antisemitismo nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Il debito odioso

ANTONIO — Non c’è da preoccuparsi: le mie navi saranno di ritorno un mese avanti la scadenza. Andiamo.
Shakespeare, Il mercante di Venezia, I, 3.

Avevo forse dieci anni quando un giorno mio padre m’indicò l’orizzonte — i palazzi, i monumenti, le fabbriche, i campi, le montagne — e mi disse, non che un giorno tutto quello sarebbe stato mio, ma al contrario che il nostro paese aveva circa tre fantastiliardi di debiti. La cifra era spaventosa, tuttavia mio padre mi rassicurò: non c’è da preoccuparsi, così va l’economia. O meglio così andava nel secolo ventesimo. Nel frattempo, beh, il meccanismo si è inceppato e oggi ci ritroviamo i creditori sotto casa, come in una commedia di Goldoni. Quel debito, che a lungo era sembrato naturale, oggi è diventato un serio problema.

Di tutta evidenza il problema non è il debito in sé. Il problema è che i creditori hanno iniziato a dubitare che fossimo in grado di restituirlo. Insomma ci troviamo nella situazione del Mercante di Venezia. Nella pièce di Shakespeare, Antonio chiede un prestito di tremila ducati all’usuraio Shylockebreo malefico come imponevano le convenzioni del genere. Il prestito servirà a Bassanio per corteggiare la bella Porzia. All’inizio della commedia, Antonio è piuttosto tranquillo: attende il ritorno di tre sue navi cariche di ricchezze. Ma le navi tardano. Al secondo atto, gira voce che una sia affondata, e la tensione comincia a salire. Quando poi al terzo atto si scopre che tutte le navi sono colate a picco, ecco che il debito di Antonio è diventato un serio problema, e la commedia rischia di trasformarsi in tragedia. Al nostro paese è successo circa questo: abbiamo tre navi disperse in alto mare, e nessuno è in grado di stabilire se e quando arriveranno in porto. Ma la verità è che sono affondate da tempo.

In seguito alla bancarotta di Antonio, il mercante e l’usuraio si affrontano in tribunale per stabilire su chi deve ricadere la perdita (incarnata, alla lettera e per il massimo divertimento del pubblico, da una famigerata “libbra di carne”). Malgrado l’antipatia del personaggio e il pregiudizio etnico della corte, il tribunale non trova alcun argomento contro Shylock. Il contratto era chiaro, e Antonio ha accettato il rischio. Soltanto una sofisticata arguzia salverà l’incauto debitore dal suo tragico destino.

Un simile processo potrebbe avere luogo oggi, tra creditori e debitori, per stabilire chi debba “pagare la crisi“. I primi vogliono, ovviamente, recuperare il loro prestito e i loro interessi. Ma i secondi, colpo di scena, sostengono di essere stati raggirati. Il debito che hanno contratto potrebbe essere illegittimo ovvero, come si dice in diritto internazionale, “odioso“. Certo il prestito è stato formalmente accettato. Ma a che condizioni? Con quali margini di libertà? Celando quali informazioni fondamentali?

Secondo questa prospettiva, il debito ha preso il posto del salario come forma principale dell’asservimento degli individui al capitale, nonché come strumento di governance geopolitica mondiale. Il debito come nuovo contratto sociale che fonda una società iniqua e oscena. Di questa trasformazione del capitalismo la cosiddetta crisi è il momento apocalittico. Questa rivelazione interviene dopo decenni nei quali si è cercato di forzare i limiti dello sviluppo, drogando la domanda perché corrispondesse all’offerta, accumulando in questo modo un impressionante debito pubblico e privato. Questo è forse ciò che i teorici del signoraggio e altri poundiani tentano di evocare con le loro sghembe involontarie metafore, che fanno dell’ebraismo di Shylock un carattere sostanziale ed espiatorio. Ma è anche quanto si capisce leggendo un buon keynesiano come Stiglitz: errori imperdonabili, non sempre in buona fede, sono stati commessi da soggetti che emettevano credito come slot-machines impazzite.

Gli uffici marketing, da parte loro, ci spiegavano che tutto è permesso e che il lusso è un diritto, fintanto che fa girare l’economia. Le nostre navi non avrebbero retto le onde, ma questo non era certo un problema loro. Aveva ragione Guy Debord affermando che non c’è solo un’alienazione nel lavoro ma soprattutto un’alienazione nel tempo libero, ovvero nei consumi. Ma non possiamo fingere di essere stati plagiati: il nostro misero tornaconto lo abbiamo avuto vivendo sopra le nostre possibilità per almeno un decennio o due. Una connivente sincronicità liberale-libertaria si era instaurata tra la domanda e l’offerta, tra gli eredi del Sessantotto e i profeti della deregolamentazione. Abbiamo preso alla lettera le parole d’ordine dei maîtres à penser del nuovo canone occidentale (tra i quali Debord stesso) e reso necessari i nostri lussi: la cultura, il bovarismo, la ribellione, i prodotti di nicchia, la libertà creativa, la conservazione del patrimonio artistico, eccetera. Ed è per tutto questo che ci siamo indebitati fino al collo, in tutta consapevolezza, perché ogni cosa ci sembrava necessaria, ed in effetti lo era — necessaria e bella, anche se non ce la potevamo permettere — proprio come l’amore di Bassanio per Porzia.



Il complotto antisemita

…se diamo una mano a crearli, questa storia non finirà più, farà altre vittime… (Leonardo Sciascia, Il cavaliere e la morte)

Avendo scritto dell’ossessione cospirazionista per ebrei e massoni, e tentato di darne una spiegazione storica e politica, non posso esimermi dal recensire una terza ed ultima ossessione, inversa e speculare alla prima: quella per gli antisemiti. Non bastassero coloro che ovunque vedono le tracce d’un complotto ebraico, vi sono coloro che vedono ovunque un complotto antisemita. Alcuni ne fanno addirittura una professione, come Marco Pasqua della Repubblica, che se l’era presa un paio di anni fa con il nostro acerrimo nemico Antonio Caracciolo e che ora denuncia una blogger e professoressa milanese.

Sull’argomento è uscito da poco il pamphlet L’antisémitisme partout – Aujourd’hui en France, firmato da Alain Badiou e Eric Hazan. Sebbene Badiou si fosse già distinto per una riflessione sull’ebraismo piuttosto contestabile (che tuttavia non mi azzarderei a definire antisemita), questo libricino ha il merito di attirare l’attenzione sull’uso, l’abuso e il sostrato dell’accusa di antisemitismo a partire dal 2002 — ovvero dopo l’undici settembre 2001. Questa data è importante, perché in effetti segna l’apparizione di un nuovo antisemitismo nel dibattito pubblico, designando anche un colpevole perfetto: i musulmani. Nel contesto dello Scontro di Civiltà propagandato dai neo-conservative, i musulmani dovevano apparire come i nuovi nazisti — e tutti diventammo genealogisti del Gran Muftì di Gerusalemme, nonché conoscitori della storia editoriale dei Protocolli dei Savi di Sion.

L’associazione tra Islam e antisemitismo è per noi oramai un riflesso condizionato. Non senza solidi e preoccupanti riscontri nella realtà, che Badiou e Hazan fanno malissimo a minimizzare. Eppure questo riflesso lo abbiamo acquisito: come ogni riflesso ideologico, indipendentemente dalla sua validità. Molti di noi, come testimonia un mio post dell’epoca, scoprirono l’antisemitismo musulmano, o arabo, con la pubblicazione del rapporto 2003 del Centro della UE per il monitoraggio del razzismo e della xenofobia e la sua furba mediatizzazione. “Archiviato”, “sparito”, “congelato”, “insabbiato”: tutto il lessico della cospirazione era stato utilizzato per suggerire che vi fossero state forti pressioni politiche per non rivelare che i protagonisti della nuova ondata antisemita, e dunque i nuovi fascisti, erano “islamici radicali o giovani musulmani di famiglia araba”.

Come scrivevo a proposito dei massoni, la costruzione e l’amplificazione paranoica della minaccia rappresentata da una minoranza “contro-rivoluzionaria” o “anti-repubblicana” è consustanziale al concetto di Repubblica istituito nel 1789, che vive di questa esclusione. I musulmani — appunto stigmatizzati come nemici della democrazia, anche in quanto antisemiti — tengono oggi questo ruolo fondamentale nel dibattito pubblico francese. La loro marginalizzazione urbanistica viene così giustificata ex post dalla loro propensione a sabotare il contratto sociale, rifiutandosi all’assimilazione. Un partito come il Fronte Nazionale può dunque oggi mascherare le sue posizioni islamofobe con gli ideali repubblicani, come altri mascherano le proprie posizioni antisemite con gli ideali anti-capitalisti.

La diffusione di opinioni e comportamenti antisemiti tra gli immigrati arabi nelle periferie europee è senza dubbio preoccupante come anche le difese d’ufficio di questi comportamenti da parte di alcuni intellettuali di sinistra. Ma l’effetto della strategia di amplificazione mediatica della minaccia antisemita può essere, anche in questo caso, la retroazione positiva: ovvero il consolidamento di un fronte antisemita. Il principale effetto dell’abuso della parola “antisemitismo” è di produrre l’indistinzione tra opinioni innocue e opinioni pericolose, opinioni stupide e opinioni odiose, ideologia e pura violenza. In questo senso, chi evoca l’antisemitismo a parole rischia di evocarlo effettivamente, come si dice d’un apprendista stregone che evoca il demonio. Di zeugmi (ovvero di ponti e di canali che collegano le ideologie, e che permettono di costituire delle catene di equivalenza, e dunque dei nuovi soggetti politici) ne esistono ovunque. Ma è davvero opportuno ignorare il precetto strategico che Mao impara da Sun Tzu — “bisogna dividere il nemico” — e fare esattamente il contrario? Meglio di no: a meno che lo scopo non sia di sconfiggere il nemico, il nostro utilissimo nemico, ma di mantenerlo in salute.

Si dice spesso che “non bisogna minimizzare”. E se invece minimizzare fosse proprio la strategia migliore?



La contro-rivoluzione permanente

Oltre che per gli ebrei, i francesi hanno un’altra ossessione — meno inconfessabile — che affiora con cadenza serrata e regolare sulle copertine dei settimanali: quella per i massoni.

Tratto poco noto dell’ideologia francese, il cospirazionismo dice molto della Francia e moltissimo della democrazia moderna. In effetti, la Repubblica nasce paranoica. Basta leggere ciò che scrive l’abate Sieyès a proposito del Terzo Stato. Portando Rousseau alla sua logica conclusione, Sieyès identifica il Terzo Stato con la Nazione, amputando da questa gli “ordini privilegiati” colpevoli di non condividere la volontà generale e di agire contro di essa. Scindendo la popolazione tra popolo e nemici del popolo, scrive Pierre Nora, “la frontiera si trasferisce all’interno della comunità nazionale”. E aggiunge:

L’idea avrà un enorme successo, ma introdurrà inoltre un seme di esclusione nel concetto stesso di Nazione, legittimerà d’anticipo la guerra civile e, creando la Nazione, creerà la patologia della Nazione.

Questo “seme di esclusione” metterà pochissimo tempo a trasformarsi in pura e semplice paranoia. Fin dal 1789 si diffonde l’idea che la Rivoluzione è minacciata da un complotto aristocratico, e il Terrore non è altro che il regime emergenziale in carica di amministrare la minaccia della contro-rivoluzione. Certo questa minaccia è anche reale. Ma è soprattutto una necessità concettuale, perché la democrazia ha bisogno del complotto. Ne ha bisogno per legittimarsi e per giustificare il proprio continuo fallimento. Ne ha bisogno per mantenere la finzione di una volontà generale, di un monotelismo impossibile. Come scrive François Furet, la Rivoluzione

ha vissuto fin dal 1789 sull’idea di una nuova sovranità assoluta e indivisible, che esclude il pluralismo della rappresentazione, poiché postula l’unità del popolo. Tuttavia poiché questa unità non esiste — e il federalismo girondino ha mostrato che le fazioni non cessano mai di cospirare nell’ombra — il Terrore ha la funzione (…) di ristabilirla continuamente.

Nemici del popolo possono essere i nobili, i cattolici, gli ebrei, i musulmani o i massoni, secondo il gusto dell’epoca. Per i nazisti, che portarono Rousseau e Sieyès all’estremo, erano appunto gli ebrei. Più inoffensiva, l’ossessione francese per i complotti giudaici e massonici è quantomeno interessante perché permette di osservare il cuore oscuro dell’ideale democratico.



Cercasi ebreo disperatamente

Tutti hanno visto all’opera Google suggest, la funzione di completamento automatico del motore di ricerca più famoso del mondo. Digitando una parola nel campo di ricerca (ad esempio, “Julian”) l’algoritmo é in grado di consigliare una chiave di ricerca completa (ad esempio, “Julian Assange”). Molti si sono divertiti a sottolineare la stranezza dei risultati: ma per quanto bizzarri o imbarazzanti, questi sono lo specchio fedele delle tendenze di ricerca degli utilizzatori. Google suggest ha rivelato che molti internauti cercano su Internet “come si fa l’amore” o altre soluzioni ai loro problemi familiari: “mio marito mi tradisce”, “mio padre mi picchia”, “mio figlio si tocca”, “cerco lavoro”, eccetera. Straordinario strumento sociologico, Google suggest é in grado di esibire pubblicamente le più inconfessabili preoccupazioni e curiosità.

Se ne sono accorti in Francia, dove la funzione di completamento automatico ha rivelato una vera e propria ossessione degli internauti per l’identità ebraica di politici, giornalisti e altre celebrità. Tua sorella si masturba? Beh, almeno non é israelita! Il settimanale culturale Télérama é stato il primo ad attirare l’attenzione sul fenomeno, in un articolo del 21 ottobre 2010, poi ripreso e approfondito da numerosi siti e giornali. Giù fino a Le Monde, che il 15 febbraio ha dedicato un’inchiesta a questo tema. L’autore Stéphane Foucart propone un esperimento semplice:

Digitate “François Hollande” [ex-segretario del Partito socialista francese] nella casella di ricerca di Google e, nel menu che appare, il motore di ricerca vi propone spontaneamente, con il candore degli automi, di associare alla prima parola una seconda: “ebreo”. Inutile cercare un bug nei complessi algoritmi del gigante della ricerca. Se c’é un problema, tutto porta a credere che bisogna cercarlo nella testa dei francesi. Perché la spiegazione di Google é inequivocabile: “Il motore di ricerca non fa altro che restituire le chiavi di ricerca considerate più pertinenti, ovvero quelle associate con più frequenza alle ricerche”, spiegano alla filiale francese del gigante di Mountain View (California). In breve: una parte considerevole degli internauti francesi che hanno digitato il nome dell’ex-segretario de Partito socialista nel motore di ricerca non hanno cercato di sapere se fosse “integro”, “onesto” o “corrotto”, per esempio. Hanno cercato di scoprire — tra altri dettagli scandalistici — se fosse “ebreo”.

Ma i francesi non s’interrogano soltanto a proposito di Hollande, e nessuno sfugge alla verifica su Google. Il presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy: ebreo? Gli altri candidati alla presidenza: ebrei? I ministri in carica: ebrei? I direttori dei principali quotidiani: ebrei? I giornalisti televisivi più famosi: ebrei? I grandi capitalisti: tutti ebrei? E gli intellettuali? Il settimanale Livres Hebdo ha mostrato che anche per loro vale il sospetto. Se queste chiavi di ricerca emergono, assicura Google, é perché si tratta di volumi di ricerca considerevoli e di “tendenze pesanti”.

Secondo Le Monde, questa ossessione per gli ebrei é tipicamente francese. A Google confermano di avere rilevato in Francia “un numero particolarmente alto di ricerche volte a scoprire se una certa persona é ebrea o anche, talvolta, se é omosessuale” (solitamente, in questo caso, per artisti e cantanti). Nulla di paragonabile in Europa o negli Stati Uniti. In Italia, il termine “ebreo” appare in alcuni casi associato a nomi di giornalisti e politici (Giuliano Ferrara, Enrico Mentana, Franco Frattini, mentre di Gianni Letta ci si chiede se sia “gay”) ma in modo più circoscritto e meno frequente. In generale, nessun paese mostra la stessa ossessione dei francesi.

Prendiamo, per esempio, i fondatori di Google, gli americani Sergey Brin e Larry Page. Per “Sergey Brin”, Google.fr propone innanzitutto “Larry Page”. E subito dopo, in seconda posizione, “ebreo”. Lo stesso vale “Larry Page”, prima associato a Sergey Brin” e poi à “ebreo”. In Germania e in Spagna, ovvero su Google.de e Google.es, quest’associazione viene proposta solo per Larry Page, ma arriva all’ottava e nona posizione. Nei Paesi Bassi, in Italia, nel Regno Unito, negli Stati Uniti, le versioni locali di Google non suggeriscono alcun nesso con l’origine degli interessati.

Google, sostiene Le Monde, é un’ottimo strumento per svelare l’inconscio dei popoli. E l’inconscio francese, di tutta evidenza, ha qualche problema con gli ebrei. Le Monde parla di una “forma discreta e latente di antisemitismo”, poiché queste ricerche rendono palese la convinzione diffusa che gli ebrei controllino il potere politico, economico e mediatico. Una cultura del complotto alimentata dall’estrema destra vicina al Fronte Nazionale, dagli odii comunitari, dalle leggende metropolitane sull’undici settembre e da personaggi controversi come il comico Dieudonné, candidato nel 2009 in una lista definita “antisionista” — con quello che sembra essere un classico eufemismo. Ma anche da una tradizione più antica, sospesa tra persecuzioni e anatemi, che va dall’affare Dreyfus al caso Céline e oltre. Umberto Eco nel suo ultimo romanzo, Il cimitero di Praga, ha raccontato bene come la “Patria dei diritti umani” sia stata nell’Ottocento anche il grande laboratorio dell’antisemitismo europeo.

Malgrado l’unanime sdegno della stampa, e sebbene già in passato condannato per diffamazione a causa degli spiacevoli effetti del completamento automatico, Google ha deciso di non filtrare questo tipo di associazioni, ma ha limitato i consigli di ricerca “esplicitamente razzisti”, dei quali il linguista Jean Véronis scriveva in settembre. Ma Le Monde sottolinea i rischi di una retroazione positiva o di un effetto Larsen: “Quando un fenomeno si manifesta, può accadere che la sua manifestazione amplifichi per reazione il fenomeno che la produce”. Solo una piccola parte degli uomini politici e dei giornalisti francesi é effettivamente d’origine ebraica: ma la sola presenza di un “suggerimento” nel motore di ricerca alimenta un sospetto e legittima la curiosità. Questo effetto Larsen é già stato analizzato da vari esperti di SEO, che vedono in Google suggest un modo per ridurre la coda lunga delle ricerche meno frequenti, aumentando i volumi delle ricerche più frequenti. Insomma oggi il motore di ricerca non si limita più a rispondere, ma si premura di proporre delle domande, se possibile pertinenti, talvolta imbarazzanti. Google, si faccia una domanda e si dia una risposta.



Gli antiraffaelliti

Alla fine di agosto ho parlato di un libro che stava per uscire. Ho affermato che il libro é interessante ma che non condivido le sue conclusioni. Ho scritto inoltre che, sfortunatamente, sono proprio queste conclusioni a circolare in rete. Il libro parla di come é stato inventato il popolo ebraico — interessante — e conclude che gli ebrei non esistono, anzi i veri ebrei sono gli arabi di Palestina. Ho spiegato dove stava secondo me la debolezza di questa argomentazione. In questo nuovo bizzarro antisionismo proprio come nel sionismo, la discendenza dagli ebrei dell’Antico Testamento sarebbe un titolo di proprietà sulla Palestina. Ma la geopolitica del DNA dove ci porta? In seguito a questo post sono stato accusato, nell’ordine : di essere un sionista, di non avere letto il libro, di essere al soldo della propaganda israeliana. Ma la migliore é, come la precedente, del professor Antonio Caracciolo che sbotta : “Lei si firma Raffaele ed è un Raffaele.” Cos’avrà voluto dire? Cosa sono i Raffaele? Il professor Caracciolo sarà forse un antiraffaelita?



La regola del gioco

Il Prof. Antonio Caracciolo, di cui avevamo già scritto, è finito in prima pagina su Repubblica per avere tenuto dei propositi negazionisti in uno dei suoi trenta blog. Il problema, si difende il professore, è che lui non ha mai tenuto propositi negazionisti: l’articolo che lo accusa sarebbe composto da estratti dolosamente decontestualizzati. Secondo Miguel Martinez, Caracciolo sarebbe non un negazionista ma un “convinto liberale” che difende il diritto d’espressione dei negazionisti. Tuttavia la dedizione che il convinto liberale mette nel difendere proprio quella libertà, tra una denuncia della politica israeliana e una teoria dell’ebraismo come religione dell’odio, non è del tutto neutra.

Da qui al negazionismo senz’altro ne corre, almeno un pochino, e il Caracciolo di Repubblica non corrisponde esattamente al Caracciolo reale. Compilando un artificioso best of delle affermazioni del docente della Sapienza di Roma, ne è venuto fuori un ritratto effettivamente mostruoso, di certo deformato, senza dubbio ingeneroso, e tuttavia, in qualche modo, e per l’uso cui è rivolto, fedele. Caracciolo denuncia i tagli subiti e afferma di non riconoscersi nelle interviste a lui estorte: non è il primo e non sarà l’ultimo. Come dicono i cartografi, la mappa non è il territorio. Ugualmente, un articolo di giornale non è la verità, ma un modo di raccontarla. Un modo particolare, poiché per risuonare nello spazio pubblico le posizioni devono essere visibili da lontano: con grandi titoli, semplificazioni, amplificazioni, stereotipi.

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Le sfumature sono poche, e di certo non è prevista quella tra “negazionista” e “antisionista che difende i negazionisti perché magari le camere a gas non esistono”. Una frase forte non verrà accompagnata dalla frase seguente, che l’attutisce. Nessuno passa indenne dal tritacarne, ma qualcuno è in grado di accettare la maschera che gli viene imposta, consapevole che le maschere non hanno né rughe né pori, e sempre la medesima espressione. Gli altri si affanneranno nell’infinito girone delle smentite, come cavalieri contro i mulini a vento, sempre perdenti poiché ignorano la regola del gioco. Ma è come prendersela perché si appare schiacciati ai bordi d’una foto presa con il grandangolo.



Antisemitismo: usi ed abusi di uno zeugma

Il piano ideologico, che non è cartesiano e assomiglia piuttosto al labirinto magico, è percorso da canali che collegano gli estremi più impensabili. Potremmo chiamarli zeugma, cioè “passaggi”, rubando questo termine alla grammatica – che tanto, diciamo la verità, non se ne fa granché. Anche nella geometria ideologica lo zeugma può essere definito “un termine che governa due o più elementi semanticamente non omogenei”. L’antiparlamentarismo, ad esempio, mostra il nesso tra Terrore rivoluzionario e nazionalsocialismo, per mezzo del fantasma d’una volontà popolare non frammentabile: ed ecco che sulla nostra mappa disegneremo uno zeugma: una porticina, una freccia, teletrasporto. Qui si svelano le contraddizioni e le ambiguità, le continuità sepolte, i sottintesi e i presupposti. Io personalmente adoro gli zeugma perché scuotono le nostre convinzioni. Ci costringono a ridisegnare continuamente i nostri modelli. Dunque mi piace stanarli, per esaminarne la storia e la geografia. Tuttavia poiché di zeugma ce ne sono ovunque, sarebbe sconveniente usarli come prove di connivenza e colpevolezza; al massimo indizi.

E a proposito di estrema sinistra ed estrema destra, c’è un certo zeugma che si usa tanto di questi tempi: l’antisemitismo. Difficile negare che esista il terreno per una convergenza tra gli estremi su questo punto, ed è senz’altro interessante studiarne la genealogia nella storia del socialismo, confrontando le iconografie dell’anticapitalismo e del nazismo, indagandone le matrici gnostiche e cristiane; un perfido zeugma d’altronde collega chiaramente (e necessariamente) cattolicesimo e antisemitismo. Ci sono poi questioni infinitamente spinose, ma fin troppo note, come l’influenza di certo pensiero nazionalista europeo sul panarabismo, la diffusione dei Protocolli dei Savi di Sion nel mondo islamico, le vicissitudini del Gran Muftì, e vari fatti inquietanti nelle aree d’immigrazione araba in Europa.

Tutto questo è molto interessante per chi s’interessa della storia delle ideologie politiche; ma diventa d’un tratto assai meno interessante quando ridotto, sulle pagine dei giornali, a vigliacco espediente retorico per regolare conti di provincia. Premesso che il fatto che ci si calunni a vicenda della medesima cosa – «nazisti!» – è meravigliosamente rivelatore del nostro modo di mitizzare l’esperienza storica, l’abuso dell’accusa ha come conseguenza non soltanto di banalizzare il fenomeno dell’antisemitismo, fenomeno effettivamente concreto e attuale, sebbene disomogeneo e graduato e complesso, ma inoltre rischia (paradossalmente) d’inverare lo zeugma ex post. Assimilare nella sostanza fatti diversi, facendone gli epifenomeni di un fantomatico ur-antisemitismo, mi pare un gioco pericoloso.

A furia di costringere nella stessa gabbia – riviste, convegni, spazi virtuali – persone che non avrebbero mai pensato di trovarsi assieme, e mostrare loro quanto si assomigliano e quanto è granitica la religione civile contro cui si battono, si rischia di convincerli. Questo già avviene, in barba all’elementare insegnamento della strategia maoista: bisogna frammentare il nemico, mica aggregarlo e ingrandirlo. A furia di fare passare ogni idiozia, ogni errore magari, per morboso odio razziale e delegittimare le posizioni geopolitiche più aspre, ad esempio la contestazione dell’esistenza dello stato d’Israele, si prepara il terreno per un antisemitismo di ripiego, compatto, omogeneo. Qualcuno si sederà dalla parte del torto, perché altrove non c’è posto per lui.

Quando ogni cosa sarà diventata antisemitismo, quando ognuno sarà ormai stato definito tale, allora nessuno avrà più vergogna o timore di passare dallo zeugma, da una battuta volgare a una legge razziale. A furia di provare uno stesso sentimento, etimologia vuole che nasca la simpatia. E ci saranno i teatri pieni ad applaudire Faurisson. Che bel risultato. E infine, a furia poi di trasformare la storia in mito, la si sottopone a un inquietante processo di smaterializzazione. Non è negazionismo anche questo, anche se in buona fede, dissolvere la terribile realtà nella pura metafisica?

Esiste senz’altro un modo migliore per scontare la colpa dell’incredibile silenzio dell’Occidente (mica solo del Vaticano) di fronte alla distruzione degli ebrei d’Europa – ben raccontato, pare, nel recente libro di Saul Friedlaender – che uno sconsiderato chiasso.



Ouvroir d’Historiographie Potentielle

Una risposta a Monj sul caso Toaff.

Cosa ne penso? Credo che in gioco ci sia il nostro concetto di libertà di espressione, e credo che non possiamo più mantenerlo così com’è. Perché allora il Ministro in tv che insulta il Profeta perché no; e qualunque ipotesi, qualunque opinione, qualunque vignetta o barzelletta, qualunque fatto vero o inventato o possibile (o non impossibile) torna a galla sulla superficie mediatica a corroborare gli odi e le chiacchiere. E allora ripensiamola questa libertà di espressione, pensiamoci bene se vogliamo essere letti, ascoltati, visti in mondovisione. Io, personalmente, preferireri di no. C’è sempre qualcuno pronto a fraintenderti, e a usarti. Davvero Platone aveva previsto ogni cosa, quando rifiutava la scrittura che non fosse ironica, l’insegnamento che non fosse tagliato sull’interlocutore. Io voglio che Toaff possa esprimere la sua storiografia sperimentale, che pone certe domande interessanti al lavoro dello storico, e in generale dell’interprete. Ma evidentemente questa cosa è pericolosa, mica la si può buttare in mezzo ai pescecani, ai rabbini isterici e agli antisemiti di destra, sinistra, e Oriente. Ci vorrebbe un regime locale della libertà di espressione, un canale segreto, iniziatico. Ermetico.

Se invece mi chiedi qualcosa sui contenuti, mettiamola così: non ho letto il libro* (non lo trovo) ma a quanto pare Toaff tenta un metodo un poco avventato, ovvero prendere alla lettera le confessioni estorte dai tribunali dell’Inquisizione, che di solito e di comune regola vengono considerati prodotte dai giudici stessi, e ripetute dagli imputati in stato di costrizione e tortura; poi Toaff collega i crimini confessati alle tradizioni ebraiche, dice che in effetti il sangue ha una simbologia terapeutica e allora perché no (perché no!). Un po’ come se un giudice romano accusasse un cristiano di cannibalismo e si dicesse che è plausibile visto che i cristiani mangiano la carne del Signore durante l’Eucaristia. Insomma Toaff fa due mosse avventate, mi pare: prende alla lettera le confessioni (estorte), prende alla lettera delle simbologie (figurate). Ora non c’è dubbio che ci potrebbe essere stato davvero un cristiano cannibale, o una setta di cristiani cannibali, o una setta di ebrei cannibali. Ma a quanto pare Toaff non porta documenti nuovi, dice invece qualcosa di molto ambiguo a partire dai vecchi documenti, ovvero “non possiamo escludere che…”, insomma un meccanismo quasi da pettegolezzo, vigliacco e metodologicamente incongruo, e quindi pericoloso. Capisci che certe cose non puoi permetterti di dirle in un libro diffuso al grande pubblico, e recensito stupidamente sul corriere. Ci vuole attenzione, a meno di ammettere che ciò che scriviamo non serve a nulla, non influisce sul mondo, è fuori dal mondo. Invece ne fa parte e allora pensiamoci bene prima. Un libro è un oggetto contundente, handle with care. Ho già detto che Platone aveva previsto tutto?

* Qualcuno potrebbe obiettare che parlare di un libro non letto (LNL) e lamentarsi della chiacchiera sorta attorno ad esso sia vagamente contraddittorio. Credo che non parlare dei LNL sia una precauzione utile, ma non certo una regola di etica della conversazione. Ad ogni modo non si sta parlando di un libro, ma di una tesi: e questa la riassume l’autore stesso qui (grazie a TBlog).



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