amazon nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Un libro anonimo per tempi anomali

Mi é stata segnalata la pubblicazione su Amazon.it di un misterioso e-book anonimo su Anonymous, nel quale sono evidenti alcuni plagi da questo blog. Mi dissocio da tutta l’operazione, che mira chiaramente a trasformare il movimento in una specie di oggetto letterario e filosofico, emblematico del paradossale rapporto che l’industria culturale intrattiene con l’antagonismo politico. E ovviamente mi dissocio dai goffi tentativi di marketing virale, stancamente tardo-situazionista, che accompagnano il lancio del libro: dal video con Manuela Arcuri ai finti defacciamenti, dal blog che raccoglie le “papere” di Anonymous al bieco slogan da LIDL che figura sui banner pubblicitari sparsi in rete.



Molto rumore per nulla

É successo ancora. Passeggiavo tranquillo per le pagine di Amazon quando d’un tratto mi cade addosso il catalogo gigantesco d’un editore mai sentito, per la bellezza di 34.285 titoli, pubblicati nell’arco di… vari secoli. Da Tragico episodio durante l’estinzione dell’incendio della foresta di Fontainebleau di A. Beltrame (1903) a Caro Federico di Sandra Milo (1988), dall’anonimo Divieto di asportare legna, sassi, frutti e di pascolare sui terreni (1699) a The West American mollusks of the families Rissoellidae and Synceratidae, and the rissoid genus Barleeia (1920).

Qui la spiegazione è relativamente semplice: quello che Amazon considera un editore non è altro che un libraio antiquario bolognese, riuscito in qualche modo a riversare da quelle parti lo stesso flusso d’informazioni che alimenta siti come Maremagnum. Errore o sabotaggio? Di certo c’è che Amazon — voglio dire: un essere umano presso Amazon — dovrebbe iniziare a porsi qualche domanda seria sulla quantità di “dati spazzatura”, e perciò di rumore, che lascia entrare nella sua base.

E poi è successo di nuovo, e questa volta era come la prima.

Per un attimo ho rivissuto la gioia e lo stupore di quel giorno di settembre in cui ho scoperto l’editore automatico, il magico automa che stampa libri dalle pagine di wikipedia. Ancora una volta, le copertine tutte identiche: anche se di gusto migliore — ma la varietà iconografica ridotta allo stretto necessario (quattro, cinque immagini ripetute migliaia di volte). Ancora una volta, una montagna di pubblicazioni – ma una montagna più grande ancora della precedente: 27.089 risultati. E come al solito, dunque, la certezza che nessun essere umano ha potuto intervenire nella loro compilazione. Una rapida ricerca conferma che questo secondo editore automatico, anch’esso attivo in tutto il mondo, funziona esattamente come il primo: una macchina concepisce i libri a partire da una base di dati, e questi vengono stampati su domanda al momento dell’acquisto. Ma il confine è labile tra la truffa e il progetto visionario, come sapeva l’abate Migne, patrono di tutti gli editori automatici.

Basta guardare il catalogo. Dall’Historia Mongalorum di Giovanni da Pian del Carpine (che però si scrive “mongolorum“) alla Liturgiarum Orientalium Collectio di Eusbe Renaudot e Eusebe Renaudot (che però sono la stessa persona) — insomma dalla raffinatezza indubbia della banca dati svaligiata in fretta e furia — questo editore automatico esibisce una certa ambizione. Il Print-on-Demand forsennato incontra la tecno-utopia, e il risultato è indubbiamente interessante per chi volesse procurarsi qualche testo raro, pure se sbattuto sulla pagina un po’ a casaccio, con errori fin nei titoli.

Questo conferma una mia vecchia teoria: che alla fine della coda lunga, entelechia e perfezione del consumatore culturale, stanno l’artista, lo scrittore, il ricercatore universitario ; ognuno con la sua “domanda” unica e irripetibile e la sua capacità di cogliere un segnale nel più assordante rumore.



La questione mal posta

Wu Ming 1 ha scritto un pezzo su “feticismo della merce digitale” e non so decidere quale sia la parte più divertente. Forse quella in cui invita a non idolatrare Apple o Amazon, tanto per fissare — un po’ alla lontana, diciamo — le solide basi di una nuova lotta di classe? Oppure quell’altro passo in cui, dopo uno confuso viavai d’argomenti, riesce nella magia di paragonare il tempo che passiamo su Facebook alle dodici-quattordici ore di lavoro di un bambino operaio ottocentesco? (Hey Wu Ming, com’é il carro degli sfruttati? Comodo?) C’é poi la presa di posizione contro i padroni della rete, colpevoli di lucrare sul pluslavoro intellettuale: coerentissima da parte di uno che da vent’anni combatte il copyright, e oggi si lamenta perché “sono altri a fare soldi col tuo lavoro”. No, aspettate, ho trovato. La parte più divertente è questa:

“Se dopo questo discorso qualcuno mi chiedesse: “Allora la soluzione è stare fuori dai social media?”, risponderei che la questione è mal posta.”

Mal posta? Intendi dire come la questione Mondadori? Ma allora il vostro non è nemmeno un vizio: è un format.



Centomila miliardi di libri

Ho scritto che la vicenda dell’editore automatico è rappresentativa dell’epoca della coda lunga, e vorrei adesso spiegare perché. La coda lunga “rappresenta” quella parte del mercato nella quale si raggiunge un imponente volume totale di transazioni, diciamo un mucchio di libri venduti, sommando volumi unitari molto ridotti, diciamo un pugno di copie vendute per ogni singolo titolo. La rivoluzione annunciata da Chris Anderson consiste nel fatto che possa essere profittevole (per un distributore, un fornitore di servizi o per un certo tipo d’editore) posizionarsi su questa coda lunga.

Ma ci sono alcune condizioni. Innanzitutto, é necessario che esista una domanda frammentata e disomogenea: bene, ce l’abbiamo. Alle casse dei supermercati reali e virtuali si accalcano masse di consumatori che non ne possono più di prodotti industriali e tutti uguali, anzi li vogliono unici e irripetibili. Piccolo problema, i nuovi consumatori non si possono permettere prodotti artigianali realmente unici, come un vero libro scritto, corretto, impaginato, stampato e rilegato in trenta copie. Quindi ci vuole un’industria capace di produrre questi pezzi unici ovvero di fare economie di scala su volumi disomogenei. Sul fronte dell’offerta, bisogna soddisfare una condizione tecnologica.

Per un paio di secoli, “fare economie di scala su volumi disomogenei” è stato semplicemente un paradosso. La legge inesorabile dell’uniformità governava l’industria, e con essa l’industria culturale. Il principio della produzione industriale è che costa meno, ed è perciò più profittevole, produrre, distribuire e vendere un solo oggetto in 100.000 esemplari che 100 in 1000 esemplari ciascuno, perché si possono suddividere i costi fissi sul massimo numero di unità prodotte. Fin dai tempi di Gutenberg, la stampa funziona secondo questo principio: poiché la matrice di una pagina é piuttosto complessa da assemblare, non avrebbe senso stampare un solo libro. A questo punto tanto varrebbe scriverlo a mano e illuminarlo con foglie dorate.

Certo dai tempi di Gutenberg le cose sono cambiate, e oggi possiamo stampare una singola Bibbia con la laser dell’ufficio. Ma per fare un libro vero a un prezzo accettabile, fino a qualche anno fa la cosa migliore era ancora di stamparne due o tremila copie. A queste condizioni, era difficile per un editore posizionarsi sulla coda lunga. Oggi le tecnologie Print on Demand permettono di stampare, in una sola copia, libri e documenti a partire da supporti digitali, con un costo per unità competitivo, e altri vantaggi collaterali come l’eliminazione dei costi di stoccaggio e del rischio d’invenduti (stampa just in time).

Creata nel 2007, Espresso Book Machine è la più celebre delle macchine Print on Demand: stampa e rilega un libro finito in pochi minuti a partire da un pdf. Il suo costo contenuto, 75.000 dollari, permette a piccole rivendite e biblioteche di dotarsene, per stampare classici non vincolati dal diritto d’autore, scaricati per esempio dal database del sito Google Books. Soprattutto, una macchina del genere elimina vari agenti e tempi intermediari tra il testo finito e il consumatore ; anche se ovviamente non potrà eliminare i costi di scrittura, editing, correzione o marketing. In effetti la stampa rappresenta solitamente solo il 15-20% del costo di produzione di un libro. Ma in fondo, chi ha detto che un libro debba essere finanche promosso, persino corretto, magari editato e addirittura scritto?

Tutto questo, in effetti, il nostro editore automatico non lo fa. Si  limita a stampare “on demand” in seguito a ogni singolo ordine. Poiché i suoi libri sono semplici patacche, di ogni titolo venderà al massimo qualche decina di copie. D’altra parte la tecnologia Print on demand non è adatta per gestire grandi volumi di produzione. I profitti dell’editore automatico dipendono poco dall’efficacia del procedimento e molto dall’assenza di costi editoriali e dallo spropositato prezzo di copertina. In fin dei conti chiedono dieci euro per stampare e rilegare una trentina di pagine pescate su Internet.

Il Print on Demand, in generale, non permette delle vere e proprie economie di scala, al contrario di un’altra tecnologia: si tratta della cosiddetta mass-customization, che consiste nell’impiego di sistemi computerizzati per diversificare un unico volume di produzione. Nell’editoria, questo è possibile ricorrendo al cosiddetto Variable-data printing, che permette di programmare un processo di stampa digitale a partire da una base di dati che combina testi e immagini differenti. Si possono in questo modo stampare 1000 fogli differenti alla stesso costo di 1000 fogli identici.

Un recente esperimento letterario è stato condotto proprio usando questa tecnologia: il libro Tristano di Nanni Balestrini (2007) è stato stampato dall’editore DeriveApprodi in migliaia di esemplari tutti differenti, e con copertine diverse, grazie al sistema Xerox Free Flow, solitamente usato per scopi meno stravaganti. Si tratta, scrive l’autore nella nota che accompagna il libro, di “una tiratura di copie uniche numerate, contenente ciascuna una diversa combinazione del materiale verbale precostituito, elaborata dal computer secondo un programma stabilito”. Gli esemplari stampati sono 2500 ma le combinazioni realizzabili ben 109.027.350.430.000. Scriveva Carlo Formenti sul Corriere della Sera del 12 novembre 2007 :

Per la verità, il progetto era stato attuato un prima volta ben quarant’ anni fa: la prima versione di Tristano fu infatti realizzata, e pubblicata da Feltrinelli, nel 1966 (con l’ aiuto di un computer Ibm). Ma allora non fu possibile completare l’ impresa, che prevedeva la stampa di copie tutte diverse l’ una dall’ altra, per l’ assenza di tecnologie adeguate. Oggi l’ostacolo è stato superato grazie alle tecnologie della Xerox per la stampa digitale: ognuno dei circa duemila esemplari di Tristano, che l’ editore DeriveApprodi manderà in libreria da domani, sarà diverso da tutti gli altri; saranno, dunque, tutti “numeri uno”, un modo per celebrare, al tempo stesso, il trionfo e la morte del concetto di “edizione numerata”.

La tecnologia ha finalmente raggiunto le speculazioni combinatorie degli artisti degli anni Sessanta, riuniti nell’Opificio di Letteratura Potenziale e nel Gruppo 63, che avevano portato Raymond Queneau a pubblicare, per Gallimard, il suo Cent mille miliards de poèmes, un “libro” composto da centinaia di striscioline da combinare per produrre un poema inedito. Balestrini aveva proposto le sue prime “poesie a macchina” nel 1961, all’interno del progetto Tape Mark I, facendo uso di un calcolatore elettronico IBM, ma soltanto ora che le macchine Xerox sono in grado di stampare in modo rapido e continuo libri dissimili, il curioso esperimento può essere commercializzato.

Nel caso dell’editore automatico, questo procedimento permetterebbe di abbattere i costi di produzione, ma avrebbe delle conseguenze temibili in termini di stoccaggio e di rischio d’invenduti, che nel suo caso è particolarmente serio. Che senso avrebbe stampare una copia di ognuno dei 15 000 titoli, ben sapendo che una parte considerevole della tiratura non sarà mai venduta? In un mercato sufficientemente esteso, tuttavia, l’editore potrebbe programmare delle tirature a dati variabili, con cadenza settimanale o quotidiana, in funzione degli ordini ricevuti: chiameremo questa soluzione, cui probabilmente qualcuno già ricorre in qualche modo, Variable-data-printing-on-demand.

È senza dubbio improprio chiamare “editori” i nuovi attori che stanno colonizzando la coda lunga facendo uso di queste tecnologie. Ma nominalismi a parte, è probabile che questa colonizzazione non sarà indolore per gli editori tradizionali, incapaci per loro natura di soddisfare una domanda eccessivamente frammentata. L’e-book non farà che compiere definitivamente questo processo. Cosa stia accadendo sulla coda lunga, e quali siano i nuovi attori, tenterò di spiegarlo in un prossimo post.



Voci mancanti di fonti

Jorge Luis Borges, non sei nessuno. Douglas Hofstadter, torna a disegnare ambigrammi. Ieri ho scoperto una cosa affascinante, e oggi se ne aggiunge un’altra che compie e corona la vicenda. Dunque c’é questo editore che copia e stampa le pagine di wikipedia, giusto? Wikipedia sapete come funziona: gli utenti collaborano e si correggono tra loro, ma alla fine l’ultima parola ce l’ha la fonte primaria cartacea, il testo pubblicato. Ebbene io non so nemmeno come dirvelo, in fondo per raccontare una cosa tanto meravigliosa le parole non ci sono, eppure é tutto vero, commovente, perfetto, simmetrico: in un centinaio di casi, wikipedia ha usato come fonti primarie proprio quei libri copiati da wikipedia.

Secondo wikipedia (che pure condanna la pratica del circular sourcing) un certo fatto é vero perché riportato in un certo libro, anche se il libro a sua volta riproduce la voce di wikipedia. Questo autoriferimento incrociato — un vero e proprio larsen epistemologico — é senz’altro dovuto a un’aggiunta automatica del libro alla bibliografia (da parte di un redattore di wikipedia) proprio come automatica era la creazione del libro a partire dalla pagina. Per la precisione, é probabile che il redattore non abbia mai letto il libro in questione ma ne abbia semplicemente trovato il titolo: anche perché il libro, magari, non é mai stato stampato. La probabilità di essere stampato e letto tuttavia aumenta considerevolmente quando il libro inizia ad apparire nella bibliografia di wikipedia… Insomma, nel mondo realmente ricorsivo, la realtà é il risultato di un loop infinito.



L’editore automatico

Questa è una storia bizzarra, paradossale, persino affascinante. Una storia vera dell’epoca della coda lunga, che (naturalmente) inizia sulle pagine di Amazon. Comincia con me che capito su una serie di libri dedicata ai generi musicali e capisco rapidamente, per via di una certa incoerenza nella strutturazione dei capitoli, che si tratta di compilazioni tratte da Wikipedia. In effetti l’autore indicato è proprio “fonte wikipedia”, in apparente infrazione della licenza CC-BY-SA con la quale sono rilasciati i contenuti dell’enciclopedia collaborativa. Digitando il nome dell’editore nel motore di Amazon, capito su altri titoli. Agricoltura (38 pp), Abati francesi (54 pp), Accordi Diplomatici Della Prima Guerra Mondiale (52 pp) o ancora Ebraismo (178 pp) o Generi cinematografici (126 pp). La grafica di copertina è sempre identica: sfondo colorato e la fotografia d’un fiore. Il prezzo, prima che Amazon li rendesse indisponibili alla vendita in Italia, era di circa dieci euro l’uno.

Ok, quindi questi prendono voci di Wikipedia e fanno dei libri. Lo facevano in America, e ora lo fanno anche in Italia. Anzi, a dire il vero lo fanno in 24 lingue, dall’arabo al cinese. Il meccanismo è trasparente, a leggere quanto scrivono nelle FAQ del loro sito: le versioni cartacee permettono di evitare la fastidiosa lettura a schermo. Anche se poi su Amazon è facile scambiarli per libri “veri”, e qualcuno rischia di portarsi a casa una voce sui racconti di Bradbury credendo che si tratti dei racconti di Bradbury. Ma tutto questo, lo ammetto, non è molto bizzarro, né tantomeno affascinante. Infatti la storia non è ancora finita.

Quanti sono i titoli prodotti con questo procedimento? Non tre, né quattro o dieci o cento: sono quindicimila solo in italiano, a partire da luglio 2011. E come li produce quindicimila libri un editore straniero, in due mesi? A casaccio. No, davvero: a casaccio. Scorrendo la lista dei titoli, appare evidente che gli elenchi di voci sono raccolti automaticamente a partire dalle categorie di Wikipedia, tra le quali persino meta-categorie proprie all’enciclopedia, che non hanno nessuna pertinenza se stampate nella forma di un libro: Da trasferire (292 pp), Pagine orfane – Letteratura (32 pp), Stub – Atletica leggera (28 pp), Pagine a cui deve essere aggiunto il template sportivo (182 pp) o lo struggente Voci mancanti di fonti (78 pagine dense e poetiche). In modo del tutto automatico dunque, e indipendentemente da ogni competenza semantica, un editore-robot ha prodotto e messo in vendita quindicimila libri, rivolti soprattutto ad acquirenti distratti. Puro Spam editoriale. Ma vediamo: in che senso l’editore ha prodotto questi libri?

Io non credo che questi libri esistano. Vincitori del National Book Award (100 pp) o Episodi di Lost (54 pp) non sono mai stati stampati né giacciono in alcun magazzino. Perlomeno questa mi pare la spiegazione più sostenibile. La probabilità di vendere un singolo libro tra questi quindicimila è molto bassa, cioè precisamente uno su quindicimila ovvero 0,006%. In fin dei conti, ognuno di questi libri equivale all’altro, e non ha in sé alcun valore intrinseco. Tuttavia, la probabilità di vendere uno qualsiasi di questi libri è già migliore. Ipotizzando che su Amazon ci siano circa trecentomila libri italiani in vendita, le probabilità salgono attorno a quindici su trecento, ovvero ben 5%. Tutto sta, dunque, nel stampare questi libri on demand, cosa che la tecnologia ha oramai reso possibile e redditizio.

Il nostro bizzarro editore automatico ha generato quindicimila esche virtuali e stamperà soltanto al momento dell’incauto acquisto. Nessun essere umano di carne e sangue sceglie e compila, nessun volume di carta attende di essere venduto. L’editore automatico è un catalogo di possibilità. In tutto il mondo, la sua strategia è inondare i siti di vendita con la sua merce avariata. E c’è da credere che il suo business model stocastico funzioni. La legge dei grandi numeri gli garantisce, dove e fino a quando la legge glielo permette, di guadagnare senza muovere un dito, lasciando che i suoi libri si producano e si vendano da soli. Se un milione di scimmie in un milione di anni finiranno per riscrivere Shakespeare, l’incontro tra un milione di patacche e un milione di potenziali acquirenti finirà per generare profitto.



Once upon a time, in Nazi occupied France

Le Bovaries del nostro tempo s’indignano con poco (complice un articolo insolitamente demagogico del Post) ed è subito isteria collettiva: “vogliono farci pagare cari i libri e la cultura” con “una norma che pagheranno i lettori“, “una legge anti-Amazon dunque degna di uno stato dittatore dei Caraibi“, per “ammazzare i libri“, perché “l’ignoranza è forza”. Qualcuno offre di più?

Intanto, ho ricevuto il cartoncino d’invito per il salone del libro che si terrà la settimana prossima nella capitale di uno staterello dittatoriale dei Caraibi: un odioso inno alla barbarie.