anticristo nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Esegesi dei luoghi comunisti

Luigi Walt, il migliore tra gli aspiranti Bloy, sostiene che Karl Marx è l’anticristo.

E infatti



Babbo Natale è l’anticristo

Con la sua ultima inquietante campagna pubblicitaria, la Coca-Cola ha finalmente svelato il segreto che si cela dietro alla sua creatura più nota. La trama dello spot, in breve: Babbo Natale appare eternamente identico, eternamente giovane nella sua vecchiezza asettica, mentre una donna rapidamente passa dall’infanzia alla terza età, e infine (si suppone) alla morte. Curiosamente, ogni manifestazione di Babbo Natale, muto e minaccioso, coincide con un invecchiamento della donna. Il significato di questa parabola è chiaro: Babbo Natale, per garantirsi l’immortalità, sottrae la giovinezza agli umani. Predilige i bambini, che ne possiedono in quantità, e la baratta con insignificanti balocchi. Vittima ignara, ogni Natale il bambino firma un patto demoniaco con il quale rinuncia all’infanzia, coglie il frutto avvelenato che lo sottrae all’immortalità. L’opulento vegliardo vestito di rosso, principe dell’inganno, se ne nutre e se ne ingrassa, e ogni anno ritorna identico. Questo è l’atroce segreto di Babbo Natale, il mysterium iniquitatis.

D’altronde, che Santa Claus fosse l’anticristo lo sospettavamo da tempo: basta un anagramma ed ecco SATANA. Sempre parsa inquietante la sua risata baritonale (ovvero infernale, almeno da Monteverdi in poi). E poi si noti, non lo si vede mai in volto: è sempre un eco, mentre in controluce prende a frustate le sue renne volanti. Porti i regali ai bambini e l’unico tuo momento di gioia è maltrattare delle povere bestie? A ognuno le sue perversioni: la cosa davvero sospetta è un’altra. Nei misteri medievali, quella stessa risata – O ho, o ho! – è interiezione precipua di Satana e dei demoni. Ad un tratto tutto prende senso: entra dal camino, tra le fiamme e il fumo; punisce i peccatori con il carbone; lo accompagnano creature munite di corna; si veste di rosso. La sua vittoria più grande: aver scalzato Cristo nel giorno stesso della sua nascita.



ogni epoca ha il suo anticristo…

Gummo è quello che ci meritiamo noi. Sono finalmente online le istruzioni per partecipare al Progetto VUE.



l’ultima ora

Prima che ogni cosa sia luce si dovrà uscire dalle tenebre, che si faranno più pesanti e spesse. Il parto della fine sarà preceduto dalle terribili doglie messianiche. Tanto più terribili che l’ora s’avvicina. Il male smisurato è l’annuncio del bene infinito: così pensavano i seguaci di Sabbatai Zevi, così inneggia la viziosa claque d’ogni escatologia. Non ci sarà Cristo senza anticristo. Per quanto la consunzione della lingua restituisca volentieri la sola idea di un contro-Cristo (eterno avversario, sacrilega caricatura) il significato del prefisso non lascia scampo: il termine greco anti rimanda ad una precedenza. Anti è ciò che sta davanti, che nasconde e protegge. Le forze anti-messianiche negano ciò che in realtà annunciano. Nelle Scritture gli unici riferimenti diretti alla venuta di un anticristo si trovano nelle lettere di Giovanni. La lettura di un passo della prima lettera è rivelatorio, poiché basta tradurre antikristos nel suo senso d’antecedenza per risolvere l’annuncio giovanneo in una tautologia: “Come avete udito che deve venire colui che precede il messia, di fatto ora diversi di costoro sono apparsi. Da questo conosciamo che è l’ultima ora.” Non vi sarebbe alcuna conseguenza logica senza l’evidente legame temporale tra la venuta dell’antikristos e quella (semanticamente implicata) del kristos. Resta l’idea di una sostituzione, e quindi di una mistificazione: ma non è solo l’anticristo che avanza travestito con la pelle dell’agnello (“prodigi d’impostura e ogni sorta di seduzione peccaminosa, per la perdizione di quanti avranno creduto al mendacio e non alla verità“), è il messia a farsi scudo di ciò che lo precede – a mascherarsi del suo contrario. Un gioco labirintico e grottesco. Nell’osceno teatro della fine ognuno ha la maschera dell’altro; ed è possibile che loro stessi abbiano dimenticato chi è l’uno, e chi l’altro.



Gli gnostici e i plutocrati

Mi trovavo coinvolto in una guerra antica, una guerra che veniva combattuta senza sosta da duemila anni. I nomi erano cambiati, così come lo erano i volti, ma gli avversari rimanevano una costante permanente. L’impero degli schiavi contro coloro che lottavano per la giustizia e la verità […]. Non ero io che mi ritrovavo nel mondo antico, piuttosto era Roma che si era rivelata come la realtà latente del nostro mondo attuale […]. L’odio che provavo per Roma era grande […]. Roma era dappertutto, in ogni epoca, un gigante smisurato che si estendeva in un immenso arco cronologico […]. Quello era il corpus malus, il corpo malvagio; ma dentro e dietro di esso esisteva uno spirito maligno che aveva reso l’impero ciò che era.
(Philip K. Dick, Radio Libera Albemuth)

Contro Roma

Torniamo sul luogo del delitto, poco dopo il delitto: la Palestina degli anni successivi alla morte di Cristo. Leggiamo gli Atti degli Apostoli. La morale cristiana, prima di allearsi e deformarsi nell’unione con il potere politico, ancora esibiva la sua natura essenzialmente antimoderna, come diremmo noi. Nulla a che vedere con l’antimodernismo omeopatico, strategico, della ierocrazia che sarà la Chiesa Cattolica: bensì un’ideologia che mina i fondamenti economici e politici del mondo antico.

Saulo sta per essere folgorato, intanto perseguita. Questa è la prima generazione di cristiani, e ne seguiranno altre di perseguitati, di schiavi, di martiri. Ma se nei Vangeli il conflitto è con gli ebrei, e ancora negli Atti così pare, via via si palesa un diverso progetto politico. Accade questa rottura misteriosa, tra il mito fondatore e la storia. Mentre sulla carta della leggenda si simula un rapporto dialettico con la religione ebraica (esplicitato nel tema del superamento della Legge), in verità l’interlocutore storico del cristianesimo che va insediandosi è la società romana. Qui emerge il correlativo dell’antimodernismo del cristianesimo delle origini: Roma, archetipo della modernità.

La struttura sociale che i cristiani mettevano in questione ha diversi caratteri comuni con ciò che chiamiamo modernità. Si tratta di una società aperta (in senso popperiano), liberale nell’intero arco semantico delle sue accezioni, borghese, individualista, e soprattutto fondata sul denaro.

Torniamo sul luogo del delitto: e facciamolo leggendo un racconto di Tolstòj, ambientato in quegli anni e in quei luoghi (“Camminate nella luce finché avete la luce”,1887). Qui Tolstòj, reduce dalla sua violenta crisi mistica, confronta l’insoddisfazione di un ricco mercante romano con l’umile beatitudine dei primi cristiani. In questo racconto si definiscono con chiarezza vagamente agghiacciante i caratteri della società ideale che Tolstòj vede incarnata dal cristianesimo delle origini: la vita comunitaria e il rifiuto del sistema economico vigente, e della sua etica proto-capitalista (il cosidetto “capitalismo antico”). Tolstòj era convinto di potere applicare una radicale riforma cristiana alla sua società, che condivideva gli stessi vizi di quella romana. (Roma era dappertutto, in ogni epoca, un gigante smisurato che si estendeva in un immenso arco cronologico). Il che c’induce a considerare la fondatezza dell’affermazione di Henry Gifford nella sua biografia intellettuale dello scrittore russo: “Tolstòj è antimoderno e la base delle sue convinzioni, che nessuna logica può minare, è reazionaria”.

Il denaro come menzogna

Reazionaria, poiché Roma non rappresenta un tipo di economia, ma un sistema nel quale un determinato tipo di economia è parte integrante. Reazionaria poiché la messa in questione del singolo aspetto emerge da una posizione politica complessiva. Massimo Fini, nella sua requisitoria contro il denaro (“sterco del demonio”), capisce bene la necessità di porlo in relazione con l’apparizione della filosofia, della scienza, della polis, della democrazia e dell’individualità. Il suo rifiuto del denaro è un rifiuto di tutte queste sue implicazioni. E una rivendicazione (programmaticamente reazionaria) del paradigma dell’antimodernità: il Medioevo. Il lungo millennio cristiano. Roma rovesciata.

Per quasi mille anni il denaro scomparve, e con esso un certo tipo di società. Non si tratta di un effetto collaterale, ma di una conseguenza essenzialmente implicita dell’ideologia antimoderna propugnata dal cristianesimo. Poiché la critica di una categoria come la modernità non è la messa in crisi di determinate istituzioni, ma una rivolta metafisica contro il suo tessuto ideologico. (Roma era dappertutto, in ogni epoca, un gigante smisurato che si estendeva in un immenso arco cronologico) I primi cristiani intesero operare una trasvalutazione, che travolgesse i valori della modernità per porne di nuovi: il risultato dell’operazione può indurre qualche dubbio sull’opportunità del baratto. Più recenti pulsioni antimoderne del pensiero occidentale hanno messo in scena un simile baratto, aprendo la strada a inquietanti sviluppi politici.

Attorno al denaro si è sviluppato un discorso irrazionale, che trova il suo archetipo nel dualismo gnostico e nel rifiuto della materialità. Il denaro compra la realtà: non nel senso banale dell’accumulo di sue porzioni fisiche, ma piuttosto in quanto la sua infinita potenza permette di sovvertire l’ordine delle cose. Il denaro sofistica il vero, snatura il naturale. In un passo dei Manoscritti del 1844, Marx nota questo aspetto mistificatorio del denaro: “Io, mediante il denaro, posso tutto ciò che il cuore desidera e possiedo ogni umano potere: il denaro non tramuta le mie impotenze nel loro contrario?”. Io posso, quindi, annullare la manifestazione di fenomeni reali (la disonestà, la bruttezza, la stupidità…) e sostituirli con fenomeni “falsi”, ovvero slegati dal valore effettivo della fonte presunta: “Io sono, nel fisico, uno storpio ma il denaro mi dà ventiquattro gambe e storpio non lo sono più″. Il denaro può sovvenzionare l’errore, difendere il male, disegnare maschere gradevoli ad ogni abiezione: trasforma ogni cosa “in qualche cosa che non è, nel suo contrario”, nota ancora Marx. “Forza davvero creatrice”, il denaro è il demiurgo di un universo sbagliato, l’anima del mondo realmente rovesciato di debordiana memoria, nel quale il vero è momento del falso. Non solo il denaro è prostituta universale, ma inoltre prostituisce la verità del mondo, baratta il falso con il vero.

La creazione di questo demiurgo malvagio è un mondo mostrificato in cui nulla è come realmente è, al di là dell’allucinazione collettiva che induce. Scrive Petrarca (Epistulae de rebus familiaribus, citata da Fini): “L’oro riduce schiavo chi è libero e liberi gli schiavi, assolve i rei, gli innocenti condanna, fa i muti facondi, riduce ogni eloquenza a silenzio. Per esso principi i servi, e servi i principi, audaci i timidi, paurosi gli arditi, solleciti i pigri… asciuga i fiumi, feconda i campi, sconvolge i mari, adegua ai piani i monti, rompe ogni chiusa, assalta ed espugna fortezze, abbatte castelli…”

In termini simili Marx: “I soldi trasformano la fedeltà in infedeltà, l’amore in odio, lo schiavo in padrone, il padrone in schiavo, l’idiozia in intelligenza, l’intelligenza in idiozia”.

Il denaro è la droga malvagia che tiene il mondo prigioniero in un terribile incubo, a testa in giù: come in uno specchio, secondo il motto paolino. Questo discorso a malapena cela il vizio metafisico che lo fonda: l’idea che vi sia una realtà da sovvertire, una natura da snaturare. A malapena cela il dualismo gnostico (o platonico), e la sua inconscia retorica del rovesciamento (in Marx: “contrario”, “pervertimento”, “rovescia”, “confusione”, “inversione”, “sovvertito”).

La diade gnostica

Nella forma del confronto tra Dio e Demonio, ritroviamo la diade gnostica, e l’idea del denaro come principe dell’inganno, anche nelle parole di Martin Lutero: “Il denaro è la parola del diavolo, per mezzo della quale egli crea ogni cosa nel mondo, proprio come Dio crea attraverso la parola di verità“. Si scava un confronto tra il mondo falso – il mondo in cui viviamo, il mondo della materia e delle apparenze – e il mondo reale, ideale, che da qualche parte aspetta la nostra rivolta interiore. Ritroviamo lo schema della Caduta, come ribaltamento del vero nel falso e del giusto nello sbagliato. Il peccato originale, in questo caso, è il conio della prima moneta, replicatasi furiosamente fino al definitivo contagio di ogni aspetto della realtà: rovesciata, confusa, sovvertita.

Ma il reale contagio è piuttosto quello del paradigma gnostico, filigrana di ogni discorso metafisico sul denaro. In effetti la denuncia del denaro finisce per confondersi con l’ossessione della materia, a sua volta confusa con il male. In primo luogo, il denaro è il medio della soddisfazione dei bisogni, cioè di esigenze corporee. Nessuna verità spirituale può essere barattata con il denaro: ovvero nessuna verità, ma solo menzogne. Il borghese accumula denaro per garantirsi agi superflui e soddisfazioni materiali, senza curarsi della propria anima. Il denaro invoca la merce, ovvero pura superficie scrostata via dalla realtà del proprio oggetto: il prodotto isolato dalle dinamiche di produzione, come pura consumabilità. In secondo luogo, il denaro rimanda a una dimensione di potenzialità, altro carattere precipuo della materia: può diventare ogni cosa (nei limiti del suo valore di scambio), ma non è nessuna. Seguendo la definizione aristotelica, la forma è il determinato e il qualitativo; viceversa la materia, come il denaro, è indeterminata e quantitativa. Il denaro è chora, ricettacolo senza volto, che attende l’incontro con un principio formale, la luce del Logos.

Infine il paradigma gnostico assume un ultimo, inquietante volto: quello dell’antisemitismo. La lettura gnostica della Bibbia volle sanare le contraddizioni tra il Dio dell’Antico e quello del Nuovo Testamento, identificando nel primo, antropomorfo e severo, il Demiurgo malvagio e nel secondo il vero Dio. Da ciò consegue che gli ebrei onorano la divinità del falso, il creatore della materia e del male. Divinità che nello stereotipo antisemita finirà per essere sostituita tout court dal Denaro: poiché d’altronde la ferita del Dio venduto per trenta denari il cristiano ancora non può perdonare. Marx stesso afferma testualmente il dio dell’ebreo essere il denaro, ribadendo: “Qual è il fondo profano del giudaismo? Il bisogno pratico, l’interesse personale”.

L’antisemitismo è una declinazione razziale del pensiero gnostico. La retorica antimaterialista finisce agilmente riciclata sull’ebreo, reso paradigma dell’uomo sensuale, legato agli istinti sensuali più bassi. Otto Weininger, ebreo suicida metafisico, nel capitolo “Ebraismo e odio di sé” di Sesso e carattere (1903) – scintilla, se mai necessaria, dell’antisemitismo novecentesco – scrive infatti del “poter-divenire-tutto dell’ebreo” (il suo essere pura materia, potenza), e di “esagerata accentuazione dell’empirico”. L’incarnazione nell’ebreo dei caratteri “materiali” porta al il riciclo delle categorie socialiste, che porta all’dentificazione del plutocrate in un tipo raziale (si pensi alla totale convertibilità del discorso socialista wagneriano in un discorso nazista): dando corpo antisemita al pensiero antimoderno del primo novecento. Tanto che Weininger giunge a dire: “Ebraico è lo spirito della modernità“.

Sarebbe più opportuno dire che antimoderno è lo spirito della modernità, che ogni modernità produce le pulsioni del suo annientamento: come avvenne all’impero romano, sedotto dalla favola cristiana, ogni modernità desidera il tracollo.