antimodernismo nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Dopo la catastrofe (gdclm/ix)

Paradossalmente per un uomo che tanto avversò il proprio tempo, Guy Debord non fu mai critico del Sessantotto. Anzi restò, fino alla fine della vita, fedele a quell’evento: appunto perché solo come evento — effimero, spontaneo, festoso e violento – era capace di concepire la rivoluzione. Il grande sciopero generale, iniziato il 13 maggio 1968 e protratto da alcuni ai primi giorni di giugno, era per Debord l’utopia finalmente realizzata. Un’epica vittoria contro lo Stato, i partiti, i sindacati e tutta la sinistra. Quello sciopero, Debord lo protrasse per tutta la vita: un lunghissimo Sessantotto finanziato prima dal proprio capitale e poi dal mecenate Lebovici. Durò meno la «ricreazione» degli operai e degli studenti, come la chiamò il generale De Gaulle: e presto tornarono al lavoro.

La rivoluzione di Debord è un tempo fuori dalla Storia e un luogo fuori dallo spazio: tempo della sospensione del lavoro, luogo dell’abolizione della legge. Qui tutti gli uomini sono aristocratici, e perciò naturalmente antimoderni, anti-industriali, anti-statali. Tempo e luogo di una eterna vacanza. E in effetti l’utopia di Debord assomiglia a un volantino del Club Med: non ci sono rivendicazioni, solo una fervente celebrazione del tempo libero. Niente gare di racchettoni sulla spiaggia, ma tanta Arte. Da questo punto di vista, i situazionisti incarnarono effettivamente lo spirito, se non di quel mese di maggio del 1968, perlomeno di ciò che oggi chiamiamo «Sessantotto»: un radicalismo estremo, eppure consustanziale al capitalismo. Un’ideologia del desiderio che avrebbe aperto un nuovo sbocco alla sovrapproduzione. Un’arguzia per rimandare la crisi di quarant’anni. Con buone ragioni, il sociologo Michel Clouscard ne concluse che il Sessantotto dei situazionisti e dei freudo-marxisti era la «perfetta contro-rivoluzione liberale».

Vent’anni più tardi, sostenendo l’occupazione selvaggia della Sorbona il 5 dicembre del 1986, Debord dimostrò che per quanto malinconico e antimoderno, per quanto barocco, per quanto tragico, nondimeno restava fedele alla liturgia dello spontaneismo. Perché in effetti non c’era nessuna contraddizione. Proprio la divergenza d’opinioni su quell’occupazione, e in generale sull’eredità libertaria del situazionismo, segnò la rottura con Jaime Semprun e gli enciclopedisti, l’ala più estrema dell’antimodernismo debordiano. La loro critica della modernità aveva finito per includere anche il Sessantotto, e perciò Debord stesso. Nulla più restava da salvare, perché la catastrofe era già avvenuta.

Agli enciclopedisti, Debord rimproverava quel disfattismo che tanti avevano rimproverato a lui. A tale proposito scrisse: «Il compito della critica rivoluzionaria non è assolutamente di spingere le persone a credere che la rivoluzione sia diventata impossibile». Per l’autore della Società dello Spettacolo, all’alba dei sessant’anni, la rivoluzione restava una realtà: in ogni tempo, in ogni luogo. Poiché la catastrofe è già avvenuta, tutto appunto resta da salvare.

Ma basterà davvero una scossa — come per quei vecchi televisori, nei fumetti — a rimettere il tempo nei suoi cardini? Ovviamente no. Ma quell’attimo sarà bellissimo.



La burocratizzazione del mondo (gdclm/v)

Se il pensiero politico moderno concepisce lo Stato come macchina e «magnum artificium» (in Hobbes per esempio) la critica antimoderna sta nel considerare che questa macchina non è in grado di funzionare. In verità Thomas Hobbes metteva già in guardia dal vizio che avrebbe paralizzato la macchina: la divisione dei poteri. Ma questa divisione è inesorabile dal momento in cui la giurisdizione statale tende a estendersi a un numero sempre crescente di fenomeni e rapporti. Questo processo di estensione e suddivisione, per mezzo della proliferazione di funzionari addetti al controllo e all’amministrazione della società, caratterizza la storia della Modernità politica.

Sulla nascita dello Stato moderno non c’è documento più preciso che il dramma barocco. Mettendo in scena tresche amorose o tortuose vendette, autori come Shakespeare, Calderón de la Barca e Corneille hanno descritto come funziona (nelle commedie) o disfunziona (nelle tragedie) la macchina statale. Si tratta sempre di trame complesse e artificiose, che tracciano un percorso massimamente astruso tra due stati, per mezzo dell’intervento di un numero eccessivo di attori. La tragedia di Amleto non è altro che una commedia degli equivoci che vira al massacro perché tutte le procedure sono sbagliate ma nessuno è in grado di fermarle. Tragedia della burocrazia: storia di un regno senza sovrano legittimo e di un principe incapace di governare.

Carl Schmitt aveva analizzato la teoria meccanicista dello Stato in un articolo del 1937, «Der Staat als Mechanismus bei Hobbes und Descartes». Secondo il sommo giurista del Reich, il programma hobbesiano consisteva nel «contrapporre al pluralismo medievale l’unità razionale di uno Stato centralistico, dal funzionamento calcolabile». Da parte sua Schmitt contrappone a questo paradigma – che oggi definiremmo tecnocratico — un risoluto decisionismo. Nel fascismo, il decisionismo è spesso accompagnato da una retorica anti-statale, perfettamente enunciata in un articolo del 1920 contro l’ora legale, firmato Benito Mussolini: «Lo Stato è la macchina tremenda che ingoia gli uomini vivi e li rivomita cifre morte.(…) Abbasso lo Stato sotto tutte le sue specie e incarnazioni. Lo Stato di ieri, di oggi, di domani. Lo Stato borghese e quello socialista».

Ma tutto questo cianciare di decisionismo, da parte di fascisti e nazisti, non è altro che propaganda. Nei fatti, fascisti e nazisti commissariarono le istituzioni statali, le occuparono, le aggirarono, ma le lasciarono sostanzialmente intatte. Alla fine, sono proprio i nazisti a concretizzare l’incubo antimoderno che denunciavano, quello di un Stato ubiquo e maligno. La macchina statale del terzo Reich impazzisce letteralmente e prende a sterminare esseri umani. La distruzione degli Ebrei d’Europa è un mostruoso incidente che ebbe un esecutore materiale — lo Stato nazista e i suoi funzionari –, molti mandanti morali trai quali lo stesso Carl Schmitt, ma nessun mandante materiale. Una commedia degli equivoci che vira al massacro, dicevamo dell’Amleto.

Per Guy Debord, un simile discorso vale tanto per la Germania nazista quanto per l’Unione Sovietica, la Cina maoista e l’Occidente capitalista: si tratta di totalitarismi burocratici che operano a una «divisione mondiale delle mansioni spettacolari» e realizzano compiutamente l’utopia meccanicista moderna. Non è efficiente la macchina dello Stato e non è virtuosa la mano invisibile che guida l’economia di mercato. Ogni cosa è disarticolata, fuori sesto. Questa tragica disfunzionalità si manifesta in maniera evidente nelle politiche urbanistiche del dopoguerra: sotto gli occhi di tutti, Parigi e le altre città vengono progressivamente deturpate (Debord dice «distrutte») per opera di tecnocrati corrotti e speculatori.

Debord denuncia, insomma, una burocratizzazione del mondo. Con questo titolo era uscito a Parigi nel 1939 un libro firmato dall’esule italiano Bruno Rizzi, comunista della prim’ora e anti-staliniano della seconda, che ispirò il più noto The Managerial Revolution di James Burnham del 1941, comunista anti-staliniano convertito al liberalismo. In verità più che d’ispirazione molti parlarono esplicitamente di plagio, ma ciò che conta è l’influenza che ebbero queste idee su pensatori come Debord o George Orwell. Debord cita Bruno Rizzi nella Società dello Spettacolo, e dieci anni dopo pubblica la prima parte de La burocratizzazione del mondo alle edizioni Champ Libre, firmandone anche la quarta di copertina dove lo descrive come il «libro più sconosciuto del secolo». Ma si noti che le idee di Rizzi sull’Unione Sovietica non sono nuove, poiché le aveva già enunciate… Mussolini, nel testo sopra citato! L’influenza del socialismo libertario ottocentesco (e in particolare forse di Georges Sorel) è il minimo comune denominatore in grado di spiegare le impreviste analogie tra Guy Debord e Benito Mussolini.

Secondo Rizzi, l’Unione Sovietica è un «collettivismo burocratico» sostanzialmente identico alla Germania nazista e all’Italia fascista. Da parte sua Burnham descrive l’emersione di una nuova classe dirigente, i tecnici o manager anche detti intellettuali, chiamati a governare (senza distinzioni) le società socialiste, fasciste e capitaliste. All’inizio di In girum imus et consumimur igni, Debord elenca le mansioni di questa nuova ampia classe sociale necessaria all’amministrazione del sistema produttivo: «Gestione, controllo, manutenzione, ricerca, insegnamento, propaganda, intrattenimento e pseudo-critica». Il destino di questi burocrati, peggiore della schiavitù, è fatto di miseria e di umiliazione: essi sono ad un tempo la classe oppressa e la classe che opprime, avvinghiati tra loro per mezzo di una grossa macchina inceppata. (continua)



Critica della separazione. Guy Debord contro la Modernità /iv

Si può parlare di una svolta nel pensiero di Guy Debord tra il 1968 e il 1978, tra il militante rivoluzionario e il nostalgico avvinazzato? Ovviamente si può fare come si crede. Ciò che conta è che il nocciolo della sua visione del mondo resta immutato ovvero resta immutato il male, per così dire, che Debord denuncia. E qual è dunque questo male? Debord lo chiama Spettacolo, ma il concetto resta vago. Per comprendere la presunta svolta antimoderna di Debord bisogna tornare ancora una volta alla Società dello Spettacolo, che antimoderna — nel senso che spiegheremo — lo era già.

Non è un mistero che i situazionisti odiassero il socialismo reale almeno quanto il capitalismo, e il partito comunista almeno quanto la polizia. Erano in buona compagnia: mentre i comunisti di tutto il mondo (a cominciare da quelli sovietici) si destalinizzavano con l’acquaragia, i giovani ribelli scivolavano verso l’estrema sinistra. In questo contesto, la definizione debordiana del sistema sovietico come «Capitalismo di Stato» poteva suonare persino banale, trentacinque anni dopo la Quarta Internazionale e vent’anni dopo Socialisme ou Barbarie. L’accusa era stata formulata nel 1945 dal marxologo anti-marxista Maximilien Rubel e recuperata dai bordighisti.

In realtà, leggendo bene il paragrafo 104 della Società dello Spettacolo, si capisce che per Debord il problema sta tanto nel concetto di capitalismo quanto (e forse soprattutto) in quello di Stato. A leggere poi l’intero libro facendo caso a queste sole due parole, si coglie un fatto stupefacente: nell’argomentazione di Debord capitalismo e Stato sono perfettamente sinonimi. Lo Stato (inteso come Stato moderno) è la «forma generale della scissione nella società», mentre il capitalismo «opera delle scissioni»: queste scissioni prendono il nome di «divisione del lavoro» quando si parla di capitalismo e di «burocrazia» quando si parla dello Stato. Ma sono strutturalmente identiche, due figure della medesima tragedia.

Capito questo, tutto torna. Il male terribile che affligge la Storia non è altro che la Burocrazia, nelle sue articolazioni economica, politica, e poi sociale, culturale, artistica, simbolica. Debord la chiama talvolta semplicemente Economia, intesa come scienza dell’amministrazione delle cose e delle persone, «scienza dominante e scienza della dominazione». Che cos’è dunque lo Spettacolo per Debord? Una burocratizzazione della produzione e del consumo, una mediatizzazione dei rapporti sociali ed economici, una proliferazione di filtri e protesi tra gli uomini e il mondo. Ecco qua, ancora una metafora barocca.

Guy Debord è antimoderno, in un primo senso, perché rifiuta la concezione moderna della sovranità statale, ovvero la tecnicizzazione e l’estensione dello Stato. In una prospettiva anti-leninista vicina all’autonomismo, Debord e i situazionisti non ambivano in alcun modo a conquistare il potere politico. Mezzo secolo prima, Lenin aveva criticato queste posizioni di ultra-sinistra nel scritto L’estremismo, malattia infantile del comunismo. In Debord, il culto spontaneista dell’autogestione e dei consigli sorgeva da un rifiuto radicale della separazione procedurale tra rappresentanti e rappresentati: il famoso Spettacolo, già all’opera entro i partiti. Pur rifiutando di privilegiare l’anarchismo al marxismo manco fossero la mamma e il papà («ideologie che contengono entrambe una critica parzialmente vera»), a Debord capita di sbilanciarsi: «L’anarchismo ha realmente condotto, nel 1936, a una rivoluzione sociale e all’abbozzo, il più compiuto che sia mai stato realizzato, di potere proletario». Sbiadita negli anni la patina marxista, l’antimodernismo libertario di Debord può oggi a sedurre tanto i post-autonomisti dei centri sociali quanto i miniarchisti di destra in lotta contro la burocrazia del potere pubblico.

In un secondo senso, Debord è antimoderno perché la sua denuncia della divisione del lavoro è di fatto anti-industriale. Il tema marxiano del lavoro alienato diventa il pretesto per un rifiuto radicale dei modi di produzione capitalista e sovietico. Questi due modi di produzione sono per Debord uno solo, definito «modo di produzione moderno». La critica del lavoro diviso va di pari passo con una riflessione sul tempo libero, nel quale si realizza una forma di lavoro differente: si tratta dell’arte in senso ampio, della «costruzione di situazioni», della vita buona insomma. Debord naturalmente non menziona chi avrebbe dovuto svolgere le attività produttive nella sua nuova società, e viene da credere che la vita buona fosse una prerogativa della sola aristocrazia situazionista — quattro esponenti in tutta Parigi nel 1968. Questa eclissi dell’economia è peraltro il difetto centrale dell’ideologia sessantottina e la contraddizione più grande nella Società dello Spettacolo. Sfugge a Debord che solo nel generale contesto di un occultamento spettacolare dei rapporti di produzione (stadio terminale dell’ideologia borghese) è possibile concepire una società di soli artisti.

Il ripiego pessimista degli anni Settanta è forse il segno di una presa di coscienza per Debord dell’inesorabilità, nelle concrete condizioni demografiche del pianeta, del processo d’industrializzazione. Chiusa la stagione delle illusioni rivoluzionarie, questo processo viene finalmente percepito come una terribile catastrofe alla quale non esiste rimedio. Se questo anti-industrialismo è stato ampiamente recuperato dalla pubblicità e dall’industria culturale, esso ha tuttavia influenzato realtà più o meno radicali nell’incontaminata giungla dell’ecologismo radicale e persino un revival dell’utopia Arts & Crafts. (continua)



La critica come merce

Malvino ripropone una vecchia domanda, “Perché gli intellettuali hanno così scarse simpatie per il libero mercato?” alla quale diedero risposte variamente celebri Raymond Aron e Ludwig von Mises (si veda il kit di autodifesa per liberali inermi di Guido Vitiello). Pensatori di destra, diciamo. Si potrebbe dire che la domanda può essere proposta soltanto “da destra”, perché da sinistra la risposta è evidente, tautologica: gli intellettuali sono di sinistra perché la sinistra è la parte della ragione, gli intellettuali sono contro il mercato perché il mercato è male. Una risposta di sinistra ma tutto sommato poco marxiana, giacché non considera le condizioni materiali di emergenza del discorso anticapitalista. E allora proviamola noi, una risposta (marxiana?).

Gli intellettuali sono contro il mercato perché determinati dal mercato a produrre discorsi di critica al mercato. Gli intellettuali sono la classe che produce critica, e la critica è il bene immateriale che sorregge l’economia postindustriale. La critica è un genere non troppo dissimile dalla fantascienza. I meccanismi di fruizione di un’opera filosofica, di un articolo di giornale, di un saggio di sociologia, sono esattamente gli stessi di un qualsiasi prodotto di entertainment. L’intellettuale è un operatore del tempo libero, un produttore di evasione: utopie, ologrammi dell’altrove, immagini di una realtà alternativa.

Un’ulteriore declinazione della critica è il turismo: cosa significare andare altrove se non “mettere in questione” il proprio luogo di provenienza? La retorica della promozione turistica si articola come continua critica alla società postindustriale, seguendo topos di grottesca apologetica antimoderna (la fusione con la natura incontaminata, le tradizioni ancora intatte, la distanza dallo stress quotidiano, ecc). Ma il turismo prevede il ritorno, come la visione di V for Vendetta o la lettura di Massimo Fini e Antonio Negri prevede il ritorno alla vita quotidiana: la critica veicolata dal mercato contro il mercato è per forza di cose velleitaria. L’evasione è momentanea, eppure sempre più pervasiva e radicale. Il tempo libero si allarga. L’eversione è dappertutto, e in nessun luogo.

L’harakiri culturale dei situazionisti, e quello effettivo di Debord in seguito, nascono da questa consapevolezza terribile. Che la critica della merce è diventata la merce più preziosa. Ma l’avere capito ogni cosa non ha loro impedito di diventare le nuove scimmiette; non lo impedirà a nessuno di noi.



Eurasia Infinita

“Eurasiatismo” sembra diventato il mot de passe di un universo politico e culturale che non esiterei a definire di “destra radicale” se non ci trovassimo proprio nello spazio ambiguo di una riconfigurazione delle ideologie otto-novecentesche: lo spazio, insomma, nel quale le destre estremissime rapidamente scivolano in “sinistre nazionali”. Ma vediamo un po’, di cosa parliamo quando parliamo di eurasiatismo (o piuttosto, di neoeurasiatismo): ovvero quale sia il senso del suo emergere in questo contesto storico. Parliamo, ad esempio, di un PROGETTO EURASIA. L’Europa da Dublino a Vladivostok. Idea magari carezzevole, ma è come per organizzare le vacanze: non importa dove, importa con chi. E tu ci andresti in vacanza con Julius Evola? Il volto del vate del neofascismo figura in un elegante fotomontaggio sulla prima pagina del sito La terra degli Avi, che ufficialmente coordina il Progetto Eurasia: in secondo piano scoppiano le torri gemelle.

Gli Avi, si sa, l’America non l’hanno mai digerita: sul volto ha dipinte la democrazia, il libero mercato, la borghesia dominante, l’uguaglianza dei diritti, il mito della scienza e della tecnica. Insomma, la modernità. Gli Avi hanno la Tradizione, si abbeverano all’ Origine, hanno Radici profonde che non gelano. In questo senso appare più chiaro cosa significhi eurasiatismo, come alternativa all’atlantismo, o  euramericanismo (braccio geostrategico della “grande finanza”, o poundiana usurocrazia); e più profondamente come alternativa alla modernità. Alternativa finalmente praticabile, con la caduta del socialismo reale – così odiosamente positivista – e l’islamica promessa di un Oriente reazionario (Oriente romantico, spengleriano). Insomma, eccolo il sogno: “ Eurasia-Islam il Reich del futuro”, il terribile impero sul quale non tramonta mai il sole. La grande Europa hitleriana, ma ancora più grande, enorme, sconfinata.

Possiamo inseguire le tracce del Progetto Eurasia fino a comporre la mappa del socialismo nazionale contemporaneo, facendoci trasportare dai collegamenti ipertestuali in un vortice di svastiche contraffatte, antisemitismi colloquiali, tradizionalismi, cospirazionismi, ex-marxismi, anti-imperialismi. Da Rinascita Nazionale di Ugo Gaudenzi (che sogna “la più Grande Europa da realizzare”) fino alla Brigata Eurasiatista (con passamontagna e molotov: ma suvvia, sono giovani!), passando per Orion e la Società Editrice Barbarossa di Maurizio Murelli (per la quale esce il libro del teorico dell’eurasiatismo  Nikolaj Trubeckoj).

Improbabili partiti politici portano avanti europeismi smodatamente aggressivi, inneggiando ad Hamas o al Baath, ispirati all’incubo comunitarista e reazionario (insomma neonazista) di Jean Thiriart. Da parte sua il fantasmagorico Eduard Limonov, profeta di un nazionalbolscevismo grottesco che seduce hooligans dada-punk e nostalgici, sogna di trasformare la Russia in happening situazionista e spingerla fino a Gibilterra: per adesso si accontenta di spiccare come narratore di sé stesso ( Libro dell’acqua, Alet).

I contenuti e gli autori della rivista La Nazione Eurasia, animata da Claudio Mutti e altri attivi eurasiatisti di una certa “Società Nazionale” disegnano perfettamente il profilo politico di questo progetto, i cui fascistissimi idoli sono Thiriart, Drieu la Rochelle, Evola, de Benoist. Roba tosta. A quell’esperienza succede, dal gennaio di quest’anno, la “rivista di studi geopolitici” EURASIA, pubblicata dalla casa editrice di Mutti, le Edizioni all’insegna del Veltro.

La mia impressione è che l’eurasiatismo potrà diventare una categoria fondamentale del panorama politico, dando forma alle scombinate pulsioni di quell’antimodernismo profondissimo che da destra e sinistra tenterà di seppellire l’Occidente: “ Lo scontro tra Eurasia e America, fra Terra e Mare, fra Civiltà tradizionale e Mondo Moderno, tra Imperium e globalizzazione è inevitabile alla lunga, perché iscritto nelle leggi immutabili della Storia e della Geografia.”



Gli gnostici e i plutocrati

Mi trovavo coinvolto in una guerra antica, una guerra che veniva combattuta senza sosta da duemila anni. I nomi erano cambiati, così come lo erano i volti, ma gli avversari rimanevano una costante permanente. L’impero degli schiavi contro coloro che lottavano per la giustizia e la verità […]. Non ero io che mi ritrovavo nel mondo antico, piuttosto era Roma che si era rivelata come la realtà latente del nostro mondo attuale […]. L’odio che provavo per Roma era grande […]. Roma era dappertutto, in ogni epoca, un gigante smisurato che si estendeva in un immenso arco cronologico […]. Quello era il corpus malus, il corpo malvagio; ma dentro e dietro di esso esisteva uno spirito maligno che aveva reso l’impero ciò che era.
(Philip K. Dick, Radio Libera Albemuth)

Contro Roma

Torniamo sul luogo del delitto, poco dopo il delitto: la Palestina degli anni successivi alla morte di Cristo. Leggiamo gli Atti degli Apostoli. La morale cristiana, prima di allearsi e deformarsi nell’unione con il potere politico, ancora esibiva la sua natura essenzialmente antimoderna, come diremmo noi. Nulla a che vedere con l’antimodernismo omeopatico, strategico, della ierocrazia che sarà la Chiesa Cattolica: bensì un’ideologia che mina i fondamenti economici e politici del mondo antico.

Saulo sta per essere folgorato, intanto perseguita. Questa è la prima generazione di cristiani, e ne seguiranno altre di perseguitati, di schiavi, di martiri. Ma se nei Vangeli il conflitto è con gli ebrei, e ancora negli Atti così pare, via via si palesa un diverso progetto politico. Accade questa rottura misteriosa, tra il mito fondatore e la storia. Mentre sulla carta della leggenda si simula un rapporto dialettico con la religione ebraica (esplicitato nel tema del superamento della Legge), in verità l’interlocutore storico del cristianesimo che va insediandosi è la società romana. Qui emerge il correlativo dell’antimodernismo del cristianesimo delle origini: Roma, archetipo della modernità.

La struttura sociale che i cristiani mettevano in questione ha diversi caratteri comuni con ciò che chiamiamo modernità. Si tratta di una società aperta (in senso popperiano), liberale nell’intero arco semantico delle sue accezioni, borghese, individualista, e soprattutto fondata sul denaro.

Torniamo sul luogo del delitto: e facciamolo leggendo un racconto di Tolstòj, ambientato in quegli anni e in quei luoghi (“Camminate nella luce finché avete la luce”,1887). Qui Tolstòj, reduce dalla sua violenta crisi mistica, confronta l’insoddisfazione di un ricco mercante romano con l’umile beatitudine dei primi cristiani. In questo racconto si definiscono con chiarezza vagamente agghiacciante i caratteri della società ideale che Tolstòj vede incarnata dal cristianesimo delle origini: la vita comunitaria e il rifiuto del sistema economico vigente, e della sua etica proto-capitalista (il cosidetto “capitalismo antico”). Tolstòj era convinto di potere applicare una radicale riforma cristiana alla sua società, che condivideva gli stessi vizi di quella romana. (Roma era dappertutto, in ogni epoca, un gigante smisurato che si estendeva in un immenso arco cronologico). Il che c’induce a considerare la fondatezza dell’affermazione di Henry Gifford nella sua biografia intellettuale dello scrittore russo: “Tolstòj è antimoderno e la base delle sue convinzioni, che nessuna logica può minare, è reazionaria”.

Il denaro come menzogna

Reazionaria, poiché Roma non rappresenta un tipo di economia, ma un sistema nel quale un determinato tipo di economia è parte integrante. Reazionaria poiché la messa in questione del singolo aspetto emerge da una posizione politica complessiva. Massimo Fini, nella sua requisitoria contro il denaro (“sterco del demonio”), capisce bene la necessità di porlo in relazione con l’apparizione della filosofia, della scienza, della polis, della democrazia e dell’individualità. Il suo rifiuto del denaro è un rifiuto di tutte queste sue implicazioni. E una rivendicazione (programmaticamente reazionaria) del paradigma dell’antimodernità: il Medioevo. Il lungo millennio cristiano. Roma rovesciata.

Per quasi mille anni il denaro scomparve, e con esso un certo tipo di società. Non si tratta di un effetto collaterale, ma di una conseguenza essenzialmente implicita dell’ideologia antimoderna propugnata dal cristianesimo. Poiché la critica di una categoria come la modernità non è la messa in crisi di determinate istituzioni, ma una rivolta metafisica contro il suo tessuto ideologico. (Roma era dappertutto, in ogni epoca, un gigante smisurato che si estendeva in un immenso arco cronologico) I primi cristiani intesero operare una trasvalutazione, che travolgesse i valori della modernità per porne di nuovi: il risultato dell’operazione può indurre qualche dubbio sull’opportunità del baratto. Più recenti pulsioni antimoderne del pensiero occidentale hanno messo in scena un simile baratto, aprendo la strada a inquietanti sviluppi politici.

Attorno al denaro si è sviluppato un discorso irrazionale, che trova il suo archetipo nel dualismo gnostico e nel rifiuto della materialità. Il denaro compra la realtà: non nel senso banale dell’accumulo di sue porzioni fisiche, ma piuttosto in quanto la sua infinita potenza permette di sovvertire l’ordine delle cose. Il denaro sofistica il vero, snatura il naturale. In un passo dei Manoscritti del 1844, Marx nota questo aspetto mistificatorio del denaro: “Io, mediante il denaro, posso tutto ciò che il cuore desidera e possiedo ogni umano potere: il denaro non tramuta le mie impotenze nel loro contrario?”. Io posso, quindi, annullare la manifestazione di fenomeni reali (la disonestà, la bruttezza, la stupidità…) e sostituirli con fenomeni “falsi”, ovvero slegati dal valore effettivo della fonte presunta: “Io sono, nel fisico, uno storpio ma il denaro mi dà ventiquattro gambe e storpio non lo sono più″. Il denaro può sovvenzionare l’errore, difendere il male, disegnare maschere gradevoli ad ogni abiezione: trasforma ogni cosa “in qualche cosa che non è, nel suo contrario”, nota ancora Marx. “Forza davvero creatrice”, il denaro è il demiurgo di un universo sbagliato, l’anima del mondo realmente rovesciato di debordiana memoria, nel quale il vero è momento del falso. Non solo il denaro è prostituta universale, ma inoltre prostituisce la verità del mondo, baratta il falso con il vero.

La creazione di questo demiurgo malvagio è un mondo mostrificato in cui nulla è come realmente è, al di là dell’allucinazione collettiva che induce. Scrive Petrarca (Epistulae de rebus familiaribus, citata da Fini): “L’oro riduce schiavo chi è libero e liberi gli schiavi, assolve i rei, gli innocenti condanna, fa i muti facondi, riduce ogni eloquenza a silenzio. Per esso principi i servi, e servi i principi, audaci i timidi, paurosi gli arditi, solleciti i pigri… asciuga i fiumi, feconda i campi, sconvolge i mari, adegua ai piani i monti, rompe ogni chiusa, assalta ed espugna fortezze, abbatte castelli…”

In termini simili Marx: “I soldi trasformano la fedeltà in infedeltà, l’amore in odio, lo schiavo in padrone, il padrone in schiavo, l’idiozia in intelligenza, l’intelligenza in idiozia”.

Il denaro è la droga malvagia che tiene il mondo prigioniero in un terribile incubo, a testa in giù: come in uno specchio, secondo il motto paolino. Questo discorso a malapena cela il vizio metafisico che lo fonda: l’idea che vi sia una realtà da sovvertire, una natura da snaturare. A malapena cela il dualismo gnostico (o platonico), e la sua inconscia retorica del rovesciamento (in Marx: “contrario”, “pervertimento”, “rovescia”, “confusione”, “inversione”, “sovvertito”).

La diade gnostica

Nella forma del confronto tra Dio e Demonio, ritroviamo la diade gnostica, e l’idea del denaro come principe dell’inganno, anche nelle parole di Martin Lutero: “Il denaro è la parola del diavolo, per mezzo della quale egli crea ogni cosa nel mondo, proprio come Dio crea attraverso la parola di verità“. Si scava un confronto tra il mondo falso – il mondo in cui viviamo, il mondo della materia e delle apparenze – e il mondo reale, ideale, che da qualche parte aspetta la nostra rivolta interiore. Ritroviamo lo schema della Caduta, come ribaltamento del vero nel falso e del giusto nello sbagliato. Il peccato originale, in questo caso, è il conio della prima moneta, replicatasi furiosamente fino al definitivo contagio di ogni aspetto della realtà: rovesciata, confusa, sovvertita.

Ma il reale contagio è piuttosto quello del paradigma gnostico, filigrana di ogni discorso metafisico sul denaro. In effetti la denuncia del denaro finisce per confondersi con l’ossessione della materia, a sua volta confusa con il male. In primo luogo, il denaro è il medio della soddisfazione dei bisogni, cioè di esigenze corporee. Nessuna verità spirituale può essere barattata con il denaro: ovvero nessuna verità, ma solo menzogne. Il borghese accumula denaro per garantirsi agi superflui e soddisfazioni materiali, senza curarsi della propria anima. Il denaro invoca la merce, ovvero pura superficie scrostata via dalla realtà del proprio oggetto: il prodotto isolato dalle dinamiche di produzione, come pura consumabilità. In secondo luogo, il denaro rimanda a una dimensione di potenzialità, altro carattere precipuo della materia: può diventare ogni cosa (nei limiti del suo valore di scambio), ma non è nessuna. Seguendo la definizione aristotelica, la forma è il determinato e il qualitativo; viceversa la materia, come il denaro, è indeterminata e quantitativa. Il denaro è chora, ricettacolo senza volto, che attende l’incontro con un principio formale, la luce del Logos.

Infine il paradigma gnostico assume un ultimo, inquietante volto: quello dell’antisemitismo. La lettura gnostica della Bibbia volle sanare le contraddizioni tra il Dio dell’Antico e quello del Nuovo Testamento, identificando nel primo, antropomorfo e severo, il Demiurgo malvagio e nel secondo il vero Dio. Da ciò consegue che gli ebrei onorano la divinità del falso, il creatore della materia e del male. Divinità che nello stereotipo antisemita finirà per essere sostituita tout court dal Denaro: poiché d’altronde la ferita del Dio venduto per trenta denari il cristiano ancora non può perdonare. Marx stesso afferma testualmente il dio dell’ebreo essere il denaro, ribadendo: “Qual è il fondo profano del giudaismo? Il bisogno pratico, l’interesse personale”.

L’antisemitismo è una declinazione razziale del pensiero gnostico. La retorica antimaterialista finisce agilmente riciclata sull’ebreo, reso paradigma dell’uomo sensuale, legato agli istinti sensuali più bassi. Otto Weininger, ebreo suicida metafisico, nel capitolo “Ebraismo e odio di sé” di Sesso e carattere (1903) – scintilla, se mai necessaria, dell’antisemitismo novecentesco – scrive infatti del “poter-divenire-tutto dell’ebreo” (il suo essere pura materia, potenza), e di “esagerata accentuazione dell’empirico”. L’incarnazione nell’ebreo dei caratteri “materiali” porta al il riciclo delle categorie socialiste, che porta all’dentificazione del plutocrate in un tipo raziale (si pensi alla totale convertibilità del discorso socialista wagneriano in un discorso nazista): dando corpo antisemita al pensiero antimoderno del primo novecento. Tanto che Weininger giunge a dire: “Ebraico è lo spirito della modernità“.

Sarebbe più opportuno dire che antimoderno è lo spirito della modernità, che ogni modernità produce le pulsioni del suo annientamento: come avvenne all’impero romano, sedotto dalla favola cristiana, ogni modernità desidera il tracollo.



Divisione del lavoro e alienazione

Ogni rivista mondana che si rispetti ha una rubrica (titolata “separati alla nascita” o “gocce d’acqua” o “affinità elettive”) nella quale vengono confrontate le foto di due più o meno celebri personalità dello spettacolo a volerne esibire la stupefacente somiglianza. Non poteva essere da meno questo blog, che della sua ineccepibile mondanità si fa vanto. La morale, ovviamente, la trarrà il lettore. Ma tra questi due testi più delle somiglianze sono interessanti le differenze. Cosa fa, a parità di socialismo, del primo un testo “reazionario” e del secondo un testo ” rivoluzionario“, del primo un antimoderno e del secondo un progressista? Ai posteri (cioè noi) l’ardua sentenza.

Attenzione a quel “c’era forse più libertà nel periodo feudale di quanta ce ne sia ora“: il fascino discreto di un medioevo sostenibile come altenativa al capitalismo… Ma non si ravvisa un tono nostalgico anche nell’evocazionedella società feodale nel Manifesto del Partito Comunista?


John Ruskin, 1853

Di questo essere vivente potete fare un uomo o uno strumento, non entrambe le cose. Gli uomini non sono fatti per lavorare con l’accuratezza degli strumenti, per essere precisi e perfetti in ogni loro azione; se volete ottenere da loro una simile precisione, se volete che le loro dita misurino gradi come ruote dentate, che le loro braccia traccino curve come compassi, allora dovete renderli disumani.

Tutta l’energia delle loro anime deve essere finalizzata a farne degli ingranaggi e dei compassi; tutta la loro capacità di concentrazione, tutto il vigore, devono tendere al compimento di un atto banale. Gli occhi della mente devono essere puntati sul moto delle dita, la loro energia deve essere concentrata su tutti gli invisibili nervi che, dieci ore al giorno, le guidano e le costringono a non allontanarsi mai da un’esattezza inflessibile; così mente e vista vengono annullate e l’integrità dell’essere umano alla fine si smarrisce: un mucchio di segatura, ecco a che cosa si riduce il suo lavoro intellettuale in un mondo siffatto.

L’uomo può essere picchiato, incatenato, torturato, aggiogato come un animale, massacrato come gli insetti nocivi, e ancora rimanere in un certo senso – nel senso migliore – libero. Ma soffocare lo spirito che arde dentro di lui, distruggere e ridurre in putridi frantumi i germogli vitali della sua intelligenza, aggiogare ad una macchina, con corregge di cuoio, un corpo vivo, che dopo la morte e il lavorio dei vermi è destinato a vedere Dio, anche questo significa rendere schiavo l’uomo; e in Inghilterra c’era forse più libertà nel periodo feudale di quanta ce ne sia ora, che la vitalità della popolazione viene sfruttata come combustibile per alimentare il fumo delle fabbriche.

Karl Marx, 1844

L’operaio diventa merce tanto più vile quanto più grande è la quantità di merce che esso produce. La svalorizzazione del mondo cresce in rapporto diretto con la valorizzazione del mondo delle cose. Il lavoro non produce solo merci; produce se stesso e l’operaio come merce e proprio nella stessa proporzione in cui produce in generale le merci.

Sostituendo il lavoro con delle macchine, si getta una parte degli operai in un lavoro barbaro e si trasforma l’altra parte in macchine. Si trasforma l’operaio in bestia e lo si rincretinisce.

In cosa consiste l’alienazione del lavoro? Innanzitutto nel fatto che il lavoro è estraneo all’operaio, vale a dire che non appartiene alla sua essenza, che dunque, nel suo lavoro, l’operaio non si afferma ma si nega.

Ne viene come conseguenza che l’uomo (l’operaio) si sente libero soltanto nelle sue funzioni animali, come il mangiare, il bere, il procreare, e tutt’al più ancora l’abitare una casa e il vestirsi, e invece si sente nulla più che una bestia nelle sue funzioni umane. Ciò che è animale diventa umano, e ciò che è umano diventa animale.

Il lavoro diventa un’attività estranea all’operaio, un’attività che è passività, una forza che è impotenza, una procreazione che è castrazione. L’energia fisica e intellettuale dell’operaio, la sua vita, è trasformata in . attività diretta contro di sé, indipendente da lui, estranea



The west is the best

La distinzione Occidente/Oriente, così in fondo poetica per gli echi che porta con sé, dall’ellenismo e prima ancora e per tutta la storia europea, nelle lingue anglosassoni si traduce con uno scialbo West/East. Tant’è che con questa dicotomia si esprimono tanto il decantato “scontro di civiltà” mondo libero/terrorismo che il conflitto mondo libero/blocco comunista (oramai pienamente arruolato al titolo di “terza guerra mondiale” con l’esplicito scopo di così giustificarne gli orrori). E sembra più che un’ironia della storia una voluta continuità, quasi che tutta una serie di frasi fatte fosse brutto buttarle via. E poi il West è quello dei cow-boy, nei quali (poveracci) George W. Bush è stato arruolato ad allegorica forza, cos’avranno fatto di male poi. Non importa che l’East sia divenuto semplicemente Middle, la coincidenza colpisce: anche se per garantire la simmetria invece che texano avremmo auspicato un presidente USA nato nel Middle West. Ma questo sarebbe davvero chiedere troppo alla storia, già così prodiga di simbologie sulle quali meditare – sulle quali poi meditano, con tragica serietà, i nuovi millenaristi e profeti del caos cristiani ebrei musulmani. Nei primi anni ottanta i Theatre of Hate cantavano un davvero epico anthem nichilista, che oggi più che ieri, nella sua foga antimodernista, ci conquista perversamente un po’ tutti: Do you believe in westworld? Goethe chiese ai poeti di volgere lo sguado a Oriente, ma in quelli anni di guerra fredda non si era capito che dalle parti di quella tradizione culturale (e non verso un impero sovietico altrettanto west e altrettanto cadente) andava cercata la risposta. E quindi non si poteva capire né il nichilismo né l’antimodernismo di quel refrain. Non si era pensato, appunto, a tradurre quel Westworld con “Occidente”, né a pensarne il tramonto nei termini di una spengleriana spossatezza biologica e culturale. Proprio quella che millenaristi e profeti del caos di oggi, finalmente alla ribalta, predicano attenderci oltre le colonne d’Ercole sgretolate di NYC.



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