Ariel Toaff nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



un vero e proprio attacco alla libertà di espressione

Operazione strana davvero, una petizione contro un libro. Persino crudele, se il libro è Viva Israele di Magdi Allam, una sorta di pamphlet autobiografico che si squalifica fin dalle prime pagine, con un momento poetico vagamente sopra le righe che si conclude così: Grazie alla vita, Viva la vita! Grazie all’amore, Viva l’amore! Grazie alla libertà, Viva la libertà! Grazie Israele, Viva Israele!

Da quel che ho capito scorrendo rapidamente la petizione, gli si rimprovera di avere, in questa enumerazione, dimenticato la Fica. Giustissimo. Però insomma, una petizione. E poi guarda un po’ tra i firmatari, c’è persino Franco Cardini. Ma chi, quello che scrisse che la sollevazione degli intellettuali sul caso Toaff era andata “al di la d’una faccenda ispirata da un libro di storia e che si andasse configurando un vero e proprio attacco alla liberta di pensiero e di espressione“? E che aggiunse persino che “l’intero affaire ha assunto i connotati di una sorta di linciaggio morale contro lo studioso italo-israeliano“?

Insomma, secondo Cardini è ideologico criticare in massa un libro che rinfocola maldicenze sugli ebrei sulla base di presupposti metodologici ridicoli, anzi è forse un sintomo di qualche strana cospirazione o religione civile; mentre è del tutto normale aggiungere la propria firma a una petizione contro un libro molto più ridicolo e poco meno dannoso qual è quello di Allam? Questa ce la deve proprio spiegare.



Ouvroir d’Historiographie Potentielle

Una risposta a Monj sul caso Toaff.

Cosa ne penso? Credo che in gioco ci sia il nostro concetto di libertà di espressione, e credo che non possiamo più mantenerlo così com’è. Perché allora il Ministro in tv che insulta il Profeta perché no; e qualunque ipotesi, qualunque opinione, qualunque vignetta o barzelletta, qualunque fatto vero o inventato o possibile (o non impossibile) torna a galla sulla superficie mediatica a corroborare gli odi e le chiacchiere. E allora ripensiamola questa libertà di espressione, pensiamoci bene se vogliamo essere letti, ascoltati, visti in mondovisione. Io, personalmente, preferireri di no. C’è sempre qualcuno pronto a fraintenderti, e a usarti. Davvero Platone aveva previsto ogni cosa, quando rifiutava la scrittura che non fosse ironica, l’insegnamento che non fosse tagliato sull’interlocutore. Io voglio che Toaff possa esprimere la sua storiografia sperimentale, che pone certe domande interessanti al lavoro dello storico, e in generale dell’interprete. Ma evidentemente questa cosa è pericolosa, mica la si può buttare in mezzo ai pescecani, ai rabbini isterici e agli antisemiti di destra, sinistra, e Oriente. Ci vorrebbe un regime locale della libertà di espressione, un canale segreto, iniziatico. Ermetico.

Se invece mi chiedi qualcosa sui contenuti, mettiamola così: non ho letto il libro* (non lo trovo) ma a quanto pare Toaff tenta un metodo un poco avventato, ovvero prendere alla lettera le confessioni estorte dai tribunali dell’Inquisizione, che di solito e di comune regola vengono considerati prodotte dai giudici stessi, e ripetute dagli imputati in stato di costrizione e tortura; poi Toaff collega i crimini confessati alle tradizioni ebraiche, dice che in effetti il sangue ha una simbologia terapeutica e allora perché no (perché no!). Un po’ come se un giudice romano accusasse un cristiano di cannibalismo e si dicesse che è plausibile visto che i cristiani mangiano la carne del Signore durante l’Eucaristia. Insomma Toaff fa due mosse avventate, mi pare: prende alla lettera le confessioni (estorte), prende alla lettera delle simbologie (figurate). Ora non c’è dubbio che ci potrebbe essere stato davvero un cristiano cannibale, o una setta di cristiani cannibali, o una setta di ebrei cannibali. Ma a quanto pare Toaff non porta documenti nuovi, dice invece qualcosa di molto ambiguo a partire dai vecchi documenti, ovvero “non possiamo escludere che…”, insomma un meccanismo quasi da pettegolezzo, vigliacco e metodologicamente incongruo, e quindi pericoloso. Capisci che certe cose non puoi permetterti di dirle in un libro diffuso al grande pubblico, e recensito stupidamente sul corriere. Ci vuole attenzione, a meno di ammettere che ciò che scriviamo non serve a nulla, non influisce sul mondo, è fuori dal mondo. Invece ne fa parte e allora pensiamoci bene prima. Un libro è un oggetto contundente, handle with care. Ho già detto che Platone aveva previsto tutto?

* Qualcuno potrebbe obiettare che parlare di un libro non letto (LNL) e lamentarsi della chiacchiera sorta attorno ad esso sia vagamente contraddittorio. Credo che non parlare dei LNL sia una precauzione utile, ma non certo una regola di etica della conversazione. Ad ogni modo non si sta parlando di un libro, ma di una tesi: e questa la riassume l’autore stesso qui (grazie a TBlog).



clamore

1. La poesia ufficiale della guerra in Iraq è di Yeats (una delle più belle: Turning and turning in the widening gyre…)

2. Ho appreso con viva preoccupazione delle voci sull’eventuale morte di Harry Potter. Mi sento di rassicurare grandi e piccini: non si è mai visto un romanzo di formazione che finisce con la morte del protagonista, appena raggiunta la maggiore età. Sarebbe assurdo, non vi pare?

3. Il deprimente clamore attorno al libro di Ariel Toaff mi convince sempre di più dell’inadeguatezza del nostro modello di diffusione del sapere. Platone ci metteva in guardia nel Fedro, invano. Oggi sembra che se scrivi una cosa ed è letta da meno di mille persone, non vale neppure la pena. Bisognerà liberarsi da questo pregiudizio, anzi ribaltarlo: se scrivi una cosa per più di mille persone, non vale neppure la pena. Avventato, molto avventato arrischiarsi a fare certi esperimenti storiografici in pubblico.

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