Apocalisse nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Apocalisse en abyme

La scrittura è sempre ex post, a meno di essere profeti. Erodoto raccontava di storie già avvenute, già raccontate, già viste. Omero cantava che la guerra è finita, almeno per noi. I libri sacri descrivono l’origine del mondo, le opere e i giorni, le genesi e gli esodi. Ma in ogni storia – fateci caso, cercatelo bene – c’è sempre un profeta: dal passato giunge la sua voce che parla del futuro. Dal profondo di un’abyme metaletteraria Cassandra e Isaia vedono ciò che sarà e lo rivelano agli uomini. Il testimone non può far altro che trascrivere le loro visioni: ex post, ex ante. Il testo si squarcia. Sono apocalissi, che prefigurano il segreto del regno che verrà. La grammatica della narrazione storica è fatta di passati remoti e d’imperfetti; d’un tratto un verbo al futuro – tra due virgolette – ci proietta fuori dalla finzione diegetica. La storia si fessura come un guscio e lascia intravedere, al suo interno, l’apocalisse.



Il settimo sigillo

A proposito, non avete come l’impressione che una mano invisibile vi stia prendendo a schiaffi?

Orsù, radunatevi per il gran pasto di Dio, dove carne di re mangerete, carne di capitani e d’eroi, carne di cavalli e dei loro cavalieri, carne di uomini di ogni condizione, liberi o schiavi, piccoli o grandi!

Ap 19, 17.

Stupidamente, ci troviamo a carezzare l’idea della catastrofe con una certa ebbrezza. E finalmente ci pare di comprendere il sublime kantiano: ritti sullo scoglio, mentre infuria la tempesta, e finché non c’inghiotte. In fondo, a nessuno sembra spiacere sul serio l’ipotesi della fine del capitalismo, pardon, del mercatismo. Sono soltanto parole, non vorrà mica dire che sta per finire il nostro benessere, o si? Al massimo saremo un po’ più sobri, tranquillamente decresceremo. O no? Intanto però i governi proclamano: “Disciplinare le forze dell’economia e adeguarle alle necessità della nazione” (B. Mussolini, 1933). Ma che importa. Chi sta bene si crede al sicuro. Chi sta male spera che le carte si rimescolino. E chi sta così-così si annoia, per cui va bene tutto. Insomma, godiamoci la catastrofe. E intanto alleniamoci a salire sul carro del vincitore. Hop, hop, un, due, tre.

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Stupidamente, ho le idee piuttosto chiare su ciò che sta accadendo. Per esempio sapevo che sarebbe accaduto. Non ero l’unico; in verità lo sapevamo tutti. Ma non conoscevamo il giorno e l’ora (Mt 24, 36). Sapevamo che a furia di bluffare sarebbe giunto il momento di mostrare le carte, e le carte non sarebbero state un bello spettacolo: com’è che ci sono tutti quegli assi? Ed eccola, la nostra tremenda rivelazione. Credevamo che sarebbe accaduto in un futuro indefinito, ovvero mai, e comunque – diceva Keynesin the long run we’re all dead. Confusione comune, quella tra il futuro ed il mai, che fecero anche i cristiani alle soglie del Medioevo, pur sapendo che in the longer run, we’re all resurrected. But how much longer? Ai tempi di Paolo credevano che il Signore sarebbe tornato entro breve, per cui se ne stavano lì ad aspettare, sempre impeccabili, con i nervi a fior di pelle. In seguito, ai tempi di Agostino, avevano iniziato a sospettare che fosse il caso di mettersi comodi. E si misero comodissimi, e si rilassarono, e dimenticarono che in ogni attimo tutto avrebbe potuto finire. Il futuro era stato proiettato oltre la Storia. Ci sarebbe stato tempo prima della catastrofe, pensavano, per pettinarsi e fare il nodo alla cravatta, e in fretta e furia spuntare in prima fila all’apertura del settimo sigillo (Ap 5, 8).

Stupidamente, dicevo, o forse necessariamente, abbiamo preferito dimenticare che il denaro per sua essenza mente. E mica per caso: a questo ci serve. Le risorse sono scarse, e naturalmente tendiamo ad accumularle. Ma se le accumuliamo senza consumarle, le sottraiamo al consumo degli altri. E questo avvelena la vita a tutti. Così inventiamo il denaro, ovvero un sistema di sostituzione della ricchezza, un sistema di segni da portare con sé, per non essere “costretti a portare sulla schiena un gran carico di oggetti” (Swift).

Tuttavia, questo sistema ha un segreto: la ricchezza che rappresenta è complessivamente superiore alla ricchezza disponibile in ogni dato momento. Fingendo che ci sia una quantità di ricchezza complessiva superiore a quella realmente disponibile, questa ricchezza reale può essere interamente allocata per esigenze di consumo. Il fatto è che in una situazione normale nessuno vorrà convertire tutto il proprio denaro in ricchezza, né consumare tutta la ricchezza esistente.

Per cui, il gioco ha cominciato a piacerci. Ci siamo accorti che più mentiamo sulla ricchezza complessiva in gioco, e cooperando nell’illusione, più ci guadagniamo. Inventiamo mille tortuosi meccanismi per vincolarci a questa illusione, per alimentarla e rimandare il risveglio, per comprarci le case senza potercelo permettere. Ma di tutta evidenza la ricchezza che c’illudiamo di possedere non esiste. E prima o poi giunge il momento di aprire il settimo sigillo, ed accogliere la Rivelazione, e conoscere l’Apocalisse.



Corpus Christie’s

Damien Hirst ha venduto il bottino un momento prima dell’Apocalisse. Conoscendo il suo intuito finaziario, non c’è da stare tranquilli: alla prossima grande asta, se va tutto liscio, crolla l’Arte Contemporanea.



Il diagramma della fine

Brullonulla recensisce splendidamente Gummosoft Eschaton XP:

questo è un ipotetico software il cui output è una simulazione della fine del mondo (da cui il delizioso sottotitolo del libro “la fine è un orgasmo che possiamo simulare”). le implicazioni di Eschaton XP non sono banali. la versione ufficiale ne fa principalmente una sorta di meccanismo psicostorico, benchè richiami pattern metafisici. la parte interessante di Eschaton XP è la simulazione del processo metafisico del Ragnarok. il punto è: può la fine del mondo, decisa e orchestrata da Dio, seguire un algoritmo computabile? ci sono due esigenze opposte in gioco. da un lato la volontà di Dio non è soggetta a nulla se non a se stessa. sarebbe blasfemo pensare che Dio si costringa a giocare con le mani legate dietro la schiena, seguendo un percorso preordinato e il cui esito sia calcolabile. anche nell’eventualità che il mondo segua delle norme, la distruzione del mondo dovrebbe presupporre la distruzione delle norme stesse. la sostituzione delle norme universali con altre norme preposte solo alla propria fagocitazione che senso può avere? Leggere il seguito »



Gli ultimi giorni

C’è un’atmosfera strana, prima della rivoluzione (prima della rivoluzione che non ci sarà). C’è attesa, e speranza, e fiducia nel rovesciamento del rovesciato; perché adesso vediamo come in uno specchio, ma dopo sarà fuochi d’artificio e musica dal vivo e ricco buffet. Un film di Bertolucci si chiama così – Prima della rivoluzione – e il titolo calza bene a svariati altri di quell’epoca. Rivela il suo sarcasmo a rivoluzione mai avvenuta: perché “essere prima” è una condizione alla quale non si può rinunciare, una droga bellissima, un’eiaculazione rinviata ai posteri. E se gli ultimi giorni durassero in eterno? Verrebbe da ricondurre ogni atto di scrittura a due stati d’animo: chi prima e chi dopo la rivoluzione. Attesa o ricordo. Hegel scrive dopo 1789, sull’onda dell’emozione, testimoniando di Napoleone come incarnazione dello Spirito mentre sotto casa furiosamente si guerreggia. Al contrario Marx non scrive dopo quella rivoluzione, ma prima della prossima. I romantici hanno scritto dopo. Nel novecento si è perlopiù scritto prima. La religione ebraica, che aspetta il messia, è ovviamente prima. Il cristianesimo, fondato sull’evento della morte storica di Dio, è dopo (a volerne tacere la componente messianica/ escatologica). Eppure ogni fine è l’immagine di un principio, di un’origine normativa. Nella filosofia della storia, il prima è il dopo – e l’esistente una mera parentesi tra due rivoluzioni. Ecco cos’era quell’atmosfera strana: nostalgia - nostalgia della fine.



La distruzione del tempo

Bell’articolo del New York Times Magazine (su Internazionale di questa settimana) sulle ragioni del filo-israelismo di destra cristiana e neoconservatori statunitensi. Ad un certo punto si parla del cosidetto sionismo cristiano, ed io ero rimasto ai tempi in cui questo significava pressapoco dare uno stato agli ebrei per liberarsene. Invece questi sono dei fondamentalisti cristiani che, interpretando alla lettera la Bibbia,

credono che Cristo ritornerà sulla Terra soltanto quando gli ebrei si saranno nuovamente impadroniti della Terra Santa.

Comunque poi finisce o con l’Apocalisse o con la conversione al cristianesimo in massa, quindi c’è poco da stare tranquilli. Un’interferenza, quella tra storia universale ed ermeneutica teologica, tra tempo profano e tempo sacro, tra mito ed evento, che appartiene precipuamente alla religione ebraica, che ha in una nazione, in un popolo, il soggetto della Storia. Dobbiamo perciò considerare l’esistenza d’Israele (alla stregua delle distruzioni del tempio e della Shoah) anche da un punto di vista teologico, dal punto di vista dell’economia della salvezza. Alla teologia è dunque lecito ricorrere per comprendere le scelte dello Stato Ebraico, la cui sopravvivenza è, anche, una questione metafisica.

Quello che colpisce (senz’altro perché conosco poco il protestantesimo americano) è che un punto di vista messianico emerga ora anche dalle parti del cristianesimo. Ovvero una religione fondata sull’evento totalizzante della crocefissione, sulla quale si apre una semplice parentesi prima della fine dei tempi. Le debite eccezioni di millenaristi come Gioacchino da Fiore si presentano sempre sul filo dell’eresia. Oggi forse le cose stanno cambiando: quando nei suoi discorsi Bush evoca Dio e la fede, non si tratta soltanto di fare vincere dei valori su degli altri (Occidente contro Islam), ma forse di partecipare al compimento del divenire ultraterreno della Storia universale.