Dio o questioni religiose): è la storia, dunque, di come lo spettacolo viene affrontato come problema di ordine pubblico, problema politico, e infine meta-politico – nel turbolento arco di tempo che porta dall’invenzione del teatro alla sua temporanea sospensione. Questo arco di tempo, peraltro, vede una consistente interferenza tra definizioni politiche e modelli teatrali, com’era già d’altronde nel diritto romano con il concetto di persona: dopo Elisabetta, si svolge il passaggio dalla dottrina cristologico-giuridica dei due corpi del Re alla teoria dell’autorità di Thomas Hobbes, secondo la quale il rappresentante politico è un attore cui viene trasferita la sovranità da un autore. Politicità del teatro, teatralità del politico: tutto torna, tutto si confonde; ed è forse proprio la possibilità di distinguere tra il potere e la sua imitazione la vera posta in gioco del politico.



Il settimo sigillo

A proposito, non avete come l’impressione che una mano invisibile vi stia prendendo a schiaffi?

Orsù, radunatevi per il gran pasto di Dio, dove carne di re mangerete, carne di capitani e d’eroi, carne di cavalli e dei loro cavalieri, carne di uomini di ogni condizione, liberi o schiavi, piccoli o grandi!

Ap 19, 17.

Stupidamente, ci troviamo a carezzare l’idea della catastrofe con una certa ebbrezza. E finalmente ci pare di comprendere il sublime kantiano: ritti sullo scoglio, mentre infuria la tempesta, e finché non c’inghiotte. In fondo, a nessuno sembra spiacere sul serio l’ipotesi della fine del capitalismo, pardon, del mercatismo. Sono soltanto parole, non vorrà mica dire che sta per finire il nostro benessere, o si? Al massimo saremo un po’ più sobri, tranquillamente decresceremo. O no? Intanto però i governi proclamano: “Disciplinare le forze dell’economia e adeguarle alle necessità della nazione” (B. Mussolini, 1933). Ma che importa. Chi sta bene si crede al sicuro. Chi sta male spera che le carte si rimescolino. E chi sta così-così si annoia, per cui va bene tutto. Insomma, godiamoci la catastrofe. E intanto alleniamoci a salire sul carro del vincitore. Hop, hop, un, due, tre.

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Stupidamente, ho le idee piuttosto chiare su ciò che sta accadendo. Per esempio sapevo che sarebbe accaduto. Non ero l’unico; in verità lo sapevamo tutti. Ma non conoscevamo il giorno e l’ora (Mt 24, 36). Sapevamo che a furia di bluffare sarebbe giunto il momento di mostrare le carte, e le carte non sarebbero state un bello spettacolo: com’è che ci sono tutti quegli assi? Ed eccola, la nostra tremenda rivelazione. Credevamo che sarebbe accaduto in un futuro indefinito, ovvero mai, e comunque – diceva Keynesin the long run we’re all dead. Confusione comune, quella tra il futuro ed il mai, che fecero anche i cristiani alle soglie del Medioevo, pur sapendo che in the longer run, we’re all resurrected. But how much longer? Ai tempi di Paolo credevano che il Signore sarebbe tornato entro breve, per cui se ne stavano lì ad aspettare, sempre impeccabili, con i nervi a fior di pelle. In seguito, ai tempi di Agostino, avevano iniziato a sospettare che fosse il caso di mettersi comodi. E si misero comodissimi, e si rilassarono, e dimenticarono che in ogni attimo tutto avrebbe potuto finire. Il futuro era stato proiettato oltre la Storia. Ci sarebbe stato tempo prima della catastrofe, pensavano, per pettinarsi e fare il nodo alla cravatta, e in fretta e furia spuntare in prima fila all’apertura del settimo sigillo (Ap 5, 8).

Stupidamente, dicevo, o forse necessariamente, abbiamo preferito dimenticare che il denaro per sua essenza mente. E mica per caso: a questo ci serve. Le risorse sono scarse, e naturalmente tendiamo ad accumularle. Ma se le accumuliamo senza consumarle, le sottraiamo al consumo degli altri. E questo avvelena la vita a tutti. Così inventiamo il denaro, ovvero un sistema di sostituzione della ricchezza, un sistema di segni da portare con sé, per non essere “costretti a portare sulla schiena un gran carico di oggetti” (Swift).

Tuttavia, questo sistema ha un segreto: la ricchezza che rappresenta è complessivamente superiore alla ricchezza disponibile in ogni dato momento. Fingendo che ci sia una quantità di ricchezza complessiva superiore a quella realmente disponibile, questa ricchezza reale può essere interamente allocata per esigenze di consumo. Il fatto è che in una situazione normale nessuno vorrà convertire tutto il proprio denaro in ricchezza, né consumare tutta la ricchezza esistente.

Per cui, il gioco ha cominciato a piacerci. Ci siamo accorti che più mentiamo sulla ricchezza complessiva in gioco, e cooperando nell’illusione, più ci guadagniamo. Inventiamo mille tortuosi meccanismi per vincolarci a questa illusione, per alimentarla e rimandare il risveglio, per comprarci le case senza potercelo permettere. Ma di tutta evidenza la ricchezza che c’illudiamo di possedere non esiste. E prima o poi giunge il momento di aprire il settimo sigillo, ed accogliere la Rivelazione, e conoscere l’Apocalisse.



I simboli del corpo e del sangue

* Comunità e contratto nel cristianesimo tardo-antico.

Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo.

Paolo agli Efesini 2, 11

1. Il cristianesimo come ‘mito politico’

La tradizione politica occidentale ha sempre pensato il fondamento della società umana – della morale, del diritto, del potere, del linguaggio – all’interno della dialettica tra natura e convenzione. In epoca moderna, quest’alternativa si è cristallizzata in due figure: la comunità e il contratto. La comunità definisce uno spazio politico delimitato da un’appartenenza sostanziale, per cui il ‘politico’ e il ‘culturale’ sono epifenomeni storici del ‘naturale’; mentre il contratto consiste in un atto formale di adesione, per cui il ‘politico’ è la costituzione di uno spazio autonomo indeterminato. Tuttavia ci chiediamo: le due figure della comunità e del contratto sono necessariamente escludenti e antitetiche, come una certa tradizione (che faremo risalire a Ferdinand Tönnies[1]) ha sostenuto?[2] La teologia politica cristiana insegna il contrario, fondando la Chiesa in un principio allo stesso tempo contrattuale e comunitario – il sacramentum eucaristico – nel quale è proprio l’atto libero e formale a istituire una comunione sostanziale. In questo rito iniziatico appare la stretta interdipendenza tra fondamento contrattuale e spazio comunitario, convergenti nel symbolum del sangue. Di seguito tenteremo di chiarire il rapporto tra queste due figure per come lo troviamo espresso nella teologia cristiana primitiva e tardoantica, prima di Agostino d’Ippona.

Dai tempi della Politische Theologie di Carl Schmitt consideriamo fruttuosa l’idea che “tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati”. [3] Il disseppellimento del fondamento cristiano dei nostri concetti politici non ha un interesse semplicemente storico, ma soprattutto conoscitivo; e così passiamo dal piano storico – il piano dei fatti, delle cause, delle influenze – a quello che, con Franz Rosenzweig, potremmo chiamare metastorico. [4] Tra il teologico medievale e il politico moderno vi è una duplice continuità: storica nel senso che le forme moderne sorgono evidentemente da quelle precedenti; metastorica nel senso, meno evidente, che il fondamento teologico è lungi dall’essere stato interamente raschiato via. Tutt’al contrario: il teologico e il politico risultano in gran parte sovrapponibili, ovvero strutturalmente identici, ed è quindi possibile transitare facilmente dall’uno altro, muovendo dal più noto (paradossalmente: il Padre, il Figlio, la Chiesa) al meno noto (i misteri della sovranità e della rappresentanza, il ministerium). L’analogia, scrive ancora Schmitt, ha un significato sistematico e metodologico: essa dunque non ha il carattere ornamentale d’una metafora, ma quello sostanziale del modello. Da questo punto di vista, il problema della verità della dottrina cristiana – come formulata nel Credo – è evidentemente cancellato; a meno che non si voglia considerare come criterio e prova di verità appunto la rilevanza politica e giuridica della dottrina.

Questa condizione di verità metastorica ci pare adeguata a definire il concetto di ‘mito politico’. Così si legano i concetti di mito e di origine. L’origine non può essere un luogo storico dacché nel divenire le cose si generano, si formano e si sviluppano, ma non si originano. A proposito della dimensione metastorica (o sovrastorica) dell’origine rimandiamo all’articolata riflessione svolta da Walter Benjamin nella ‘Premessa gnoseologica’ a L’origine del dramma barocco tedesco. L’origine, diversamente dalla mera genesi (Entstehung), si presenta nell’inesauribile attualità del suo valore conoscitivo nei confronti dell’originato: “In ogni fenomeno originario si determina la forma sotto la quale un’idea continua a confrontarsi col mondo storico”.[5] E ancora: “È noto l’hegeliano ‘tanto peggio per i fatti’. In fondo esso vuol dire: è compito del filosofo la comprensione dei nessi essenziali, e i nessi essenziali rimangono quelli che sono anche se nel mondo dei fatti essi non si manifestano nella loro purezza.”[6] Tanto peggio per i fatti, dunque: l’origine metastorica – senza con ciò negare l’eventuale storicità dell’evento fondativo della crocifissione di Cristo e della traditio apostolica che lo collega alle istituzioni oggi vigenti – si configura come mito, in virtù della sua pertinenza sistematica e metodologica.

Tuttavia, definire il mito come una ‘finzione metodologica’ sarebbe fin troppo severo: certo potrebbe essere una finzione e una falsità che, in un certo tempo e luogo, si sia verificato il fatto in oggetto, ma tutto sommato è vero che in ogni luogo e momento il politico si fonda nel mito teologico. Lo stesso vale per i grandi miti della filosofia politica giusnaturalista, storie di fatti mai avvenuti posti al cuore della modernità: lo stato di natura, la volontà generale, il contratto sociale, l’accumulazione originaria[7]. In questo senso, il mito non è tale in virtù della propria verità o falsità storica, ma piuttosto della sua funzione paradigmatica. Si pensi allo état de nature descritto da Rousseau; la prefazione al Discorso sull’origine e i fondamenti dell’ineguaglianza tra gli uomini è una lucida disanima del procedimento mitologico – del modo cioè in cui l’ideologia, proiettandosi verso l’origine, diventa mitologia. È celebre il modo in cui il filosofo ginevrino, con fugace pacatissimo accenno, prende le distanze dall’esistenza storica del suo uomo delle origini, modello di perfezione “che il tempo, il mare, e le tempeste hanno sfigurato”: “Non è facile impresa stabilire ciò che di originario e ciò invece di artificiale nella natura dell’uomo, conoscere bene uno stato che non esiste più, che non è forse mai esistito, e che probabilmente non esisterà mai, e del quale pure è necessario avere giusta nozione, per meglio giudicare del nostro stato presente.”[8]

Per meglio giudicare del nostro stato presente, dunque, vorremo seguire le tracce di due miti politici moderni – il mito del contratto e il mito della comunità – là dove si confondono, nella ritualità cristiana primitiva, e tentare di farcene una “giusta nozione” dal punto di vista sistematico. Contratto e comunione sono due paradigmi che la modernità ha posto in conflitto, nelle figure antitetiche della Gesellschaft e della Gemeinschaft: la società borghese da una parte e la comunità nazionale dall’altra, “i due tipi positivi di relazione sociale” secondo la sociologia comunitarista di Tönnies[9]. Ma nel cristianesimo antico, o nel cristianesimo tout court, contratto e comunione erano le due facce di una medesima medaglia, il sacrificio eucaristico. La continuità tra la teologia politica cristiana e il giusnaturalismo moderno sta non soltanto nella comune necessità di fondarsi in un “racconto”, ma inoltre nel contenuto di questo racconto: in ciò che riguarda il contratto, ad esempio, è senz’altro possibile inseguire questa figura privatistica[10] nella figura del sacramentum; in ciò che riguarda la comunità politica, invece, è nella figura della comunione eucaristica che se ne trovano definiti, con secoli d’anticipo, i caratteri e l’estensione. Di seguito tratteremo dunque di questi due miti politici e della loro origine nella ritualità cristiana primitiva. Entrambi sorgono dal rito eucaristico e pongono al centro, nella forma enigmatica del symbolum, una figura mitico-politica fondamentale: il sangue.

Posti in questa luce, i due miti potranno mostrare alcuni aspetti poco evidenti, e inoltre esibire le ragioni per cui contratto e comunità, che erano da principio due ‘modi’ per chiamare lo stesso rito, finiranno a spartirsi lo spazio politico moderno come due alternative. In verità, queste due figure risultano in un rapporto mimetico reciproco, per cui ognuna si configura come ‘surrogato’ dell’altra: sul piano figurale e sistematico, la comunità non può sorgere che da un contratto, e il contratto non può che far sorgere una comunità. Tuttavia, il senso del dispositivo teologico-politico del contratto-comunità tiene tutto nel mistero economico-linguistico del simbolo.

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Agostino loves DICO

Sorge spesso questo problema: se un uomo e una donna vivono insieme senza essere uniti legittimamente, non allo scopo di avere dei figli, ma perché incapaci di osservare la continenza; e se hanno preso il comune accordo di non avere rapporti con altri, può questa unione essere chiamata matrimonio? Forse si: ma soltanto ove avessero deciso di mantenere fino alla morte la fedeltà che si erano reciprocamente promessi, anche se questa unione non era fondata sul desiderio di avere dei figli… (De bono coniugali, V,5)

“ops”


Fine della Legge

Dio può infrangere la Legge, rendere possibile l’impossibile, in ogni momento tuonare lacerando il senso di ogni cosa. Dio può ignorare l’ordine da lui stesso statuito: è il miracolo. I miracoli sono segni sensibili (semeia), con i quali Dio si manifesta come deliberato criterio d’illegalità. Origine e Fine della Legge. In verità il dibattito teologico fu acceso: Agostino sosteneva che il miracolo è in qualche modo già iscritto nell’ordine della creazione (“Il portento dunque avviene non contro natura ma contro quanto della natura è noto”); diversamente Tommaso: “Si dice propriamente miracolo ciò che avviene al di là dell’ordine dell’intera natura creata”. In ogni attimo Dio può rendere falso ciò che è vero, in quanto è prerogativa della Legge essere al di sopra di sé stessa (vedi Schmitt). Eppure non lo fa. A un certo punto i miracoli cessarono, per permettere la conoscenza. Dio non può giungere a salvare le sue creature dalle onde gigantesche e dai terremoti, perché priverebbe il mondo del suo ordine e quindi della sua conoscibilità. Certo ci si può lamentare del baratto; ma fu l’uomo a scegliere tra il paradiso e la conoscenza, cogliendo una mela. Ora conosce ogni cosa, e potrà prevedere il giorno e l’ora in cui la terra gli si spalancherà sotto i piedi.