anticapitalismo nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Critica della separazione. Guy Debord contro la Modernità /iv

Si pu√≤ parlare di una svolta nel pensiero di Guy Debord tra il 1968 e il 1978, tra il militante rivoluzionario e il nostalgico avvinazzato? Ovviamente si pu√≤ fare come si crede. Ci√≤ che conta √® che il nocciolo della sua visione del mondo resta immutato ovvero resta immutato il male, per cos√¨ dire, che Debord denuncia. E qual √® dunque questo male? Debord lo chiama Spettacolo, ma il concetto resta vago. Per comprendere la presunta svolta antimoderna di Debord bisogna tornare ancora una volta alla Societ√† dello Spettacolo, che antimoderna — nel senso che spiegheremo — lo era gi√†.

Non √® un mistero che i situazionisti odiassero il socialismo reale almeno quanto il capitalismo, e il partito comunista almeno quanto la polizia. Erano in buona compagnia: mentre i comunisti di tutto il mondo (a cominciare da quelli sovietici) si destalinizzavano con l‚Äôacquaragia, i giovani ribelli scivolavano verso l‚Äôestrema sinistra. In questo contesto, la definizione debordiana del sistema sovietico come ¬ęCapitalismo di Stato¬Ľ poteva suonare persino banale, trentacinque anni dopo la Quarta Internazionale e vent‚Äôanni dopo Socialisme ou Barbarie. L’accusa era stata¬†formulata nel 1945 dal marxologo anti-marxista Maximilien Rubel e recuperata dai bordighisti.

In realt√†, leggendo bene il paragrafo 104 della Societ√† dello Spettacolo, si capisce che per Debord il problema sta tanto nel concetto di¬†capitalismo quanto (e forse soprattutto) in quello di Stato. A leggere poi l‚Äôintero libro facendo caso a queste sole due parole, si coglie un fatto stupefacente: nell‚Äôargomentazione di Debord capitalismo e Stato sono perfettamente sinonimi. Lo Stato (inteso come Stato moderno)¬†√® la ¬ęforma generale della scissione nella societ√†¬Ľ, mentre il capitalismo ¬ęopera delle scissioni¬Ľ: queste scissioni prendono il nome di ¬ędivisione del lavoro¬Ľ quando si parla di capitalismo e di ¬ęburocrazia¬Ľ quando si parla dello Stato. Ma sono strutturalmente identiche, due figure della medesima tragedia.

Capito questo, tutto torna. Il male terribile che affligge la Storia non √® altro che la Burocrazia, nelle sue articolazioni economica, politica, e poi sociale, culturale, artistica, simbolica. Debord la chiama talvolta semplicemente Economia, intesa come scienza dell’amministrazione delle cose e delle persone, ¬ęscienza dominante e scienza della dominazione¬Ľ.¬†Che cos‚Äô√® dunque lo Spettacolo per Debord? Una burocratizzazione della produzione e del consumo, una mediatizzazione dei rapporti sociali ed economici, una proliferazione di filtri e protesi tra gli uomini e il mondo. Ecco qua,¬†ancora una metafora barocca.

Guy Debord √® antimoderno, in un primo senso, perch√© rifiuta la concezione moderna della sovranit√† statale, ovvero la tecnicizzazione e l’estensione dello Stato. In una prospettiva¬†anti-leninista vicina all’autonomismo, Debord e i situazionisti non ambivano¬†in alcun modo a conquistare il potere politico.¬†Mezzo secolo prima,¬†Lenin aveva criticato queste posizioni di¬†ultra-sinistra nel scritto¬†L’estremismo, malattia infantile del comunismo. In Debord, il¬†culto spontaneista dell’autogestione e dei consigli sorgeva da un rifiuto radicale della separazione procedurale tra rappresentanti e rappresentati: il famoso Spettacolo, gi√† all’opera entro i partiti.¬†Pur rifiutando di privilegiare l’anarchismo al marxismo manco fossero la mamma e il pap√† (¬ęideologie che contengono entrambe una critica parzialmente vera¬Ľ), a Debord capita di sbilanciarsi: ¬ęL’anarchismo ha realmente condotto, nel 1936, a una rivoluzione sociale e all’abbozzo, il pi√Ļ compiuto che sia mai stato realizzato, di potere proletario¬Ľ. Sbiadita negli anni la patina marxista, l’antimodernismo libertario di Debord pu√≤ oggi a sedurre tanto i post-autonomisti dei centri sociali quanto i miniarchisti di destra in lotta contro la burocrazia del potere pubblico.

In un secondo senso, Debord √® antimoderno perch√© la sua denuncia della divisione del lavoro √® di fatto anti-industriale. Il tema marxiano del lavoro alienato diventa il pretesto per un rifiuto radicale dei modi di produzione capitalista e sovietico. Questi due modi di produzione sono per Debord uno solo, definito¬†¬ęmodo di produzione moderno¬Ľ.¬†La critica del lavoro diviso va di pari passo con una riflessione sul tempo libero, nel quale si realizza una forma di lavoro differente: si tratta dell’arte in senso ampio, della ¬ęcostruzione di situazioni¬Ľ, della vita buona insomma.¬†Debord naturalmente non menziona chi avrebbe dovuto svolgere le attivit√† produttive nella sua nuova societ√†, e viene da credere che la vita buona fosse una prerogativa della sola aristocrazia situazionista — quattro esponenti in tutta Parigi nel 1968. Questa eclissi dell’economia √® peraltro il difetto centrale dell’ideologia sessantottina e la contraddizione pi√Ļ grande nella Societ√† dello Spettacolo. Sfugge a Debord che solo nel generale contesto di un occultamento spettacolare dei rapporti di produzione (stadio terminale dell’ideologia borghese) √® possibile concepire una societ√† di soli artisti.

Il ripiego pessimista degli anni Settanta √® forse il segno di una presa di coscienza per Debord dell’inesorabilit√†, nelle concrete condizioni demografiche del pianeta,¬†del processo d’industrializzazione. Chiusa la stagione delle illusioni rivoluzionarie, questo processo viene¬†finalmente percepito come una terribile catastrofe alla quale non esiste rimedio.¬†Se questo anti-industrialismo √® stato ampiamente recuperato dalla pubblicit√† e dall’industria culturale, esso ha tuttavia influenzato realt√† pi√Ļ o meno radicali nell’incontaminata giungla dell’ecologismo radicale e persino un revival dell’utopia Arts & Crafts. (continua)



Il cabaret vizioso

They give you masks and costumes and an outline of the story
Then leave you all to improvise their vicious cabaret…
Alan Moore, The Vicious Cabaret

“Domani esce V for Vendetta“, scrivevo il 16 marzo del 2006, e ancora prima di averlo visto gi√† sapevo come sarebbe andata a finire: “Confido nella capacit√† di questo film d‚Äôinquadrare una fetta importante d‚Äôinconscio collettivo, di¬†Zeitgeist, d‚Äôideologia”. A visione avvenuta, definivo il film come potenziale scintilla di una rivolta metafisica ma concludevo che non avrebbe avuto alcun effetto reale, poich√© si trattava di un semplice prodotto di consumo. Ma le due cose necessariamente si escludono?

Non segnalo la mia profezia per vantarmi — lo so, sono fortissimo — ma per mostrare come tutto fosse¬†prevedibile fin dall’inizio, anche negli uffici della Time Warner.¬†Sul recupero dell’iconografia di¬†V for Vendetta da parte di¬†Indignati e Anonymous (dal 2008) ormai sappiamo¬†tutto, compresi alcuni divertenti paradossi: un terrorista cattolico, Guy Fawkes, che diventa simbolo rivoluzionario; una multinazionale americana che vende la sua maschera in tutto il mondo.¬†Non si tratta, come sostengono alcuni, di un virus scappato dal laboratorio, bens√¨ di un riuscitissimo esperimento di marketing neo-populista di cui pu√≤ essere interessante tracciare la genealogia.

Ricordate quando avete visto per la prima volta¬†V for Vendetta citato in un contesto politico? Vi rinfresco la memoria: era la primavera del 2007, e Beppe Grillo annunciava il suo Vaffanculo Day postando un’immagine del film. Il sogno del¬†comico genovese era di far saltare (metaforicamente s’intende) il Parlamento italiano proprio come fa il personaggio nel film e nel fumetto. Sono lontani il papismo di Fawkes e l’anarchismo di Moore: nella lettura di Grillo resta solo l’antiparlamentarismo e un generico culto del Volkgeist.¬†Ritrovare oggi un sapore tipicamente grillino in un comunicato apocrifo degli Anonymous, poco dopo che Grillo aveva¬†elogiato le gesta del gruppo di hackers, chiude perfettamente il cerchio. Anonymous, Grillo e Indignati sono tutti usciti da quella “crepa gnostica” di cui scrivevo nel 2006.

“People should not be afraid of their government. Governments should be afraid of their people”, chi l’ha detto? ¬†No, non Thomas Jefferson e nemmeno Alan Moore.¬†Questa citatissima frase esiste solo nel film e appare come¬†baseline in tutto il suo¬†materiale promozionale. Ragazzi attenti: questo √© il primo motto rivoluzionario che viene da uno slogan pubblicitario. D’Annunzio is amused. L’industria culturale non √© nuova a queste operazioni di circonvenzione d’incapace. Basti pensare alla campagna di lancio del film 2012, che ha contribuito a diffondere la leggenda secondo cui il mondo finir√† il 21 dicembre del 2012, ricorrendo al marketing virale e disseminando falsi siti su Internet.¬†In un certo senso, gli Indignati sono prigionieri di un¬†Alternate Reality Game che ha invaso la realt√†: ci sono entrati a quindici anni vedendo V for Vendetta, ora ne hanno ventuno e chi li sveglia pi√Ļ?

Dopo essersi fatti menar per il naso dalla Warner, alcuni per√≤ ci tengono ancora a passare per verginelli: la maschera di Guy Fawkes non sarebbe una citazione dal film, ma dal fumetto originale. Di questo √© convinto anche Alan Moore, che sottovaluta completamente l’impatto della rilettura cinematografica. Grosso errore. Innanzitutto perch√©, come scrive Lewis Call su Anarchist Studies, “Nelle mani di McTeigue e dei fratelli Wachowski, la faccia di Fawkes aveva realizzato il suo pieno potenziale. Era diventato un simbolo post-moderno veramente nomade, in perpetuo mutamento.” E poi perch√© gli Indignati fanno riferimento alle due innovazioni, presenti solo nel film, che evidenziavo nel mio post del 2006.

Prima innovazione, “la proliferazione delle maschere, come il subcomandante Marcos, il condividuo blissettiano”. La piazza gremita di persone con la maschera di Guy Fawkes non √© una citazione dal fumetto, ma dal film. Che a sua volta probabilmente cita‚Ķ Essere John Malkovich. Insomma l’idea della maschera come dispositivo anonimizzante e sineddoche della volont√† popolare, che √© il cuore del recupero iconografico di V for Vendetta, √© un aspetto precipuo dell’adattamento hollywoodiano, a sua volta una rimasticatura delle dottrine di guerriglia urbana contemporanee. Fa bene¬†Giulio Itzcovich a parlare di un black-bloc-buster.

Montaggio realizzato da Leonetto

Seconda innovazione, “ristrutturare l‚Äôintreccio attorno al progressivo svelamento della verit√† totalitaria, invece di rendere subito evidente l‚Äôambientazione distopica”. Il nemico non √© uno stato totalitario, come nel fumetto, bens√¨ una democrazia in tutto e per tutto simile alla nostra, che cela tuttavia un potere occulto. Si tratta esattamente della stessa struttura di Matrix, e rispecchia la forma mentis gnostico-debordiana dei vari Indignati: viviamo in un mondo realmente rovesciato, governato dagli Arconti.

Questa √© insomma la matrice ideologica dei vari movimenti, peraltro molto diversi, che s’ispirano all’iconografia di V for Vendetta.¬†La loro cultura politica, fatta di miti antichi e moderni, intermezzi pubblicitari e favole per bambini,¬†muove dall’apparente fallimento di tutti gli sforzi di razionalizzazione propri della tradizione moderna. Ma nemmeno loro sanno a cosa assomiglia il futuro che la Warner gli ha promesso.¬†Come canta V nel suo Cabaret vizioso, “Ci danno maschere, travestimenti e un canovaccio, poi ci tocca improvvisare‚Ķ”



Voglio rifugiarmi sotto il Patto di Varsavia

Mentre ieri a Roma la situazione degenerava, ha cominciato a circolare la voce che tra le file dei manifestanti ci fossero degli infiltrati di CasaPound. La voce era infondata, ma soprattutto logicamente scorretta. Perch√© CasaPound avrebbe dovuto¬†infiltrarsi nella¬†piazza, essendo gi√† presente in molti suoi slogan e rivendicazioni? In effetti nel frastuono di migliaia d’indignazioni differenti (tenute assieme da un pugno di capri espiatori e da qualche sputo a Pannella) c’era ampio spazio anche per la¬†narrativa cospirazionista dell’anticapitalismo di destra.

Nel cratere lasciato dalla sinistra italiana sedimentano oramai le cose pi√Ļ improbabili.¬†Gilbert K. Chesterton — uno che sugli infiltrati ha scritto tutto quello che c’√® da scrivere — diceva che quando la gente smette di¬†credere in Dio, non √® che poi non creda pi√Ļ in nulla: bens√¨¬†crede in tutto. Di tutta evidenza questo vale anche per la sinistra. Quando la gente smette di¬†credere nel partito comunista, non √® che poi non creda pi√Ļ in nulla: bens√¨¬†crede in tutto. Quanto ci mancano Giuseppe Stalin e il Komintern, i piani quinquennali, la stabilit√†.

Questa nuova sinistra-che-crede-in-tutto‚ĄĘ¬†√® ben rappresentata da Giulietto Chiesa, celebratissimo boccalone, che alla manifestazione degli Indignati doveva intervenire in qualit√† di “esperto di signoraggio bancario e sovranit√† monetaria”. Praticamente si √® infiltrato da solo. Giustamente il sito cattolico-fascista Effedieffe si lamenta di questo vero e proprio “scippo” delle¬†teorie sul¬†signoraggio, che oggi (pi√Ļ o meno ripulite) si ritrovano a sinistra.¬†David Icke far√† bene a tenersi stretti i suoi¬†rettiliani, perch√© con gli indignati in giro non si sa mai che gli freghino la bella idea.